Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Il capitalismo come assiomatica e schizofrenia (Parte I) – L’Anti-Edipo, capitolo 3 – La macchina capitalistica civilizzata

La Macchina Capitalistica: Il Culmine della Decodificazione

Giunti a questo snodo cruciale del nostro percorso, ci troviamo finalmente dinanzi al cuore teorico e politico dell’Anti-Edipo, laddove l’analisi del capitalismo si configura come lo studio di una formazione sociale radicalmente eccentrica rispetto a ogni configurazione storica precedente. Se nelle riflessioni trascorse abbiamo avuto modo di sviscerare la fenomenologia della macchina territoriale selvaggia e le strutture della macchina dispotica barbarica, l’orizzonte odierno si sposta sulla macchina capitalistica civilizzata. Si tratta di un passaggio decisivo poiché, nella prospettiva di D&G, essa rappresenta simultaneamente il culmine apocalittico e il limite invalicabile del processo di decodificazione dei flussi; un tema, questo, che non solo illumina l’intera architettura dell’Anti-Edipo, ma che funge da reagente fondamentale per comprendere le divergenze radicali tra le visioni di Žižek e Land che affronteremo.

Per cogliere la specificità del capitale, occorre innanzitutto operare una distinzione ontologica rispetto ai regimi che lo hanno preceduto. Mentre la macchina territoriale selvaggia si occupava di codificare i flussi attraverso l’iscrizione diretta del marchio sul corpo sociale, mediante rituali e scarificazioni che ancoravano il codice alla carne e alla parentela in un regime diffuso e privo di centro, e la macchina dispotica barbarica introduceva una sovracodificazione trascendente, dove la figura del Despota agiva come significante supremo capace di riorganizzare gerarchicamente i codici locali senza annullarli, il capitalismo opera un movimento di segno opposto. Esso, lungi dall’aggiungere nuovi strati di codificazione, si presenta come una forza rivoluzionaria e al contempo terrificante che procede alla decodificazione integrale di ogni flusso esistente.

Decodificare i flussi significa, in ultima istanza, recidere i vincoli tradizionali che li legavano a territorialità specifiche e a codici di appartenenza immemorabili. Lo sguardo storico ci restituisce nitidamente la concretezza di tale processo: si pensi alla terra, che attraverso le enclosures inglesi viene sottratta alla codificazione feudale dei diritti comuni per essere trasformata in proprietà privata alienabile, ovvero in merce; o si consideri il lavoro, laddove la figura del servo o dell’artigiano, un tempo inscritta in identità sociali fissate, viene trasfigurata nel lavoratore “doppiamente libero” di cui parlava Marx, svincolato dai legami di servitù ma parimenti espropriato di ogni mezzo di produzione. Persino il denaro, che nelle società precapitalistiche rimaneva confinato entro funzioni rituali o proibizioni religiose, si decodifica qui in capitale, ovvero in puro flusso astratto la cui unica finalità risiede nella propria autoriproduzione.

Tuttavia, è essenziale osservare come questa tendenza alla deterritorializzazione generalizzata, quel dissolversi nell’aria di ogni solidità già evocato nel Manifesto, non basti da sola a istituire il regime capitalistico. Sebbene la storia abbia conosciuto molteplici momenti di decodificazione locale, questi venivano sistematicamente riassorbiti o ricodificati dalle strutture sociali vigenti. Il salto qualitativo verso la macchina capitalistica avviene esclusivamente quando si produce la congiunzione fatidica di flussi decodificati eterogenei: l’incontro tra la ricchezza astratta divenuta capitale, la forza-lavoro espropriata e i mezzi di produzione resi disponibili. È in questa asimmetria dello scambio, dove il capitalista acquista la capacità creativa della forza-lavoro per estrarne plusvalore, che D&G rintracciano non solo un fatto economico, ma un vero e proprio “evento desiderante”. In questa luce, il capitalismo non è che il desiderio stesso che si decodifica, liberandosi dalle antiche catene territoriali per farsi flusso astratto e illimitato.

