Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Alcesti di Euripide. Parte terza: Ospitalità, trasgressione, rituale

La ξενία come legge inviolabile: Eracle ospite nel lutto

Mentre la casa di Admeto è ancora immersa nel lutto, mentre si preparano le esequie di Alcesti, arriva un ospite inatteso, Eracle, l’eroe per eccellenza, figlio di Zeus e di Alcmena mortale, impegnato nell’esecuzione delle dodici fatiche. Sta attraversando la Tessaglia diretto verso la Tracia, dove deve catturare le cavalle antropofaghe di Diomede (ottava fatica secondo alcune versioni del mito). Chiede ospitalità ad Admeto, suo ξένος (xénos), termine che designa simultaneamente l’ospite e lo straniero, il forestiero che chiede protezione e l’amico legato da vincoli di ospitalità ereditaria. La ξενία (xenía) è un’istituzione centrale nella cultura aristocratica greca arcaica, forse l’istituzione più sacra dopo la famiglia stessa. Rifiutare ospitalità a uno ξένος che la chiede è un’offesa gravissima, una trasgressione che attira la vendetta divina. Zeus stesso è invocato come Ξένιος (Xénios, protettore degli ospiti), e punisce severamente chi viola i doveri dell’ospitalità. I servi di Admeto, vedendo arrivare Eracle, sono allarmati: “Come possiamo accogliere un ospite mentre siamo in lutto?” La casa è contaminata dalla morte, i rituali funebri sono in corso, manifestare ospitalità conviviale (offrire cibo, vino, conversazione piacevole) sembra incompatibile con il manifestare lutto (piangere, vestire abiti scuri, astenersi da piaceri).

Ma Admeto, appena informato dell’arrivo di Eracle, insiste che resti, che sia accolto con tutti gli onori: “Accompagnatelo verso gli appartamenti degli ospiti lontani dal palazzo, e dite agli incaricati di aprire le sale e preparare cibo abbondante”. Ordina esplicitamente che nessuno informi Eracle della morte di Alcesti: “Chiudete le porte del cortile, perché non è decoroso che gli ospiti, banchettando, sentano lamenti”. Admeto organizza una messa in scena: Eracle deve credere che nella casa tutto proceda normalmente, che non ci sia lutto, che possa banchettare tranquillamente. Per realizzare questa finzione, Admeto deve nascondere la verità, deve mentire (o almeno dissimulare) sulla morte di Alcesti. Il servo che accoglie Eracle cerca timidamente di dissuaderlo: “Admeto, c’è lutto in questa casa”. Ma Admeto lo interrompe e fornisce una versione parzialmente mendace: “È morta una ξένη [straniera], ἀλλοτρία [estranea alla casa]”. Tecnicamente la formulazione è ambigua: Eracle potrebbe intenderla come “una straniera che abitava presso di noi” (il che sarebbe vero in senso metaforico, dal momento che Alcesti veniva da Iolco, quindi era “straniera” rispetto a Fere), ma è chiaro che Admeto vuole ingannare Eracle facendogli credere che la morta non sia membro della famiglia, che il lutto sia quindi meno grave, che l’ospitalità sia ancora possibile.

Perché Admeto accoglie Eracle nonostante il lutto? I servi lo interrogano esplicitamente: “Padrone, in un momento di sventura come questo, come ti viene in mente di ospitare qualcuno?”. La risposta di Admeto è duplice. Primo, un argomento pratico: “Se lo cacciassi via dalla casa e dalla città, mi loderesti di più? No, certo: la mia sventura non sarebbe diminuita, e io in più sarei chiamato inospitale (ἄξενος, áxenos)”. Rifiutare ospitalità aggiungerebbe disonore a dolore, Admeto perderebbe τιμή (onore, reputazione), sarebbe accusato di ξενοφοβία (xenophobía, odio verso gli stranieri), violerebbe la legge divina. Secondo, un argomento affettivo: “La casa di Admeto sa accogliere gli ospiti e non è inospitale”. Admeto rivendica identità della propria casa come luogo ospitale per tradizione, i suoi antenati hanno sempre praticato ξενία, lui non può essere il primo a violarla. Ma c’è terzo motivo, non esplicitato ma sottinteso: Admeto spera che accogliendo Eracle (dio o semidio, figlio di Zeus) possa ottenere qualche beneficio divino. Non sa ancora che Eracle salverà Alcesti, ma intuisce che trattare bene uno così potente “non può far male”. C’è un calcolo implicito, pratico ξενία generosa verso Eracle oggi, forse domani Eracle mi ricambierà. Questo calcolo non è cinico ma è logica normale della χάρις: chi dà χάρις si aspetta (legittimamente) contraccambio. La ξενία instaura un debito di gratitudine: Eracle, beneficiando dell’ospitalità di Admeto, si sente obbligato a ricambiare.

