Il problema teorico: come nasce lo Stato?
D&G affrontano uno degli enigmi più complessi dell’antropologia politica, la transizione dalle società primitive “senza Stato” alle formazioni statali. La loro tesi è radicale e rompe con ogni linearità: lo Stato non è l’esito di un’evoluzione progressiva della società territoriale, ma una rottura traumatica. Contrariamente alle letture classiche, lo Stato non emerge da processi endogeni, come l’incremento demografico, l’accumulo di surplus economico o la crescente complessità sociale, ma si manifesta come un evento esterno che sovverte l’organizzazione preesistente. Questa posizione sfida frontalmente sia l’evoluzionismo, che vede nello Stato uno stadio di sviluppo “superiore”, sia il funzionalismo, che lo interpreta come una risposta necessaria a nuovi bisogni sociali. Per D&G, lo Stato non è un organismo che cresce, ma una macchina di cattura: un’appropriazione violenta che impone una logica del tutto nuova e aliena alla terra.
La macchina dispotica: caratteri generali
La macchina dispotica identifica il regime sociale tipico dei grandi imperi arcaici, dalle civiltà egizia e assiro-babilonese a quelle cinese e inca, fino agli Stati africani precoloniali. D&G definiscono questa configurazione come regime barbarico, un termine che non veicola un giudizio di valore, ma serve a marcare una precisa discontinuità sia rispetto al regime selvaggio delle società territoriali, sia rispetto al regime civile del capitalismo moderno. In questa struttura, la sovranità si cristallizza in un’istanza unica e assoluta, il despota, il faraone o l’imperatore, supportata da un apparato burocratico di scribi e sacerdoti, da un esercito permanente e dall’uso della scrittura come strumento di censimento e controllo dei tributi. Tuttavia, per D&G, queste istituzioni e le imponenti opere pubbliche che ne derivano sono semplici conseguenze e non le cause primarie della statualità. La vera sfida teorica risiede altrove: non nell’elencare le funzioni dello Stato, ma nell’individuare l’operazione ontologica e politica profonda che ne rende possibile l’esistenza.
Il despota come corpo pieno e significante dispotico
Per D&G, lo Stato si fonda innanzitutto su un’operazione semiotica: l’instaurazione del despota come significante dispotico, ovvero come il nuovo corpo pieno su cui vengono registrati tutti i flussi della vita sociale. Per comprendere questo passaggio, bisogna richiamare la triade concettuale dell’Anti-Edipo, dove la produzione delle macchine desideranti viene catturata da un corpo pieno per permettere la registrazione e il successivo prelievo da parte di un soggetto. Se nella macchina territoriale selvaggia il corpo pieno era la Terra, un’entità indivisa e immanente alla comunità, dove non esisteva separazione tra il suolo e chi lo lavorava, nella macchina dispotica avviene una mutazione profonda, il corpo pieno diventa il corpo stesso del sovrano. A differenza della terra, il despota si pone come un’istanza trascendente che domina le comunità dall’alto, proclamandosi proprietario originario di ogni cosa. Egli diventa il significante dispotico proprio perché si costituisce come l’unico punto di riferimento da cui dipende ogni significato sociale; è un’entità autocratica e auto-fondante che non rimanda ad altro che a se stessa, organizzando gerarchicamente sotto di sé ogni altro elemento, dai funzionari alle leggi. In questa architettura del potere, il despota assume i tratti del Grande Paranoico: un’unità ossessiva che interpreta ogni movimento come un potenziale complotto contro la propria integrità suprema. Il Despota di D&G è il centro di registrazione che decide cosa ha senso e cosa no. Il paranoico non si limita a comandare, egli significa.
La sovracodificazione: non distruggere ma dominare
L’operazione distintiva della macchina dispotica risiede nella sovracodificazione, un concetto decisivo che segna lo scarto tra la tribù e l’impero. Se la macchina territoriale si limitava a codificare i flussi, ovvero a inscrivere ogni elemento in una rete di alleanze e filiazioni che assegnava a ciascuno un posto determinato, lo Stato dispotico compie un salto qualitativo: esso non distrugge i codici locali, ma si pone come un’istanza superiore che li riorganizza e li subordina a una nuova logica. Lo Stato, in questa fase, non mira a cancellare le tribù o i lignaggi, ma li mantiene in vita trasformandoli in ingranaggi di un tutto che li trascende. Un esempio paradigmatico è quello dell’Impero Inca, dove le comunità andine (gli ayllu) continuavano a operare secondo i loro antichi codici di reciprocità. Tuttavia, l’Inca sovracodificava questi flussi, imponeva tributi lavorativi attraverso la mita, ridistribuiva le terre secondo piani imperiali e inseriva ogni cellula sociale in una rigida gerarchia amministrativa. Le comunità continuavano a esistere, ma i loro flussi erano ormai deviati e catturati, reiscritti nel registro sovrano dello Stato. In questo modo, la realtà territoriale non scompare, ma viene letta e fatta funzionare dall’alto secondo un codice di ordine superiore.
