Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Manuale di filosofia. A – Logica e teoria dell’argomentazione 3

I fondamenti del pensiero. 2 – Anatomia dell’argomentazione II: Asserzione contro argomentazione

2.1 La semplice asserzione: definizione

Avendo definito con precisione che cos’è un argomento, possiamo ora affrontare la distinzione tra l’asserzione e l’argomentazione propriamente detta, uno snodo già anticipato nella sua portata generale nel capitolo precedente ma che intendiamo qui precisare in termini più tecnici.

Un’asserzione (talvolta chiamata anche, con termine equivalente, “affermazione”) è l’atto linguistico con cui presentiamo una proposizione come vera, senza fornire alcuna ragione esplicita a sostegno di questa presentazione. “Questo ristorante è pessimo.” “La squadra perderà domenica.” “Quel politico è disonesto.” Ciascuna di queste frasi è un’asserzione perfettamente comprensibile e grammaticalmente completa ma, presa isolatamente e priva di alcun argomento a proprio sostegno, resta una pura pretesa di verità, sospesa nel vuoto, che il destinatario può accettare o rifiutare solo sulla base della fiducia che ripone in chi parla, non sulla base di alcuna ragione verificabile indipendentemente.

Un’argomentazione, per contro, trasforma questa pretesa nuda in una pretesa motivata: “Questo ristorante è pessimo, perché ho aspettato un’ora per un piatto freddo e il cameriere è stato scortese per tutta la sera.” La conclusione resta identica (“questo ristorante è pessimo”) ma ora è accompagnata da ragioni: l’attesa eccessiva, la qualità scadente del cibo, la scortesia del personale, che il destinatario può valutare autonomamente, indipendentemente dal grado di fiducia che ripone nella persona che gliele sta comunicando.

2.2 Perché la sola asserzione non basta: la ripresa di un filo già tracciato

Il lettore attento riconoscerà, in questa distinzione, la stessa struttura concettuale già incontrata nel capitolo precedente a proposito del passaggio dal mythos al logos nella Grecia arcaica. Non è un caso: quella distinzione storico-culturale e questa distinzione tecnico-logica sono, in fondo, due facce della stessa medaglia. Il racconto mitico tradizionale, come si è visto, funziona in larghissima misura secondo il modello della pura asserzione, sostenuta dall’autorità della fonte (le Muse, la tradizione degli antenati, il carisma del poeta ispirato) piuttosto che da ragioni indipendentemente valutabili. La nascita della filosofia, in quel contesto storico specifico, ha coinciso precisamente con l’emergere della pretesa che le asserzioni, specialmente quelle su questioni controverse e di grande peso come la natura del cosmo o la giustizia, debbano essere trasformate in argomentazioni, accompagnate da ragioni pubblicamente esaminabili.

Per quale ragione la sola asserzione non dovrebbe bastare? Perché non accontentarsi di credere a chi appare autorevole, competente o degno di fiducia? La risposta tocca il cuore stesso di ciò che rende la pratica argomentativa insostituibile per la vita intellettuale e civile: l’asserzione pura, per quanto formulata da una fonte prestigiosa, istituisce una relazione asimmetrica in cui chi ascolta è chiamato al solo atto dell’adesione o della fede. L’argomentazione, al contrario, orizzontalizza il rapporto: proponendo ragioni pubblicamente esaminabili, il parlante accetta di sottoporre la propria tesi al tribunale della ragione dell’altro.

 È in questo scarto che risiede la portata emancipatrice del logos: mentre l’asserzione autoritativa chiede obbedienza al principio d’autorità (ipse dixit), l’argomentazione restituisce al destinatario la sua piena autonomia critica. Le ragioni offerte possono essere esaminate, soppesate o respinte indipendentemente dal prestigio di chi le enuncia. L’argomentare si configura, così, non solo come uno strumento logico, ma come il vero e proprio presidio della libertà di pensiero.

2.3 Il caso paradigmatico del “perché sì”

Esiste un esempio quotidiano di straordinaria efficacia illustrativa proprio per la sua banalità, che cattura con precisione cosa significhi il rifiuto di trasformare un’asserzione in un’argomentazione: la risposta «perché sì» (o, nella sua variante più spinta, «perché lo dico io») che un genitore, esausto o semplicemente non disposto a impegnarsi in una discussione, offre al bambino che chiede ripetutamente «perché?» di fronte a un divieto o a una regola.