Dall’Ermeneutica del Codice alla Logica dell’Assiomatica

Il passaggio fondamentale che ci permette di penetrare la natura del capitalismo risiede nel riconoscimento di una mutazione strutturale profonda: il capitalismo non agisce come un codice, bensì come un’assiomatica. Per comprendere la portata di tale affermazione, è necessario operare un breve ma essenziale excursus nel linguaggio formale, dove la differenza tra questi due sistemi appare cristallina. Se in formali il codice si configura come un sistema di corrispondenze fisse e qualitative, si pensi al codice Morse, dove ogni segno rimanda univocamente a un significato determinato, l’assiomatica si muove su un terreno radicalmente diverso. Essa è un sistema formale fondato su proposizioni iniziali indimostrate, gli assiomi, dai quali si deducono teoremi mediante operazioni puramente quantitative. Nell’assiomatica di Peano per l’aritmetica, ad esempio, l’essenza del numero svanisce in favore delle sue relazioni formali: non importa cosa sia il numero in sé, ma solo che rispetti le regole di successione e operatività del sistema.

Traslando questa logica nell’analisi sociale, emerge la frattura tra le società codificate e la macchina capitalistica. Nelle formazioni selvagge e dispotiche, ogni flusso, sia esso di terra, sangue o lavoro, è investito di un senso qualitativo denso: la terra è sacra, il lignaggio è nobile, il denaro è percepito come sterco del demonio. Ogni elemento occupa una posizione precisa in un sistema di senso collettivo “caldo” e significante. Al contrario, il capitalismo opera una neutralizzazione assiomatica: ad esso non interessa il contenuto qualitativo dei flussi, ma solo la loro capacità di essere quantificati e di obbedire agli assiomi fondamentali del sistema. Che si tratti di massimizzazione del profitto, di equivalenza generale delle merci o di proprietà privata, tutto ciò che si piega a queste regole formali viene integrato, mentre il contenuto concreto diventa indifferente. La macchina non si interroga se il prodotto sia un’arma o un bene di prima necessità, né se il lavoro sia nobilitante o alienante; l’unico requisito è che esso generi plusvalore e rispetti la coerenza del calcolo.

Questa “freddezza” formale costituisce la sconcertante novità del capitalismo: la sua indifferenza ai contenuti lo rende compatibile con qualunque cultura, religione o ideologia politica, dalla Cina post-maoista al Golfo islamico. Finché non viene bloccata la circolazione del capitale, l’assiomatica può colonizzare ogni forma di vita, svuotandola dei suoi divieti sacrali per rifondarla su basi mercantili. È una potenza che agisce per saturazione: ogni qualvolta emerge un fenomeno potenzialmente antagonista, il sistema non soccombe, ma aggiunge un nuovo assioma per riassorbirlo. Le lotte operaie vengono così tradotte nell’assioma del welfare state, le rivendicazioni di genere vengono integrate come espansione del mercato del lavoro e la crisi ecologica viene rifunzionalizzata attraverso il paradigma del “capitalismo verde”. In questo modo, ogni critica viene neutralizzata non tramite la repressione, ma attraverso una traduzione assiomatica che rende l’opposizione calcolabile, mercificabile e, in ultima istanza, funzionale alla riproduzione del sistema stesso.

3. Il Limite Interno e la Caduta del Saggio di Profitto

Se l’assiomatica capitalistica si distingue per questa sua formidabile capacità di espansione e riassorbimento, essa non è tuttavia esente da una contraddizione interna che ne mina costantemente la stabilità. Per D&G, il capitalismo è un sistema che si sposta continuamente verso il proprio limite, ma lo fa attraverso un paradosso: esso produce il proprio limite interno proprio mentre cerca di superarlo. Qui la loro analisi incontra la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, un concetto che occorre chiarire per comprendere come la tecnologia stessa diventi l’arma a doppio taglio del capitale.

In termini semplici, il plusvalore, ovvero il profitto del capitalista, non nasce dalle macchine o dalle materie prime, ma unicamente dal lavoro umano “vivo”. Solo l’essere umano, infatti, è in grado di produrre più valore di quello necessario alla propria sussistenza (il salario). Tuttavia, la concorrenza spietata spinge ogni capitalista a investire massicciamente in nuove tecnologie e macchinari automatizzati per produrre di più e più velocemente. Si verifica così uno sbilanciamento fatale: nella composizione del capitale, la quota destinata alle macchine (lavoro morto) cresce a dismisura rispetto alla quota destinata ai lavoratori (lavoro vivo). Poiché solo il lavoro vivo genera profitto, più il sistema si automatizza, più la redditività generale, il “saggio di profitto”, tende paradossalmente a scendere. Il capitale, nella sua corsa febbrile verso l’efficienza tecnologica, finisce per erodere la base stessa della sua ricchezza.