La scrittura come tecnologia di sovracodificazione
Un elemento cruciale della macchina dispotica è la scrittura, che per D&G non rappresenta affatto un’invenzione tecnica neutra, ma lo strumento privilegiato della sovracodificazione e della trasformazione del debito. Nelle società territoriali il debito era finito (anche se infinito dal punto di vista esistenziale), espresso attraverso marchi corporei e scarificazioni, esso era legato a scambi diretti tra lignaggi e alleanze locali che ne limitavano l’espansione. Con la nascita dello Stato, la scrittura opera una mutazione radicale, separa il segno dal corpo vivente per fissarlo su supporti esterni (tavolette, papiri, pietra), trasformando il debito in una grandezza infinita e trascendente. Questa nuova tecnologia grafica permette allo Stato di oggettivare la memoria indipendentemente dalla trasmissione orale. Poiché il Despota si proclama proprietario originario di tutto, il suddito nasce in uno stato di insolvenza perenne verso l’istanza suprema. La scrittura diventa così il monopolio burocratico necessario per registrare tributi, censimenti e leggi, trasformando il legame comunitario in un’obbligazione verticale verso il sovrano. Attraverso la scrittura, lo Stato materializza la sovracodificazione, i vecchi codici territoriali (finiti e locali) vengono trascritti in un sistema centralizzato che istituisce il debito infinito come fondamento del potere assoluto.
Dal debito finito al debito infinito
Mentre nella macchina territoriale il debito, pur centrale, rimaneva un’obbligazione finita che poteva essere virtualmente estinta attraverso sacrifici, doni e rituali circoscritti, la macchina dispotica ne trasforma radicalmente la natura, rendendolo infinito e irredimibile. Questa mutazione avviene perché il debito non è più contratto verso gli antenati o il clan, ma verso il Despota, che si erge a origine suprema della società stessa. Dichiarandosi proprietario originario di ogni terra, acqua e popolo, il sovrano trasforma ogni possesso particolare in una semplice concessione. I sudditi si ritrovano così eternamente debitori verso colui che ha permesso loro di esistere. D&G richiamano qui la celebre tesi di Nietzsche nella Genealogia della morale: il debito verso le divinità cresce proporzionalmente alla loro potenza, fino a culminare nel Dio unico del cristianesimo, verso cui l’obbligazione diventa totalmente impagabile. Questa struttura è già pienamente operativa nei grandi imperi antichi, il faraone egiziano o l’imperatore cinese concentrano in sé l’origine del mondo, instaurando un debito senza fine che giustifica il prelievo costante di pluslavoro. In questa prospettiva, il lavoro forzato, il tributo e il servizio militare non sono semplici tasse, ma forme di pagamento di una colpa che non si estingue mai. Lo Stato dispotico vive di questa asimmetria ed estrae energia dalle comunità territoriali in nome di un debito che, per definizione, è destinato a non essere mai saldato.
Violenza legittima e terrore statale
La macchina dispotica non si regge unicamente sul debito simbolico, ma necessita della violenza per puntellare la propria architettura. Tuttavia, questa forza differisce radicalmente dalla violenza territoriale delle società selvagge. Se in queste ultime la crudeltà era codificata attraverso guerre rituali, vendette regolate o iniziazioni con funzioni sociali precise, nello Stato la violenza viene sovracodificata, trasformandosi in un terrore esercitato dall’alto per preservare l’unità dell’apparato. Il terrore dispotico si distingue per la sua intrinseca arbitrarietà, potendo colpire chiunque al di fuori di regole prestabilite, e per la sua spettacolarità, manifestandosi in supplizi ed esecuzioni pubbliche volte ad affermare la potenza del sovrano. È una violenza illimitata, priva di reciprocità, nutrita da una paranoia costante che vede nel complotto o nel tradimento interno una minaccia mortale. Gli imperi antichi offrono un catalogo spietato di questa logica: dagli impalamenti assiri alle piramidi di teschi di Tamerlano, fino alle purghe delle corti cinesi. Lungi dall’essere irrazionale, questa crudeltà è funzionale al mantenimento della sovracodificazione, giacché serve a ribadire incessantemente che il Despota è il corpo pieno supremo, l’unica fonte da cui dipende ogni diritto e ogni vita.