Il conflitto tra ospitalità e lutto è un conflitto tra due doveri sacri: da un lato, il dovere di piangere i morti, di rispettare i rituali funebri, di manifestare pubblicamente il dolore; dall’altro lato, il dovere di accogliere gli ospiti, di rispettare la ξενία, di manifestare generosità. Normalmente i due doveri non confliggono (non arrivano ospiti durante funerali), ma quando confliggono, quale prevale? Admeto sceglie l’ospitalità: accoglie Eracle a costo di dissimulare il lutto, di violare (parzialmente) i rituali funebri, di fingere normalità. Questa scelta rivela una gerarchia di valori: per l’aristocratico greco, la ξενία è così fondamentale che prevale persino sul lutto. Ma questa scelta ha un costo: Admeto deve reprimere pubblicamente il proprio dolore. Non può piangere apertamente (Eracle sentirebbe), non può vestire abiti funebri (Eracle vedrebbe), non può compiere rituali luttuosi rumorosi (γόος, percussione del petto) perché disturberebbero l’ospite. Deve fingere normalità, felicità, convivialità. È una dissociazione violenta, dentro Admeto è straziato dal dolore, fuori deve apparire sereno. Il coro riconosce questa violenza e loda Admeto per la sua σοφία (sophía, saggezza) nell’accogliere Eracle: “Sempre la casa di Admeto è ospitale”. Ma la lode è ambigua: è davvero σοφία accogliere un ospite mentre si piange un morto? O è ὕβρις (hýbris, tracotanza), violazione dei limiti, trasgressione del dovuto?

L’ospitalità nell’Alcesti genera una catena complessa di χάρις (reciprocità) che attraversa tutto il dramma. Primo anello: Apollo ha servito come pastore presso Admeto per un anno (punizione divina per aver sterminato i Ciclopi). Durante questo servizio, Admeto ha trattato Apollo con rispetto, onore, generosità. Apollo, grato, ricambia con un dono (possibilità di differire la morte attraverso una sostituzione). Secondo anello: Alcesti offre χάρις suprema ad Admeto (sacrifica la vita), Admeto promette χάρις simbolica ad Alcesti (fedeltà, lutto perpetuo, cura dei figli). Terzo anello: Admeto offre ospitalità generosa a Eracle (nel momento più difficile della propria vita), Eracle ricambia con la salvezza di Alcesti. La catena non è casuale ma strutturale. Ogni atto di χάρις genera un nuovo atto di χάρις, creando una rete di reciprocità che lega dei, eroi, mortali. La ξενία è la forma paradigmatica di χάρις: l’ospite riceve protezione, cibo, doni; l’ospitante riceve onore, reputazione, un potenziale alleato. Ma soprattutto, la ξενία crea φιλία. Chi è stato ospitato diventa φίλος (amico) perpetuo, legato da un vincolo che dura generazioni. I figli dell’ospitante e i figli dell’ospite si riconoscono reciprocamente come ξένοι, anche se non si sono mai incontrati.

Il quarto stasimo, cantato dopo la partenza di Eracle verso il funerale, celebra esplicitamente questa generosità di Admeto: “Sempre ospitale è stata la casa di Admeto […] Anche Apollo, citaredo, non disdegnò di dimorare in questa casa e di fare il pastore sui colli”. Il coro riconosce che la φιλοξενία (philoxenía, amore per gli ospiti) di Admeto non è eccezionale oggi (con Eracle) ma è caratteristica permanente della sua casa. Anche Apollo, dio supremo, aveva beneficiato di questa ospitalità. La casa di Admeto è un luogo dove si pratica sistematicamente la ξενία, dove gli stranieri sono accolti, dove la χάρις circola liberamente. Ma la catena della χάρις ha anche rovescio oscuro: Thanatos, nel prologo, aveva rifiutato di concedere la χάρις ad Apollo risparmiando Alcesti. “Farà ciò che deve [Eracle salverà Alcesti], ma non avrà la mia χάρις”. Thanatos nega la reciprocità, non entra nel circuito dello scambio, non accetta di dare per ricevere. La morte interrompe ogni χάρις, mette fine a ogni relazione. Per questo la vittoria di Eracle su Thanatos è vittoria della χάρις sulla morte, è riaffermazione della possibilità dello scambio, della reciprocità, della relazione contro la forza che vuole interrompere ogni relazione.