Questa dinamica trasforma il limite in un orizzonte mobile. Il capitalismo non crolla semplicemente sotto il peso di questa legge, ma reagisce spostando il limite più in là, attraverso quella che D&G definiscono una “deterritorializzazione relativa”. Quando il profitto cala nel centro del sistema, il capitale deve invadere nuovi territori, mercificare nuovi desideri o inventare nuovi settori industriali. È una fuga in avanti perpetua: la macchina capitalistica civilizzata deve decodificare nuovi flussi proprio per compensare l’esaurimento di quelli precedenti.

Tuttavia, questo movimento genera una tensione insostenibile tra la tendenza del capitale a fluire liberamente, abbattendo ogni ostacolo (la decodificazione), e la necessità di mantenere un controllo sociale, una “riterritorializzazione” che impedisca al sistema di esplodere. È in questa fessura che si inserisce il desiderio: il capitalismo libera flussi di desiderio che non riesce più a contenere interamente entro la sua assiomatica, aprendo la possibilità di quella “linea di fuga” che è, al tempo stesso, la massima speranza e il massimo pericolo del pensiero dell’Anti-Edipo.

4. La Dialettica dei Flussi: Deterritorializzazione Relativa e Assoluta

L’analisi si sposta ora su un binomio concettuale che rappresenta il vero motore dinamico della macchina capitalistica: la distinzione tra deterritorializzazione relativa e assoluta. Abbiamo già osservato come il capitalismo agisca come il più formidabile agente di deterritorializzazione della storia, capace di sciogliere ogni vincolo ancestrale e di astrarre ogni realtà materiale; tuttavia, è essenziale comprendere che, in prima istanza, questo movimento non è mai un fine, bensì un mezzo. Il capitale, infatti, deterritorializza solo per poter riterritorializzare altrove.

Questo movimento di deterritorializzazione relativa descrive un processo in cui i flussi, una volta liberati dai loro territori tradizionali, come la terra, il sangue o la comunità organica, vengono immediatamente ricatturati entro nuovi territori artificiali e funzionali al sistema: il denaro, la merce, il mercato, lo Stato e persino la famiglia nucleare. Si tratta di una strategia di flessibilità estrema: il capitale distrugge i vincoli feudali non per lasciarci “liberi” in senso ontologico, ma per istituire il contratto di lavoro salariato; dissolve la famiglia patriarcale estesa per fondare la cellula borghese; scioglie le corporazioni artigiane per dar vita ai sindacati. In questo senso, la deterritorializzazione relativa è la condizione stessa dell’innovazione capitalistica: essa permette al sistema di adattarsi e rinnovarsi perpetuamente, senza mai perdere il controllo sovrano sui flussi che ha liberato.

Eppure, al cuore di questo processo, pulsa una minaccia che il capitalismo stesso contribuisce a generare: la deterritorializzazione assoluta. Se la versione relativa è una cattura, quella assoluta è la fuga che si sottrae a ogni tentativo di ricomposizione; è ciò che D&G identificano con la linea della schizofrenia intesa come processo. Occorre qui distinguere nettamente lo “schizo” dalla patologia clinica, che spesso non è altro che una riterritorializzazione coatta operata dalla psichiatria, per guardare invece alla figura del desiderio che spinge la decodificazione fino al suo limite estremo.

Lo schizo incarna il desiderio che rifiuta ogni assioma, ogni territorio e ogni identità prefissata, ponendosi come pura molteplicità e divenire: egli è il flusso che non accetta di essere né operaio né borghese, né uomo né donna, né sano né malato. È proprio qui che si gioca la partita decisiva della macchina capitalistica: essa produce inevitabilmente questa tendenza alla fuga (perché ne ha bisogno per decodificare il reale), ma contemporaneamente la teme come un pericolo mortale per la propria assiomatica. Il capitale si trova dunque costretto a bloccare continuamente questa emorragia di senso, reimprigionando i flussi in nuove strutture di contenimento. Ed è precisamente in questa frizione, in questo disperato bisogno di controllo, che entra in gioco il dispositivo dell’Edipo.