Vale la pena soffermarsi su questo scambio proprio per il suo valore paradigmatico. Il bambino, ponendo quel «perché?», sta implicitamente rivendicando il proprio diritto a ricevere un’argomentazione, non una semplice asserzione: sta chiedendo che la regola imposta venga giustificata con ragioni che egli stesso possa comprendere e valutare, anziché subita per pura autorità genitoriale. La risposta «perché sì» rappresenta il rifiuto esplicito di questa richiesta: un ritorno, deliberato e dichiarato, al modello della pura asserzione sostenuta dalla sola autorità di chi parla, senza alcuna concessione di offrire ragioni indipendentemente valutabili.

Non si tratta, si badi, di suggerire che questa risposta sia sempre e comunque illegittima o pedagogicamente scorretta: un genitore può avere eccellenti ragioni pratiche, come la stanchezza, l’urgenza del momento o la consapevolezza che certe spiegazioni sarebbero incomprensibili all’età del figlio, per non impegnarsi in quel momento in una piena argomentazione. Il punto, ai fini della nostra analisi teorica, è un altro: questa dinamica rende visibile, con chiarezza esemplare, la differenza strutturale tra il credere infantile (basato sull’affidamento cieco a una fonte autorevole) e il credere adulto (fondato su una verità argomentata e criticamente esaminata).

Fino a una certa età, infatti, al bambino basta l’autorevolezza della fonte: “Me l’ha detto il mio papà, quindi deve essere vero”. Gli si potrebbe persino dire che il pane e il vino sul tavolo sono il corpo e il sangue di un parente defunto e il bambino, pur frastornato, finirebbe per crederci se la cosa gli venisse ripetuta con serietà. Ma ciò che nel bambino è uno stadio evolutivo naturale, nell’adulto rischia di trasformarsi in una vera e propria rinuncia a pensare, in una resa della responsabilità intellettuale di fronte a quello che storicamente prende il nome di ipse dixit.

Se estendiamo questa analisi dal micromondo familiare alla storia delle idee, ci accorgiamo che il «perché sì» genitoriale è il calco esatto del meccanismo che regge ogni struttura dogmatica e, in modo paradigmatico, la fede religiosa. La fede nei monoteismi possiede un’evidente peculiarità: il contenuto di ciò a cui si crede conta solo in quanto è stato detto o rivelato da qualcuno riconosciuto come autorità. Prima di essere fede in qualcosa, la fede è fede in qualcuno, qualcuno che ha saputo convincere l’umanità di essere il portavoce del divino. In questo senso, la fede si configura come un esercizio di obbedienza basato sulla decisione di concedere il proprio assenso a quanto viene asserito, proprio perché è “lui” a dirlo. L’ipse dixit (“l’ha detto Cristo”, “l’ha detto Maometto”) è da sempre il fondamento indiscutibile dell’ortodossia.

Un fondamento che richiede, per sua natura, di sospendere la facoltà critica. Come ricordava George Orwell in 1984:

“Orthodoxy means not thinking, not needing to think. Orthodoxy is unconsciousness” (“L’ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. L’ortodossia è incoscienza”).

Pensare, del resto, è rischioso: significa esporsi al pericolo di finire ingoiati dal vortice del dubbio. Cartesio, nelle sue Meditazioni Metafisiche, ne descriveva lo smarrimento con una celebre immagine:

“Tamquam in profundum gurgitem ex improvviso delapsus, ita turbatus sum, ut nec possim in imo pedem figere, nec enatare ad summum” (“Ne sono sconcertato, come se, caduto all’improvviso in un gorgo profondo, non mi riuscisse né di poggiare il piede sul fondo né di risalire alla superficie”).

Di fronte all’angoscia di questo vuoto, in cui manca la terra sotto i piedi e resta solo la solitudine del proprio giudizio, rifugiarsi nell’ipse dixit appare un approdo rassicurante. Edoardo Boncinelli ha annotato provocatoriamente che la fede, sotto certi aspetti, “ci rende stupidi“; e si potrebbe aggiungere che ci rende anche pericolosi perché, senza la cecità dell’obbedienza, il cumulo di paradossi che costituisce il credo religioso franerebbe in un coacervo di assurdità (come mostra con spietata lucidità il Barone d’Holbach nel suo Le bon sens).