Eracle ubriaco: il dionisiaco nel cuore del lutto

Eracle, ignaro del lutto, banchetta nella sala degli ospiti. Beve vino abbondantemente, mangia, canta. La scena è descritta dal servo che entra indignato. “Quest’uomo [Eracle], entrato nelle nostre sale, non ha avuto rispetto per la sventura della casa: pur sapendo che siamo in lutto, è entrato ugualmente. E non ha accettato con moderazione l’ospitalità offerta, ma se qualcosa mancava, ci ordinava di portarlo. Prese in mano coppe di foglie di edera e bevve vino nero puro [non diluito con acqua, come era costume], finché il fuoco ardente del vino lo riscaldò. Si incoronò il capo con rami di mirto e ululava stonando. C’erano due canti: lui cantava senza curarsi delle sventure di Admeto, noi servi gemevamo per la padrona”. Il contrasto è stridente, quasi insopportabile: Eracle canta e beve, i servi piangono. Eracle celebra la vita con eccesso dionisiaco, la casa è immersa nel lutto più profondo. L’εἰρωνεία (eirōneía, ironia tragica) è massima. Lo spettatore sa ciò che Eracle non sa (Alcesti è morta), quindi la gioia di Eracle appare oscena, offensiva. Ma Eracle non sta trasgredendo intenzionalmente, è vittima dell’inganno di Admeto, crede davvero che la morta sia “straniera estranea alla casa”, quindi si comporta normalmente.

La descrizione del servo enfatizza l’eccesso di Eracle: beve vino “nero puro” (οἴνου μέλανος ἄκρατον, cioè non diluito. Nella cultura greca, bere vino puro è segno di βαρβαρότης (barbarótēs, barbarie): i Greci civilizzati diluivano sempre il vino con acqua (rapporto variabile da 1:1 a 1:3). Bere vino puro è un comportamento da Sciti, da Traci, da barbari. Eracle qui è rappresentato come figura al limite della civiltà: ha forza sovrumana ma maniere brutali, è figlio di Zeus ma si comporta come selvaggio. Si incorona con mirto (pianta di Afrodite, associata a banchetti e amore) e “ulula stonando” (παρᾴδων ἤλαλαζεν. Il verbo ἀλαλάζω (alalázō) indica grido acuto, quasi animale, grido di guerra o di ebbrezza. Ma questa rappresentazione “comica” di Eracle non è pura degradazione: è anche celebrazione della vitalità, dell’energia corporea, della φύσις che resiste alla morte. Eracle rappresenta il principio dionisiaco: eccesso, ebbrezza, piacere immediato, rifiuto di sottomettersi a norme. È Dioniso mascherato, dio dell’ebbrezza che irrompe nella tragedia apollinea del lutto controllato. E significativamente, sarà proprio Eracle-Dioniso a vincere Thanatos, a riportare Alcesti dalla morte. La tragedia sembra suggerire che solo l’eccesso vitale può contrastare la morte, che solo chi celebra la vita con pienezza corporea può strappare qualcuno all’Ade.