5. Edipo come Riterritorializzazione Reattiva

In questo passaggio, il cerchio si chiude su quanto analizzato nelle fasi preliminari del nostro studio riguardo al complesso edipico, svelandone la natura profondamente politica. Se è vero che il capitalismo decodifica incessantemente ogni flusso sociale, dalla produzione al lavoro, dalla ricchezza ai legami comunitari, è altrettanto vero che questa deterritorializzazione generalizzata porta con sé un rischio sistemico: la produzione di soggetti “schizo”, figure radicalmente incontrollabili poiché prive di ancoraggi identitari. Per scongiurare tale deriva, la macchina capitalistica opera una mossa geniale quanto subdola: mentre decodifica selvaggiamente sul piano economico-sociale, ricodifica con altrettanta forza sul piano familiare e privato.

È qui che interviene la triangolazione edipica come strumento di cattura. La famiglia nucleare borghese cessa di essere una semplice unità biologica per trasformarsi nel luogo di una ricodificazione artificiale, dove i flussi desideranti vengono forzatamente ricondotti alla triade “papà-mamma-bambino”. Il desiderio, che per sua natura investirebbe l’intero campo sociale (le fabbriche, le strade, le stelle, le rivoluzioni), viene privatizzato, interiorizzato e, in ultima istanza, “familiarizzato”. La psicanalisi si configura allora come la dottrina che naturalizza questa operazione di polizia psichica: essa insegna che ogni tensione esistenziale non è che un rinvio ai genitori, riducendo ogni desiderio politico o sociale a una mera “sublimazione” o a uno “spostamento” del conflitto edipico. In questo regime di pensiero, l’opposizione al potere diventa un desiderio di parricidio simbolico e la ribellione al sistema una nevrosi infantile.

Edipo svolge dunque una duplice e fondamentale funzione nel mantenimento dell’ordine capitalistico. Da un lato, funge da riterritorializzazione, offrendo un territorio fisso e rassicurante (la famiglia) in un mondo in cui tutto il resto si dissolve; dall’altro, agisce come strumento di normalizzazione, producendo soggetti “nevrotici” anziché “psicotici”. Il nevrotico, in questa prospettiva, è il cittadino ideale: colui che ha interiorizzato la Legge, paterna, sociale e simbolica, e che vive in uno stato di perenne mancanza e colpa, orientando il proprio desiderio verso il consumo e la produzione senza mai metterne in discussione le fondamenta. Al contrario, lo psicotico, e in particolare lo schizofrenico come processo, rappresenta l’ingovernabile: colui che non ha introiettato il divieto e continua a operare nel regime produttivo del desiderio. La psicanalisi, concludono D&G, tradisce così il suo potenziale emancipativo per divenire un sofisticato apparato di controllo sociale, incaricato di curare i soggetti per renderli compatibili con l’assiomatica del capitale.

6. Tra Negazione e Accelerazione: Le Ombre di Žižek e Land

Prima di trarre le conclusioni di questo percorso sulla macchina capitalistica, è doveroso volgere lo sguardo verso il futuro, anticipando come le tesi dell’Anti-Edipo siano state riprese e radicalmente trasfigurate da due dei pensatori più influenti del nostro tempo: Slavoj Žižek e Nick Land. È nel confronto con queste figure che la teoria di D&G rivela la sua natura di crocevia speculativo, capace di generare risposte antitetiche alla medesima crisi di civiltà.