Questa disposizione alla sottomissione ha radici profonde. Il monoteismo stesso, pretendendo di fissare una Verità unica laddove il reale è cangiante e continuamente vario, ha bisogno di trasformare i cittadini in fedeli, cioè in soggetti sottomessi. Non è un caso che la radice araba SLM (سلم), da cui deriva la parola Islam, rinvii precisamente al concetto di sottomissione.

Per cogliere la differenza strutturale tra un’argomentazione autentica e un’asserzione dogmatica, ci viene in aiuto la genialità di uno dei più grandi esponenti dello scetticismo antico, Sesto Empirico (II-III sec. d.C.). Negli Schizzi pirroniani, Sesto Empirico dimostra come, per la fede, la rigorosa concatenazione logica o il contenuto empirico siano del tutto secondari rispetto all’accettazione preliminare del principio di autorità.

Dopotutto, a una “verità” si presta fede solo quando manca di evidenza empirica o fattuale (non c’è bisogno di credere che oggi piove o che un fiore sia sfiorito, giacché lo constatiamo), oppure quando manca di necessità logico-matematica (nessuno dice di “credere” al teorema di Pitagora o alle leggi di Newton: rispetto a essi si è solo dotti o ignoranti). “Prestar fede” significa fondamentalmente fidarsi di qualcuno, indipendentemente da ciò che dice. Il fideista rovescia così il celebre apoftegma attribuito ad Aristotele nei confronti di Platone: Amicus Plato, sed magis amica veritas (“Platone mi è amico, ma la verità mi è più amica”). Il fideista ragiona all’opposto: Amica veritas, sed magis amicus Plato (“Cerco la verità, ma la rigetto se si scontra con ciò che ha detto il mio maestro”).

Per rendere evidente come l’asserzione fideistica funzioni a prescindere dalla necessità interna del discorso, Sesto Empirico distingue due tipi di argomentazioni: quelle che giungono a una conclusione dandone conto e chiarificandone la necessità intrinseca (fondate sulla forza dimostrativa); quelle che giungono a una conclusione unicamente in virtù dell’autorità di chi la pronuncia. Ed ecco il “marchingegno” logico con cui lo scettico svela la struttura dell’argomentazione fideistica:

Premessa 1: se qualche dio vi ha detto che quest’uomo diventerà ricco, egli diventerà ricco.

Premessa 2: ebbene, un dio (ad esempio Zeus) vi ha detto che quest’uomo diventerà ricco.

 Conclusione: allora quest’uomo diventerà ricco.

Come osserva acutamente Sesto Empirico, noi accordiamo il nostro assenso a questa conclusione non perché costretti dall’evidenza logica delle premesse o dalla verifica dei fatti, ma unicamente per la devozione verso l’autorità del dio che l’ha garantita. E conclude con una regola aurea che distingue il logico dal fideista:

“Bisogna che la dimostrazione sia un argomento, che abbia la forza di concludere, che sia vera e che la conclusione sia manifestata non dall’autorità di chi l’ha detta (ipse dixit), ma dalla forza delle premesse.”

Naturalmente Sesto, da coerente scettico, proseguirà il suo discorso mostrando come anche i logici (da lui chiamati “dogmatici”) si illudano di afferrare una verità oggettiva attraverso le inferenze. Ma questo non scalfisce la validità della sua diagnosi: la differenza radicale risiede tra chi cerca la coerenza immanente al discorso e chi si piega all’autorità di un garante esterno.

In ultima analisi, ciò a cui si crede è immensamente meno importante del modo in cui ci si crede. C’è chi accetta una tesi perché costretto dalla coerenza delle ragioni e chi lo fa per pura obbedienza a una fonte. Saper distinguere una semplice asserzione autoritativa, sia essa il “perché sì” di un genitore o il dogma di una fede da una reale struttura argomentativa, rappresenta il primo e fondamentale passo per rivendicare un pensiero adulto, critico e autenticamente responsabile. (V. quanto dice Kant nell’aureo libretto del 1784 Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung? Risposta alla domanda: Che cos’è illuminismo? una lettura che dovrebbe essere resa obbligatoria e preliminare in ogni corso di filosofia).