Il servo rimprovera aspramente Eracle: “Straniero, perché ti dico questo? Perché tu sappia quanto male fai. Potevi forse piangere? No. Non conoscevi la sventura. Ma io la conosco e piango”. Il servo cerca di far vergognare Eracle: “Come osi festeggiare mentre noi piangiamo?”. Ma Eracle risponde con logica completamente diversa, logica che rovescia il rimprovero: “Se è morta una straniera, come dici, perché piangete così tanto? Dove sono i padroni di casa?”. Eracle ha ragione secondo le informazioni che possiede: se davvero la morta fosse straniera estranea alla famiglia, il lutto dei servi sarebbe eccessivo. Il servo allora rivela la verità: “È morta la moglie di Admeto”. Eracle, sobrio all’istante (la sobrietà improvvisa è topos comico, l’ubriaco che scopre una notizia grave recupera immediatamente lucidità), capisce di essere stato ingannato e si indigna: “Perché non me l’hai detto? Perché Admeto mi ha accolto pur essendo in lutto?”. Ma poi, invece di offendersi, riconosce la grandezza di Admeto: “Ha avuto rispetto per me anche nella sventura, non ha voluto cacciarmi via. Oh misero, che amico hai perduto!”. Prima però, quando ancora ignorava la verità, Eracle aveva pronunciato un breve discorso filosofico che merita attenzione. Il servo gli aveva detto “sei inopportuno con la tua allegria”, ed Eracle risponde: “Ma se è morta una straniera, dovevo forse piangere?”. Poi allarga il discorso: “Tutti i mortali devono morire (βροτοῖσι ἅπασι κατθανεῖν ὀφείλεται. Non c’è nessuno tra i mortali che sappia se vivrà il giorno di domani (οὐκ ἔστι θνητῶν ὅστις ἐξεπίσταται / τὴν αὔριον μέλλουσαν εἰ βιώσεται). Il risultato della τύχη [fortuna] è oscuro e non può essere insegnato né catturato con τέχνη [arte]. Ascoltando questo da me e imparando, rallegrati (εὐφραίνου, euphraínou), bevi, considera tuo il giorno presente, il resto è della Τύχη”.

Questo è puro carpe diem epicureo: accettare la mortalità, non illudersi di poter controllare il futuro, vivere pienamente il presente. Eracle riconosce l’ineluttabilità della morte (tutti devono morire) ma ne deduce un invito edonistico: quindi goditi la vita finché puoi. La morte è certa, il momento della morte è incerto, quindi ogni giorno va vissuto come se fosse l’ultimo. Non una preparazione ascetica alla morte (come vorrebbero i filosofi che disprezzano il corpo e i piaceri), ma celebrazione vitale del presente. Il vino, il canto, l’allegria non sono fuga dalla realtà della morte ma un riconoscimento lucido che la vita è breve, quindi va goduta intensamente. Anche Ferete nell’agone con Admeto rivendica la φιλοψυχία (amore per la vita) come un fatto naturale, anche Ferete dice che tutti vogliono vivere il più a lungo possibile. Ma Ferete era difensivo, giustificava il proprio rifiuto di morire. Eracle invece è affermativo, celebra la vita non per giustificare qualcosa ma per vivere pienamente. La φύσις (natura) non è solo istinto di autoconservazione (non voglio morire) ma anche istinto di godimento (voglio vivere intensamente).

La contrapposizione tra Apollo ed Eracle che struttura l’Alcesti può essere letta attraverso le categorie nietzscheane di apollineo e dionisiaco. Nietzsche, nella Nascita della tragedia (1872), sostiene che la tragedia greca nasce dalla tensione tra due princìpi, l’apollineo (forma, misura, bellezza, razionalità, individuazione, sogno) e il dionisiaco (ebbrezza, dismisura, caos, dissoluzione dei confini individuali, estasi). Apollo è il dio della luce, della forma definita, della μουσική ordinata; Dioniso è il dio del vino, dell’ebbrezza, della mania (follia divina), del coro tragico che danza in estasi. Nell’Alcesti questa tensione è esplicitamente tematizzata: Apollo apre il dramma (prologo) come dio razionale che cerca di negoziare con Thanatos, che ha ottenuto una dilazione attraverso il δόλος (astuzia), che promette una soluzione controllata (Eracle verrà e salverà Alcesti). Eracle chiude il dramma (esodo) come una figura dionisiaca: corporeo, vitale, eccessivo, ubriaco, capace di usare βία (forza bruta) invece di λόγος (ragione). Apollo fallisce nel salvare Alcesti, può solo differire la morte, non annullarla. Eracle ci riesce e riporta Alcesti dall’Ade.