L’Urstaat: lo Stato come idea eterna
Una delle tesi più provocatorie di D&G è che lo Stato, in senso stretto, non abbia una storia. Esso esiste come Urstaat, uno Stato originario che permane sempre come virtualità già data. Ciò significa che lo Stato non deve essere inteso come l’esito di uno sviluppo progressivo, dal semplice al complesso o dal locale al globale, quanto piuttosto come una forma a priori pronta ad attualizzarsi non appena le condizioni lo permettano. Lo Stato è un’idea in senso quasi platonico, una struttura astratta che preesiste alle sue singole realizzazioni empiriche, rendendo gli imperi storici come quelli di Egitto, Mesopotamia o Cina semplici incarnazioni particolari di una forma generale. Questa prospettiva scardina l’evoluzionismo ottocentesco di Morgan ed Engels, per i quali lo Stato rappresentava uno stadio avanzato della civiltà. Per D&G, invece, non ha senso cercare il primo Stato, poiché esso è sempre originario; è una presenza che perseguita la storia, pronta a risorgere anche dopo essere stata distrutta e a catturare nuovamente i flussi sociali. Persino le società cosiddette senza Stato non sono realtà primitive che devono ancora evolversi, ma formazioni definite negativamente dal rifiuto attivo dello Stato, inteso come minaccia virtuale sempre presente. Lo Stato non è un punto d’arrivo, ma una macchina di cattura che può manifestarsi precocemente o tardivamente, scomparendo e riapparendo senza seguire alcuna linea di progresso necessario.
Limiti interni della macchina dispotica
Nonostante l’imponenza delle sue strutture, la macchina dispotica è attraversata da contraddizioni intrinseche che ne segnano il limite. In primo luogo, essa soffre di una dipendenza vitale dalle comunità territoriali. Lo Stato, infatti, sovracodifica ma non produce, limitandosi a estrarre surplus. Se le comunità collassano per carestie, epidemie o rivolte, l’intero apparato crolla per mancanza di nutrimento. A questa fragilità esterna si aggiunge la tendenza all’ipertrofia burocratica. L’apparato statale tende a crescere su se stesso, generando un parassitismo di funzionari e scribi che soffoca l’efficienza del sistema. Il cuore del potere è altrettanto precario, dal momento infatti che l’unità sovracodificante dipende interamente dal corpo del Despota, una crisi dinastica o un colpo di palazzo possono far implodere l’intera architettura in un istante. Sotto la superficie, inoltre, i codici territoriali non scompaiono mai del tutto; essi continuano a pulsare in modo sotterraneo, resistendo alla sottomissione e cercando costantemente vie di fuga. Infine, la natura stessa dell’Urstaat implica una competizione tra più Stati: la concorrenza tra imperi e le guerre per l’egemonia portano spesso a cicli di ascesa e distruzione reciproca. La macchina dispotica, dunque, pur apparendo onnipotente, è un sistema instabile che può in ogni momento decodificarsi, frammentarsi o essere rovesciato dalle forze che tenta invano di contenere.
Differenza cruciale con il capitalismo
Per comprendere appieno l’originalità del capitalismo nel pensiero di D&G, è essenziale ribadire che la macchina dispotica non opera mai una decodificazione; al contrario, essa esaspera il codice, aggiungendo significati a significati attraverso la sovracodificazione imperiale. Il capitalismo, invece, compie un gesto storicamente inedito, esso decodifica. Invece di sovrapporre un nuovo ordine gerarchico, il capitale scioglie tanto i codici territoriali quanto la sovracodificazione statale, sostituendoli con un’assiomatica di flussi quantitativi astratti, come il denaro, il lavoro indifferenziato e le merci. Possiamo dunque riassumere questo percorso attraverso una triade di operazioni fondamentali: la macchina territoriale codifica iscrivendo i flussi direttamente sulla terra; la macchina dispotica sovracodifica organizzandoli gerarchicamente nello Stato; infine, la macchina capitalistica decodifica, svincolando i flussi da ogni significato tradizionale per lasciarli scorrere liberamente sotto forma di cifre. Questo rende il capitalismo un’eccezione assoluta nella storia umana. Se tutti i regimi precedenti, pur nelle loro differenze, erano sistemi che assegnavano un posto e un senso a ogni cosa, il capitalismo è il primo regime che funziona attraverso la decodificazione generalizzata, distruggendo ogni codice per sostituirlo con il calcolo del profitto.