2.4 Socrate e lo smascheramento dell’asserzione agghindata da sapere

Se il “perché sì” rappresenta il rifiuto esplicito e dichiarato dell’argomentazione, esiste una forma ben più insidiosa e più filosoficamente interessante di elusione dell’argomentazione: quella di chi crede sinceramente di possedere ragioni solide per una propria affermazione ma che, messo alla prova da un interrogatorio serrato, si rivela in realtà incapace di articolarle coerentemente, scoprendo, con proprio disagio, di aver fin lì semplicemente asserito senza mai davvero argomentare.

Il metodo dialettico di Socrate è costruito precisamente per produrre, in modo sistematico, questa scoperta. Attraverso l’elenchos, il serrato interrogatorio socratico, un interlocutore che si presenta inizialmente sicuro della propria conoscenza (sa cos’è il coraggio, sa cos’è la pietà, sa cos’è la giustizia) passo dopo passo, viene condotto a scoprire che le proprie convinzioni, per quanto sinceramente sostenute e forse anche praticamente utili nella vita quotidiana, non reggono a un esame argomentativo rigoroso: non sono in realtà argomentazioni solide, ma asserzioni rivestite dell’apparenza tranquillizzante del sapere.

Per la teoria dell’argomentazione l’importanza filosofica di questa scoperta non può essere sopravvalutata: Socrate ci insegna che la distinzione tra asserzione e argomentazione non coincide necessariamente con la distinzione tra sincerità e insincerità, tra buona fede e malafede. Si può essere perfettamente sinceri, perfettamente convinti della verità di ciò che si afferma ma non possedere, quando lo si vada realmente a verificare sotto pressione dialettica, un’autentica argomentazione a sostegno di quella convinzione, per quanto tenacemente e sinceramente creduta.

Tuttavia, lo smascheramento socratico del sapere arbitrariamente presunto non esaurisce la sua funzione nella semplice demolizione (la pars destruens del dialogo). Esso trova il suo efficace antidoto, e insieme il suo compimento necessario, nell’ars maieutica (la pars construens). L’arte dell’ostetricia dell’anima non si sostituisce all’interlocutore offrendogli verità confezionate, il che significherebbe ricadere nell’ennesima asserzione di un’autorità, ma lo aiuta a partorire da sé un pensiero autenticamente argomentato. Ma per poter partorire il nuovo, occorre prima sgomberare il campo dall’illusione di essere già incinti di verità: la dolorosa purificazione dell’elenchos è la condizione preliminare indispensabile perché l’interlocutore, liberato dall’ingombro delle asserzioni agghindate da sapere, possa finalmente iniziare il faticoso lavoro del generare ragioni.

2.5 Kant: dogmatismo e critica come applicazione sistematica della distinzione

Prima ancora di diventare il pilastro dell’architettura della ragion pura, la necessità di distinguere la pura asserzione dal discorso argomentato trova in Immanuel Kant un’impronta civile ed etica imprescindibile. Nel celebre saggio già citato del 1784, Kant definisce l’Illuminismo come “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso”. E cos’è questa minorità se non l’incapacità o la pigrizia di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro? Chi rimane nello stato di minorità accetta le asserzioni preconfezionate da un’autorità (il dogmatismo del “perché sì”, il libro che pensa per noi, il direttore spirituale che decide per noi) senza pretendere che siano vagliate e argomentate.

L’operazione kantiana non si arresta alla dimensione pedagogica o civile: essa trova il suo respiro più ampiamente sistematico nella distinzione tra filosofia dogmatica e filosofia critica. La riprendiamo perché rappresenta, in un certo senso, l’applicazione più ambiziosa mai tentata nella storia del pensiero della distinzione tra asserzione e argomentazione, applicata non più a singole affermazioni isolate ma all’intera disciplina metafisica nel suo complesso.