La tragedia sembra suggerire che l’apollineo (razionalità, misura, controllo) è insufficiente di fronte alla morte. Apollo può ingannare le Moire, può ottenere dilazione, ma non può vincere Thanatos. Solo il dionisiaco (eccesso vitale, forza corporea, ebbrezza) può affrontare la morte e vincerla. Eracle deve essere dionisiaco (bere, cantare, celebrare la vita) per poter scendere nell’Ade. Un eroe apollineo (misurato, razionale, controllato) non avrebbe la forza necessaria. Ma attenzione, Nietzsche sostiene che la tragedia vera nasce dalla sintesi di apollineo e dionisiaco, non dal trionfo di uno sull’altro. Il coro dionisiaco ha bisogno della forma apollinea (metro, parole, struttura drammatica) per esprimersi; la forma apollinea ha bisogno dell’energia dionisiaca (pathos, emozione, vita) per non essere vuota. Nell’Alcesti però non c’è sintesi armonica, c’è convivenza stridente, quasi grottesca. Apollo e Dioniso-Eracle non si fondono ma si giustappongono, creando una tensione irrisolta.

Nell’esodo, Eracle ritorna portando una donna velata. La presenta ad Admeto come “premio vinto ai giochi pubblici”, chiede di custodirla in casa finché lui torni dalle sue fatiche. Admeto rifiuta: “Non posso accogliere una donna in casa, ho promesso ad Alcesti di non risposarmi”. Eracle insiste: “È solo questione di ospitalità temporanea, non di matrimonio”. Admeto esita: “Temo il giudizio della gente, temo di offendere Alcesti morta”. Eracle preme: “Fai questo per me, in nome della nostra φιλία”. Admeto cede riluttante: “Accolgo questa donna, anche se controvoglia”. La scena mette in atto il problema filosofico dell’ospitalità verso l’altro irriconoscibile. Admeto deve accogliere qualcuno senza sapere chi sia, la donna è velata, non parla, potrebbe essere chiunque. Deve compiere un atto di fede, di fiducia nella parola di Eracle. Questa è ospitalità nel senso più radicale: accogliere l’alterità assoluta, aprirsi allo straniero senza garanzie, senza conoscenza preventiva, senza possibilità di controllo.

Perché Euripide inserisce una scena comica (Eracle ubriaco) nel cuore di una tragedia sul lutto? Domanda cruciale per interpretare lo statuto dell’Alcesti. Potrebbe essere un elemento satiresco residuale (l’Alcesti era rappresentata “al posto” del dramma satiresco, quindi mantiene tracce di quello che avrebbe dovuto essere); oppure la scelta di un contrasto drammaturgico (il comico rende più tragico il ritorno al dolore: dopo aver riso, lo spettatore sente più acutamente il dolore); o meglio ancora, una necessità ontologica (solo l’eccesso dionisiaco può vincere Thanatos, quindi la comicità di Eracle non è ornamento ma condizione della salvezza). Quest’ultima interpretazione è più profonda. Eracle deve essere “comico” (eccessivo, corporeo, vitale, smodato) per poter compiere un’impresa “tragica” (scendere nell’Ade, affrontare Morte, riportare Alcesti). La distinzione tra comico e tragico non è assoluta ma relativa: ciò che appare comico (ubriachezza di Eracle) si rivela tragicamente necessario. Il riso e il pianto non sono opposti inconciliabili ma sono due modi di rapportarsi alla stessa realtà (la mortalità umana, la precarietà della vita).

Nell’Alcesti l’elemento comico non è confinato in un genere separato (dramma satiresco), ma irrompe nella tragedia stessa, contamina il registro tragico, crea un ibrido stridente. Questa contaminazione dei generi è caratteristica dell’Euripide maturo: Ifigenia in Tauride, Elena, Ione mescolano elementi tragici e proto-romanzeschi, finali felici e peripezie avventurose. La mescolanza di riso e pianto nell’Alcesti anticipa la tragicommedia moderna (Shakespeare, Calderón, Goldoni), un genere dove serio e comico convivono senza sintetizzarsi, dove la vita è rappresentata nella sua complessità (insieme dolorosa e ridicola), dove non c’è catarsi definitiva ma oscillazione continua tra emozioni contraddittorie.