Concludiamo questo articolo ponendoci alcune domande.
La tesi dell’Urstaat (Stato originario come idea eterna) è compatibile con una prospettiva materialista? O introduce un elemento idealistico nel pensiero di D&G?
Non è una fuga nell’idealismo, ma un materialismo delle forze o libidico. Per D&G, l’Urstaat non è un’idea astratta che fluttua nell’iperuranio, ma una possibilità materiale dell’organizzazione sociale. In ogni società, i flussi del desiderio tendono a fuggire (linee di fuga); lo Stato è la forza di reazione che cerca di catturarli. Poiché la tensione tra fuga e cattura è intrinseca alla materia sociale, lo Stato è eterno non perché spirituale, ma perché è la risposta strutturale e sempre possibile al movimento dei flussi. Lo Stato è un limite del desiderio. Il materialismo tradizionale (pensiamo a certo marxismo ortodosso) è spesso evoluzionista, prima la tribù, poi lo Stato, poi il capitale. D&G rompono questa linearità. Il loro materialismo sostiene che tutto è presente contemporaneamente come potenzialità. Lo Stato non nasce da un’evoluzione biologica o economica, ma è una configurazione che la materia sociale può assumere in qualsiasi momento. È un materialismo della struttura piuttosto che della cronologia. Per D&G, il virtuale non è l’opposto del reale (che sarebbe l’ideale), ma è una dimensione del reale stesso. L’Urstaat è reale anche quando non è attualizzato, perché le società senza Stato (i selvaggi) devono spendere un’energia materiale enorme per impedirne la comparsa. I riti, i debiti finiti e le alleanze sono macchine da guerra materiali che servono a scongiurare l’Urstaat. Se lo Stato fosse solo un’idea, non farebbe così paura ai primitivi. L’Urstaat non introduce l’idealismo, ma sposta il materialismo su un piano topologico. Non ci si chiede più quando nasce lo Stato?, ma come si dispone la materia sociale per produrre o evitare l’effetto-Stato? Lo Stato è un’attitudine della materia a ripiegarsi su se stessa e creare un centro.
Che differenza c’è tra la scrittura statale analizzata da Deleuze-Guattari e la scrittura come gramma o traccia in Derrida? Sono concetti compatibili o in tensione?
Per Derrida, la scrittura (archi-scrittura) è una condizione ontologica. La traccia o il gramma indicano che non esiste un’origine pura, un senso presente a se stesso, ma che tutto è già sempre segnato dalla differenza e dal rinvio. Per Derrida, la scrittura precede il linguaggio parlato. Per D&G, la scrittura analizzata nell’Anti-Edipo è un’operazione politica e storica. Non è una condizione metafisica del senso, ma una macchina di potere. Mentre Derrida cerca di decostruire la metafisica della presenza, D&G cercano di mappare come lo Stato usi il segno grafico per catturare i flussi della vita. Derrida accusa la tradizione occidentale di logocentrismo (il primato della voce sulla scrittura). Egli vede nella scrittura la possibilità di scardinare il sistema chiuso del senso. Per D&G, invece, la scrittura statale è essa stessa il vertice del logocentrismo (o meglio, del grafocentrismo dispotico). Per loro, la scrittura non libera la differenza, ma la sovracodifica. La scrittura statale è ciò che incatena la voce, ciò che permette al Despota di comandare a distanza e di creare il debito infinito. In questo senso, D&G sono molto più vicini a Lévi-Strauss (che vedeva nella scrittura uno strumento di schiavitù) che a Derrida. Se la traccia di Derrida è ciò che impedisce al senso di chiudersi; è il gioco infinito del rinvio, il flusso di D&G è l’energia vitale, il desiderio che scorre. La scrittura non è un gioco, ma una diga. I segni grafici lineari sono i mattoni con cui lo Stato costruisce questa diga per impedire al desiderio di fuggire. Sono compatibili le due concezioni? Sono in tensione produttiva. Derrida direbbe che la scrittura statale è possibile solo perché esiste già una traccia originaria, D&G risponderebbero che concentrarsi sulla traccia è un modo troppo intellettualistico di ignorare come lo Stato marchi materialmente i corpi e la terra attraverso i suoi decreti scritti. Se Derrida fa un’epistemologia del segno, D&G fanno una pragmatica del potere. Derrida analizza la struttura del segno, e D&G analizzano la funzione poliziesca di quel segno quando diventa scrittura di Stato.