Il “dogmatismo” filosofico, nell’accusa che Kant gli muove, non consiste semplicemente nel sostenere tesi metafisiche specifiche (l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, la libertà del volere); consiste, più precisamente, nel farlo senza prima esaminare criticamente se la ragione umana possieda effettivamente gli strumenti conoscitivi necessari per pronunciarsi legittimamente su simili questioni. Il filosofo dogmatico si comporta esattamente come l’interlocutore socratico prima dell’elenchos: asserisce con sicurezza tesi ambiziose, senza essersi mai fermato a verificare le proprie stesse condizioni di possibilità, un’operazione che Kant paragona alla pretesa di costruire un edificio imponente senza aver prima verificato se il terreno su cui poggia sia in grado di sostenerne il peso.

Il progetto della filosofia “critica” consiste precisamente nel trasformare questa metafisica dogmatica in un’impresa argomentativamente rigorosa: prima di pronunciarsi su Dio, sull’anima o sulla libertà, occorre argomentare, con la stessa esigenza di rigore dimostrativo che abbiamo visto nascere nella Grecia arcaica e nell’agora ateniese, a proposito delle condizioni stesse che rendono possibile, o eventualmente impossibile, una conoscenza metafisica di questo tipo. Il criticismo kantiano è un’estensione, applicata su scala sistematica all’intera storia del pensiero occidentale, dello stesso identico gesto con cui Socrate insegnava ai propri concittadini che non c’è autonomia intellettuale laddove si scambia un’asserzione agghindata da sapere per una verità dimostrata.

2.6 Quando l’asserzione è legittima: il caso dei resoconti immediati

Sarebbe tuttavia un errore concludere che l’asserzione pura sia sempre e comunque una forma comunicativa difettosa o inferiore, da evitare sistematicamente in favore della piena argomentazione. È bene chiarirlo con precisione per evitare che la trattazione svolta fin qui lasci l’impressione ingiustificata che ogni singolo enunciato debba sempre essere accompagnato da una struttura inferenziale, pena l’illegittimità del discorso.

Esistono categorie di affermazioni, infatti, per le quali la richiesta di un’argomentazione esplicita risulterebbe fuori luogo, se non addirittura assurda. Se dico “sta piovendo” mentre guardo fuori dalla finestra e vedo chiaramente le gocce cadere, la domanda “perché credi che stia piovendo?” avrebbe una risposta quasi imbarazzante nella propria ovvietà (“perché lo vedo con i miei occhi”): non stiamo invocando un’inferenza complessa da premesse a conclusione, ma un resoconto diretto di un’osservazione immediata per il quale la macchina concettuale premesse-conclusione risulterebbe, francamente, sovradimensionata.

La regola pratica che possiamo trarre da questa osservazione è la seguente, e ci accompagnerà utilmente per il resto di questo studio: l’esigenza argomentativa si fa tanto più pressante e giustificata quanto più un’affermazione è controversa, non immediatamente verificabile, o soggetta a legittimo disaccordo tra persone ragionevoli. Le questioni immediatamente osservabili da chiunque si trovi nella posizione appropriata per osservarle (il tempo atmosferico presente, la propria stessa sensazione di dolore, la composizione numerica di un piccolo gruppo di oggetti visibile a colpo d’occhio) richiedono, in generale, ben poca argomentazione. Le questioni controverse, di valore etico, di interpretazione storica, di previsione futura, di causalità complessa richiedono, al contrario, tutto l’apparato argomentativo che stiamo costruendo in questo studio.

2.7 Argomentazioni apparenti: quando la forma imita la sostanza senza raggiungerla

Abbiamo visto, nella prima parte di questo capitolo, come esistano precisi indicatori linguistici (“perché”, “dunque”, “quindi”) che segnalano, nel discorso naturale, la presenza di premesse e conclusioni. Occorre ora segnalare un fenomeno complementare e più insidioso: l’esistenza di discorsi che impiegano questi stessi indicatori, assumendo l’apparenza formale dell’argomentazione senza però fornire, dietro quell’armatura, una genuina giustificazione della conclusione proposta.

Un esempio filosofico paradigmatico di questa tensione si trova nel trattato Sul non essere di Gorgia, costruito come un rigoroso susseguirsi di premesse e conclusioni in perfetta imitazione dello stile deduttivo di Parmenide, ma finalizzato a dimostrare tesi apertamente paradossali (nulla esiste; se anche qualcosa esistesse non sarebbe conoscibile; se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile). L’interpretazione filosofica più avveduta legge questo testo come una dimostrazione virtuosistica di come la sola abilità tecnica possa edificare un’argomentazione dall’apparenza irreprensibile a sostegno di qualsiasi tesi.