Slavoj Žižek, pur accogliendo i pilastri dell’analisi deleuzo-guattariana, dalla natura assiomatica del capitale al carattere produttivo del potere, opera un brusco arresto dinanzi all’ipotesi di una “linea di fuga” schizofrenica. Per Žižek, che rimane ancorato alla lezione lacaniana, l’idea di una deterritorializzazione assoluta capace di liberarci dall’assiomatica è una seducente ma pericolosa illusione vitalistica. Il suo assunto è che il soggetto non sia una sorgente di desiderio pieno e pre-edipico, bensì un’entità costitutivamente barrata, segnata da una mancanza ontologica che nessuna liberazione sociale potrebbe colmare. La castrazione simbolica non è un accidente storico o un’imposizione del capitale, ma la condizione trascendentale stessa del desiderio. Ne consegue che non esiste un “fuori” salvifico, un desiderio vergine da ritrovare una volta abbattute le sovrastrutture dello Stato o di Edipo; per Žižek, il desiderio è sempre-già abitato dalla negatività, e l’unica prassi politica possibile consiste nell’attraversare il capitalismo, assumendone le contraddizioni interne senza la speranza di una fuga definitiva verso una libertà schizoide.

All’estremo opposto troviamo Nick Land, il quale sceglie di prendere D&G alla lettera, radicalizzandone le tesi fino a un punto di non ritorno. Se il capitalismo è, per sua natura, un processo di deterritorializzazione che scioglie ogni legame solido, allora la soluzione non risiede nella resistenza, ma nell’accelerazione parossistica di questo movimento. Land rifiuta ogni tentativo di ricodificazione o di salvaguardia del “vecchio mondo”: l’obiettivo non è salvare l’umano o la società, ma spingere il capitale oltre i suoi stessi limiti fino a provocare un collasso sistemico o, meglio, una trasmutazione radicale.

In questa prospettiva, che Land definisce “xenogenesi” o deterritorializzazione terminale, il capitalismo non è che il preludio all’emergere di intelligenze artificiali, cyborg e forme di vita post-umane completamente aliene rispetto all’orizzonte edipico e familiare. È una visione apocalittica e profondamente disturbante che pone una domanda brutale: se il processo di decodificazione è davvero inarrestabile, perché fermarsi a metà strada nel tentativo di proteggere un’identità umana che il capitale ha già condannato? Perché non lasciare che la macchina termini la sua opera di dissoluzione?

7. Conclusioni provvisorie: Verso la Linea di Fuga

Al termine di questa ricognizione sulla macchina capitalistica civilizzata, il panorama che si delinea è tanto lucido quanto inquietante. Abbiamo visto come il capitalismo non sia un semplice sistema economico, ma una potente assiomatica capace di operare una decodificazione integrale dei flussi tradizionali, svuotando di senso ogni codice per ridurlo a pura grandezza quantificabile. In questo movimento perpetuo di deterritorializzazione relativa, il capitale distrugge i territori del passato per rifondarne incessantemente di nuovi, artificiali, precari e funzionali alla propria riproduzione, nel tentativo di gestire la propria instabilità costitutiva.

Tuttavia, il cuore del problema risiede nel “prodotto di scarto” più pericoloso di questa macchina: quella tendenza alla deterritorializzazione assoluta incarnata dallo schizo, che il sistema produce necessariamente ma che deve parimenti reprimere. Come abbiamo osservato, Edipo non è che il guardiano di questa frontiera, il dispositivo incaricato di riterritorializzare sul privato-familiare ciò che rischierebbe di eccedere l’ordine sociale. Da qui scaturiscono gli interrogativi che segneranno il prosieguo del nostro dialogo filosofico e che definiscono le fratture tra i pensatori contemporanei.

È davvero possibile tracciare una linea di fuga che non venga immediatamente riassorbita dall’assiomatica? Se per D&G la risposta risiede nella scommessa di un desiderio rivoluzionario capace di sabotare la macchina, per Žižek ogni tentativo di fuga si scontra con l’insormontabile barriera di un soggetto strutturalmente mancante, per il quale non esiste alcun “fuori” al di là del simbolico. E qualora questa fuga fosse possibile, dove ci condurrebbe? Verso la xenogenesi post-umana profetizzata da Land, o verso una nuova forma di soggettività ancora tutta da inventare?

Nel prossimo articolo affronteremo il nucleo più incandescente di queste domande: analizzeremo la schizofrenia non come patologia, ma come processo rivoluzionario, esplorandone i rischi fatali e cercando di capire se sia realmente desiderabile, o anche solo possibile, “uscire” dal capitalismo seguendo le sue stesse linee di fuga, fino alle loro estreme conseguenze.


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