Pierre Clastres sosteneva che le società primitive fossero attivamente “contro lo Stato”, sviluppando meccanismi per impedirne la formazione. Questa tesi è compatibile con quella di D&G sull’Urstaat?
La risposta breve è sì, le due tesi non solo sono compatibili, ma l’una ha bisogno dell’altra. D&G ammiravano profondamente Pierre Clastres (che era loro amico e collaboratore) e hanno costruito gran parte della loro teoria sulle sue ricerche. Tuttavia, c’è una sfumatura metafisica in D&G che va oltre Clastres. Ecco come si integrano i due pensieri. Clastres ha rivoluzionato l’antropologia dimostrando che le società primitive non sono pre-statali (per mancanza di capacità), ma contro lo Stato. Esse possiedono meccanismi sociali (come il debito finito, la guerra rituale e il capo senza potere) studiati appositamente per impedire che un individuo accumuli abbastanza potere da diventare un despota. Per D&G questo conferma materialmente la loro idea. Se le società selvagge lottano così duramente per scongiurare lo Stato, significa che lo Stato è una minaccia sempre presente, una virtualità che preme ai confini del gruppo. Per Clastres lo Stato è un accidente storico tragico. Una volta che quei meccanismi di difesa falliscono (magari per un aumento demografico o una mutazione religiosa), lo Stato appare e la libertà è perduta per sempre. Per D&G invece lo Stato non è un accidente, ma una forma eterna (virtuale). Per loro, lo Stato è sempre già lì, come un magnete che attira i flussi. Mentre Clastres vede lo Stato come qualcosa che nasce a un certo punto, D&G lo vedono come qualcosa che è sempre stato pronto a manifestarsi. D&G insomma portano Clastres su un piano ontologico. Se lo Stato è l’Urstaat (lo Stato originario virtuale), allora la società primitiva non è una società semplice che vive in pace, ma una società estremamente vigile. I meccanismi descritti da Clastres diventano, nella prospettiva di D&G, delle macchine da guerra contro l’apparato di cattura. La società primitiva è definita proprio dal suo rapporto di avversione verso l’Urstaat. Non è che lo Stato non esiste per i primitivi; esso esiste come forma da respingere. Le due tesi sono perfettamente compatibili perché, mentre Clastres fornisce la prova empirica (le società primitive agiscono come se conoscessero il pericolo dello Stato) D&G forniscono la spiegazione filosofica (esse conoscono quel pericolo perché lo Stato è la forma virtuale come Urstaat, verso cui ogni aggregazione umana rischia di collassare se non mantiene attivi i propri codici di resistenza). Senza l’Urstaat di D&G, la resistenza descritta da Clastres sembrerebbe una lotta contro un fantasma; con l’Urstaat, capiamo che i “selvaggi” stanno lottando contro una possibilità strutturale della materia sociale stessa.
Il concetto di “debito infinito” può essere applicato anche a formazioni moderne come lo Stato-nazione o il capitalismo finanziario contemporaneo?