Una dinamica analoga riaffiorerà più volte nella storia della filosofia: si pensi alla celebre obiezione del monaco Gaunilone all’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta (ci torneremo più volte nel corso di questo studio), in cui si mostra come la medesima struttura deduttiva usata per dimostrare l’esistenza di Dio potrebbe essere impiegata per “dimostrare” l’esistenza reale di un’Isola Perfetta; o si pensi ai paradossi di Zenone sul movimento, dove una stringente forma logica conduce a conclusioni palesemente smentite dall’esperienza.

È un monito perenne per chiunque si occupi di teoria dell’argomentazione: la presenza della forma (premesse enunciate, connettivi inferenziali, apparenza di rigore) non garantisce di per sé che ci si trovi di fronte a una reale giustificazione. Un tema su cui i capitoli dedicati alle fallacie argomentative avranno modo di tornare con ben altra ampiezza e precisione tecnica.

2.8 Esempi contemporanei: pubblicità e comunicazione digitale

Concludiamo questa seconda parte con alcuni esempi tratti dalla comunicazione contemporanea. Si tratta di casi particolarmente istruttivi perché mostrano quanto la distinzione tra asserzione e argomentazione, lungi dall’essere una sottigliezza accademica riservata ai filosofi, attraversi costantemente la nostra esperienza quotidiana di consumatori e di cittadini digitali.

Consideriamo uno slogan pubblicitario classico: “Il detersivo più amato dagli italiani“. Si tratta, sul piano superficiale, di un’affermazione che vorrebbe presentarsi come la conclusione di un ragionamento implicito (un entimema, come abbiamo visto nella prima parte, con la premessa taciuta “ciò che è preferito dalla maggioranza è probabilmente il prodotto migliore“). Un’analisi appena più attenta ne rivela tuttavia l’intrinseca fragilità: anzitutto, la premessa esplicita, l’effettiva preferenza maggioritaria, è raramente accompagnata da dati verificabili (quale sondaggio? condotto su quale campione? con quale metodologia?); in secondo luogo, la premessa taciuta che spaccia la popolarità per qualità è tutt’altro che ovvia: il successo commerciale di un prodotto può dipendere da una pubblicità martellante, dal prezzo o dalla distribuzione capillare, fattori che nulla dicono sulla sua reale efficacia. Ci troviamo di fronte a un caso da manuale di argomentazione apparente: la forma linguistica evoca una dimostrazione, ma l’esame critico ne svela subito la natura di guscio vuoto.

Un secondo esempio, ancora più pervasivo nel panorama dei social media, riguarda l’uso strategico di formule come “mi baso sui fatti” o “i dati parlano chiaro”. Tali espressioni accompagnano spesso tesi le cui premesse fattuali restano in realtà del tutto taciute, decontestualizzate o persino inventate. Qui il fenomeno è ancora più insidioso della seduzione pubblicitaria: non si tratta soltanto di un ragionamento debole, ma dell’impiego del vocabolario medesimo della razionalità (“fatti”, “dati”, “evidenze”) come puro rivestimento retorico per mascherare quella che rimane, nella sostanza, una semplice asserzione autoritativa.

Nell’ambiente digitale, questo meccanismo viene ulteriormente amplificato dalle cosiddette echo chambers, contesti comunicativi, tipici dei social media, in cui l’utente viene esposto in modo quasi esclusivo a opinioni e informazioni che confermano le sue convinzioni preesistenti mentre le prospettive divergenti vengono filtrate, ignorate o escluse. Il risultato è un continuo “rimbalzo” delle medesime tesi che, oltre a rafforzare il bias di conferma, dogmatizza le opinioni e alimenta la polarizzazione del gruppo.

In tali spazi e nelle dinamiche di rete che li governano, la reiterazione virale di un’asserzione del tutto priva di fondamento finisce così per conferirle un’illusoria autorevolezza per il solo fatto di essere ripetuta e condivisa da una moltitudine. È un terreno su cui la teoria dell’argomentazione contemporanea, applicata all’analisi della disinformazione, ha buone ragioni per esercitare il massimo del rigore, e su cui questo studio avrà modo di tornare con gli strumenti specifici della retorica e della persuasione.


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