Ospitalità e ostilità: accogliere l’ospite impossibile

Jacques Derrida, in De l’hospitalité (1997) e Politiques de l’amitié (1994), distingue tra hospitalité conditionnée (ospitalità condizionata) e hospitalité inconditionnée (ospitalità incondizionata). L’ospitalità condizionata è quella praticabile: accolgo l’ospite se riconosco che è ξένος legittimo, se si identifica, se accetta le regole della mia casa, se resta un tempo limitato. Pongo delle condizioni: chi sei? Da dove vieni? Cosa vuoi? Quanto ti fermi? L’ospitalità condizionata è un’ospitalità calcolata, controllata, sicura. L’ospitalità incondizionata invece è accogliere l’altro senza porre condizioni, senza chiedere identità, senza limiti temporali. È apertura totale all’alterità: “vieni, chiunque tu sia, entra nella mia casa, resta quanto vuoi”. Ma questa ospitalità incondizionata è impossibile da praticare. Se accolgo chiunque senza condizioni, rischio di essere invaso, sopraffatto, distrutto. L’ospite (hôte in francese, da hostis latino) è sempre potenzialmente ostile (hostile), perché accogliere l’altro significa rischiare di essere travolti dall’alterità. Derrida nota che hostis in latino significa sia “ospite” sia “nemico”: l’ambiguità non è accidentale ma strutturale. L’ospite è straniero, altro, potenzialmente pericoloso. Accoglierlo è sempre un rischio: rischio che mi danneggi, rischio che mi trasformi, rischio che non se ne vada più. Per questo ogni ospitalità reale è sempre condizionata, pongo limiti, chiedo garanzie, mantengo controllo. Ma queste condizioni tradiscono l’essenza dell’ospitalità: accogliere l’altro significa precisamente rinunciare al controllo, aprirsi all’imprevedibile.

Nell’Alcesti, Admeto ha già praticato un’ospitalità incondizionata verso Eracle: lo ha accolto nel momento più inappropriato (durante lutto), senza rivelargli la verità (ha mentito sulla morte di Alcesti), sopportando un costo emotivo enorme (reprimere il dolore per non disturbare l’ospite). Ora Eracle gli chiede di compiere seconda ospitalità incondizionata: accogliere una donna sconosciuta, velata, muta. Admeto esita perché questa seconda ospitalità sembra violare la promessa fatta ad Alcesti (non accogliere altra donna). Ma Eracle insiste: la donna è solo un’ospite temporanea, non una nuova moglie. Admeto deve scegliere tra due fedeltà: fedeltà ad Alcesti morta (promessa di non accogliere donne) e fedeltà a Eracle vivente (obbligo di φιλία che esige ospitalità).

Il termine ξένος (xénos) come il latino hostis è costitutivamente ambivalente: designa sia l’ospite (chi chiede ospitalità ed è accolto) sia lo straniero (chi è diverso, estraneo, potenzialmente pericoloso). Nella cultura greca questa ambivalenza è istituzionalizzata: lo ξένος è insieme protetto (legge divina impone di accoglierlo) e sospetto (viene da fuori, porta alterità, può essere minaccia). La ξενία (ospitalità) è sacra precisamente perché è rischiosa: accogliere lo straniero significa compiere un atto di fiducia, aprirsi all’ignoto.

Admeto ha paura di toccare la donna velata: “Ho quasi orrore di guardarla” (ὀρρωδῶ προσβλέπειν). “Temo che mi porti sventura” (δέδοικα μὴ κακόν τί μοι φέρῃς). L’orrore (ὄρρος, órros) è tremore sacro, timore davanti a ciò che è numinoso, alterità radicale che sovrasta. Admeto percepisce la donna velata come φάσμα (fantasma, spettro), presenza che viene dal regno dei morti, figura liminale che abita la soglia tra la vita e la morte. Ha ragione: la donna è effettivamente Alcesti rediviva, quindi è davvero φάσμα, spettro tornato dall’Ade. Eracle lo rassicura: “Non aver paura, toccala” (μὴ φοβοῦ). “Non ti farà male” (οὐδέν σε λυπήσει). Ma come può Eracle garantire che la donna non è pericolosa? Non può, può solo chiedere fiducia. Admeto deve compiere un atto di fede: accogliere l’alterità radicale senza garanzie, fidarsi della parola di Eracle, toccare lo straniero anche se ha paura. Questo è ospitalità incondizionata: accogliere anche quando non si conosce, anche quando si ha paura, anche quando c’è rischio.

Emmanuel Lévinas, maestro di Derrida, sostiene che l’etica nasce dall’incontro con il volto dell’Altro. Il volto (visage) dell’Altro mi interpella, mi comanda “non uccidere”, mi rende responsabile. Ma nell’Alcesti il volto è velato. Admeto non può vedere il volto di Alcesti, quindi non può riconoscerla attraverso sguardo. Deve accoglierla senza vederla, deve riconoscerla senza riconoscimento visivo. Questa è ospitalità cieca: accogliere l’altro anche quando non posso identificarlo, anche quando il suo volto è nascosto.