Nello Stato-nazione il debito è verso la Patria. Lo Stato-nazione moderno ha ereditato la struttura della macchina dispotica, ma l’ha laicizzata. Il nuovo Despota non è più il corpo fisico di un re, ma il Corpo della Nazione o il Popolo. Il cittadino è in debito verso lo Stato per i servizi, la protezione e l’identità che riceve e questo debito si manifesta nel dovere patriottico, nel servizio militare e nel sacrificio per il bene comune. La tassazione viene vissuta non come un contratto, ma come un tributo dovuto all’entità superiore che ci permette di essere “cittadini”. Nel capitalismo finanziario avviene il salto più vertiginoso. D&G dicono che il capitalismo decodifica il debito (lo toglie dal piano della colpa morale o religiosa) per trasformarlo in una grandezza numerica. Se nel regime dispotico il debito ti rendeva colpevole (dimensione morale), nel capitalismo finanziario il debito ti rende insolvente (dimensione tecnica). Il debito pubblico è l’esempio perfetto di debito infinito moderno. Gli Stati non pagano mai veramente il debito; lo gestiscono, lo rifinanziano, lo usano come strumento di controllo politico. È un debito che non deve essere estinto, perché la sua esistenza è ciò che permette al sistema di continuare a produrre e scambiare valore. Nel neoliberismo, il debito privato non è più un incidente, ma un motore della produzione. Lavoriamo per pagare debiti che abbiamo contratto per poter lavorare. È il cerchio perfetto del controllo attraverso il debito analizzato anche da Deleuze nel suo celebre saggio Poscritto sulle società di controllo. Ma c’è una differenza fondamentale. Mentre il debito del Despota serviva a fermare i flussi (tutti fermi sotto il sovrano), il debito finanziario serve a farli scorrere. Il capitalismo non vuole che tu smetta di consumare perché ti senti in colpa; vuole che tu continui a consumare attraverso il debito. La colpa non è più verso un Dio o un Re, ma verso la tua stessa capacità di essere affidabile (il credit score). Per certi versi il capitalismo contemporaneo è la versione astratta della macchina dispotica. Il Despota è diventato l’Algoritmo Finanziario, e il debito infinito non è più inciso sulla pelle con la scrittura (come nelle tavolette assire), ma è inciso nei server bancari sotto forma di bit. In entrambi i casi, l’obiettivo è lo stesso, catturare il tempo e la vita delle persone per alimentare una macchina che le trascende.
La macchina dispotica è necessariamente “dispotica” in senso negativo, oppure può avere anche funzioni progressive (grandi opere, coordinamento, difesa contro la scarsità)?
La macchina dispotica è oggettivamente ambivalente, è una forza di cattura violenta, ma è anche la prima grande macchina di coordinamento della storia umana. Ecco come possiamo analizzare questa dualità senza cadere in giudizi di valore. D&G riconoscono che lo Stato dispotico è il primo apparato capace di operare su una scala che la comunità territoriale non potrebbe mai sognare. Quello che l’antropologia e la sociologia (pensiamo a Karl Wittfogel e alla sua società idraulica) chiamano progresso, per D&G è l’effetto della sovracodificazione. Il Despota è colui che permette la costruzione di dighe, canali di irrigazione e granai. Senza questa centralizzazione, la gestione della scarsità (carestie) sarebbe impossibile per le piccole tribù isolate. Lo Stato inoltre sostituisce la vendetta privata e la guerra rituale permanente con una legge unica (per quanto brutale). Crea uno spazio di circolazione protetto che permette lo sviluppo dei mercati e della cultura scritta. In molti casi, la macchina dispotica è stata la risposta necessaria a mutazioni ambientali che avrebbero annientato le società territoriali. Ma il dispotismo ha un prezzo. Per D&G lo Stato non è cattivo, ma ma esso opera una alienazione del desiderio. Ogni diga costruita è frutto di pluslavoro estratto con la forza. Ogni protezione offerta genera un debito infinito. Il progresso materiale è inseparabile dalla cattura delle energie vitali. Il progresso della macchina dispotica è un progresso che avviene sopra la testa delle persone, trasformando i membri della comunità in organi di un corpo immenso che appartiene solo al Despota. Per D&G, definire lo Stato progressivo o negativo è quasi irrilevante rispetto alla sua funzione ontologica. Lo Stato è semplicemente un nuovo piano di realtà. Non si può tornare alla libertà selvaggia una volta che la macchina dispotica si è attualizzata. Lo Stato crea nuove forme di soggettività, nasce l’individuo che sa obbedire, che sa scrivere, che sa pianificare il futuro. Senza la macchina dispotica non avremmo avuto la filosofia, l’astronomia o l’architettura monumentale, ma non avremmo avuto nemmeno il terrore, la burocrazia parassitaria e la colpa metafisica. In sintesi, la macchina dispotica è funzionalmente necessaria per gestire la complessità, ma esistenzialmente opprimente. È progressiva dal punto di vista della tecnica e della gestione delle risorse, ma è regressiva dal punto di vista dell’autonomia dei flussi del desiderio.

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