Admeto deve accogliere qualcuno che è insieme familiare (sua moglie) e straniero (trasformata dalla morte). Alcesti è ξένη (xénē, straniera) rispetto a se stessa, non è più immediatamente riconoscibile, è diventata altra. Il velo marca questa alterità: Alcesti è insieme qui (fisicamente presente) e altrove (ancora legata all’Ade), stessa (stesso corpo) e diversa (trasformata). Il velo è diaframma, membrana che separa e congiunge. Permette di vedere che c’è qualcuno ma impedisce di vedere chi sia. Perché Eracle non toglie semplicemente il velo e rivela immediatamente che è Alcesti? Perché mette in scena questo inganno elaborato (fingere che sia straniera vinta ai giochi)? Interpretazioni: forse Eracle vuole mettere alla prova la fedeltà di Admeto (verificare se mantiene la promessa fatta ad Alcesti di non accogliere donne); oppure, Eracle vuole pedagogicamente insegnare ad Admeto ad accogliere l’alterità (deve imparare ad accogliere senza riconoscere); oppure ancora, il velo è ritualmente necessario (Alcesti deve restare velata finché non sia purificata dalle divinità infere). Ma forse la ragione più profonda è un’altra. Alcesti deve restare velata perché è davvero diventata straniera, altra, irriconoscibile. Non è sufficiente togliere il velo per “riavere” Alcesti come era prima: lei è stata trasformata dalla morte, porta in sé traccia dell’Ade, è figura liminale. Il velo esprime questa liminalità. Alcesti è sulla soglia, né pienamente viva né pienamente morta, e il velo marca questa posizione intermedia. Per Lévinas l’accoglienza del volto dell’Altro è l’evento etico primario, anteriore a ogni conoscenza. Non accolgo l’Altro perché lo riconosco (lo identifico come familiare, amico, concittadino), ma lo riconosco perché lo accolgo (l’apertura all’altro precede la conoscenza dell’altro). Admeto deve accogliere Alcesti prima di riconoscerla, deve aprirsi all’alterità prima di ridurla a identità conosciuta. Se riconoscesse immediatamente Alcesti (se il velo cadesse subito), non ci sarebbe vera ospitalità, riaccoglierebbe qualcuno che conosce già. Invece deve accogliere una straniera, deve aprirsi all’ignoto, e solo dopo questa apertura può riconoscere che la straniera è Alcesti. Ma il riconoscimento resta problematico. Quando Eracle toglie il velo, Admeto esclama “Questa è mia moglie!” (ἡ δάμαρ… ἐμή). Ma poi immediatamente dubita: “Non è forse φάσμα degli dei inferi?” (μῶν τι φάσμα τῶν κάτω θεῶν;). Eracle rassicura: “No, è tua moglie, l’ho strappata a Thanatos”. Ma come può Admeto essere sicuro? La donna somiglia fisicamente ad Alcesti (ὁμοίαν, homoían, “simile”), ma è davvero lei? Il corpo è lo stesso, ma l’anima? La memoria? L’identità personale? Alcesti resta muta: il silenzio impedisce riconoscimento vocale, impedisce la conferma verbale (“sì, sono io, Alcesti”). Admeto deve accoglierla fidandosi della parola di Eracle, senza certezza assoluta. Questa incertezza è costitutiva dell’ospitalità: quando accolgo uno straniero, non posso mai essere completamente sicuro di chi sia. Devo fidarmi, devo correre il rischio. L’ospitalità vera è sempre un salto nel buio, un’apertura all’ignoto. Admeto compie questo salto, accoglie la donna velata anche senza certezza, la riconosce come Alcesti anche se lei non parla, la riammette in casa anche se è trasformata. Questo è ospitalità incondizionata verso il morto-redivivo: accogliere chi ritorna dall’Ade anche se porta in sé traccia della morte, anche se è diventato altro, anche se non è più immediatamente riconoscibile.

(Continua)


Scopri di più da PROSPETTIVA FILOSOFICA

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

Scopri di più da PROSPETTIVA FILOSOFICA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere