Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin. 3

Il cronista come custode della redenzione storica

Introduzione: La verità dell’apparentemente insignificante

La Tesi 3 delle Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin costituisce uno snodo cruciale nell’economia complessiva dell’opera, introducendo figure e concetti che attraverseranno l’intera riflessione benjaminiana sulla storia. Con la sua caratteristica densità aforistica, Benjamin vi delinea una teoria della storiografia che capovolge radicalmente i criteri tradizionali di rilevanza storica, ponendo al centro la questione della redenzione e del rapporto tra la storia degli oppressi e la possibilità stessa di una memoria integrale del passato.

Il testo della tesi recita:

Il cronista che enumera gli avvenimenti senza distinguere tra piccoli e grandi, tiene conto della verità che nulla di ciò che si è verificato va dato perduto per la storia. Certo, solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato. Vale a dire che solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti. Ognuno dei suoi attimi vissuti diventa una «citation à l’ordre du jour» — e questo è il giorno finale.

In queste poche righe Benjamin condensa una serie di problemi filosofici di straordinaria complessità: il rapporto tra grande e piccola storia, la questione della redenzione messianica, la natura della memoria storica, il significato della citabilità universale del passato, il nesso tra giustizia e verità storica. La figura del cronista medievale, evocata con apparente semplicità, diventa il modello di una prassi storiografica alternativa a quella dominante, fondata non sulla gerarchia degli eventi ma sulla loro equipollenza messianica.

La tesi si articola in tre momenti logici distinti ma interconnessi. Nel primo, Benjamin evoca la figura del cronista e il suo metodo di enumerazione indiscriminata. Nel secondo, introduce il tema della redenzione messianica come condizione di possibilità di un accesso integrale al passato. Nel terzo, sviluppa il concetto di citabilità universale del passato e la sua connessione con il “giorno finale”. Ciascuno di questi momenti merita un’analisi approfondita che ne riveli le implicazioni filosofiche, storiografiche e politiche.

Prima di procedere all’analisi dettagliata, è necessario collocare questa tesi nel contesto complessivo delle Tesi sul concetto di storia. Benjamin aveva già introdotto, nella Tesi 1, l’immagine dell’automa giocatore di scacchi animato dal nano gobbo della teologia, metafora del rapporto tra materialismo storico e messianismo. Nella Tesi 2, aveva elaborato il concetto di un “indice segreto” che rimanda ogni generazione passata alla nostra, suggerendo una struttura temporale non lineare ma costellata di connessioni messianiche tra epoche diverse. La Tesi 3 sviluppa ulteriormente questi temi, mostrando come una concezione messianica della storia trasformi radicalmente i criteri di rilevanza storiografica e il significato stesso della memoria storica.

Il cronista come figura metodologica: tra ingenuità e sapienza

La scelta della figura del cronista non è casuale né puramente evocativa. Benjamin si riferisce qui a una pratica storiografica precisa: quella dei cronisti medievali che registravano gli eventi senza applicare criteri espliciti di selezione gerarchica, annotando sullo stesso piano battaglie decisive e aneddoti apparentemente marginali, grandi rivoluzioni dinastiche e piccoli fatti di cronaca locale, prodigi celesti e dispute mercantili.

Questa prassi, che la storiografia moderna considera ingenua o metodologicamente rudimentale, rivela per Benjamin una profonda verità filosofica. Il cronista medievale, proprio perché non dispone ancora dei sofisticati criteri di rilevanza elaborati dalla storiografia scientifica moderna, mantiene una relazione più immediata con la totalità del passato. La sua apparente mancanza di discernimento critico cela in realtà una diversa forma di sapienza: la consapevolezza che nessun criterio umano può stabilire definitivamente cosa sia rilevante e cosa no nella storia.

Per comprendere pienamente questa figura, è utile ricordare alcuni esempi concreti di cronache medievali. Le cronache monastiche, ad esempio, registrano con uguale serietà la morte di un abate e l’apparizione di una cometa, una carestia e la nascita di un vitello deforme, una visita reale e un furto nel monastero. Questa apparente mancanza di proporzione riflette una visione del mondo in cui ogni evento è potenzialmente significativo perché ogni evento è una manifestazione della volontà divina. Non spetta all’uomo stabilire gerarchie definitive di importanza, perché solo Dio conosce il senso ultimo degli eventi.

Benjamin secolarizza questa intuizione teologica trasformandola in un principio storiografico. L’impossibilità umana di stabilire gerarchie definitive di rilevanza storica non deriva da una limitazione epistemologica che potrebbe essere superata con migliori metodi o più informazioni, ma dalla struttura stessa della storia. Ogni evento contiene virtualmente una molteplicità di significati e di connessioni con altri eventi, e questi significati possono emergere solo retrospettivamente, alla luce di sviluppi futuri che sono per principio imprevedibili.

Come nota Giorgio Agamben nella sua analisi delle Tesi, il cronista benjaminiano “non giudica, non separa l’essenziale dall’inessenziale, il grande dal piccolo: enumera, elenca, fa l’inventario del passato”. Questa pratica dell’enumerazione senza giudizio esprime una diversa ontologia della storia stessa. Per il cronista, ogni evento possiede una dignità intrinseca, indipendente dal ruolo che gli verrà assegnato nelle narrazioni successive.

La contrapposizione implicita è con lo storicismo, che Benjamin ha già criticato nelle tesi precedenti. Lo storicismo, con la sua pretesa di comprendere “come le cose sono andate veramente” (wie es eigentlich gewesen), opera necessariamente attraverso selezioni e gerarchizzazioni. Deve distinguere gli eventi decisivi da quelli marginali, i momenti di svolta dai periodi di stasi, i grandi protagonisti dalle masse anonime. Questo processo selettivo non è un difetto accidentale dello storicismo, ma ne costituisce l’essenza. Lo storicismo presuppone che sia possibile individuare nel caos degli eventi una trama intelligibile, una logica che connette causa ed effetto, antecedente e conseguente.

In questo processo selettivo, però, inevitabilmente interi strati di esperienza storica vengono consegnati all’oblio, considerati irrilevanti per la comprensione del processo storico complessivo. Il criterio di selezione è sempre, implicitamente o esplicitamente, determinato dal punto di vista del presente e dai suoi interessi conoscitivi. Si cerca nel passato ciò che spiega il presente, ciò che ha condotto alla situazione attuale. Tutto il resto viene marginalizzato come insignificante.

Il cronista invece, enumerando “gli avvenimenti senza distinguere tra piccoli e grandi”, mantiene aperta la possibilità che tutto il passato possa ancora parlare, che nulla sia definitivamente archiviato come insignificante. La sua pratica risponde a un’esigenza che, oltre ad essere epistemologica, è prima di tutto etica: preservare la memoria di ciò che altrimenti andrebbe perduto. Questa è una responsabilità verso il passato stesso, verso gli eventi e le persone che hanno abitato la storia e che rischiano di essere completamente cancellati dalla memoria collettiva.

È importante notare che Benjamin non sta semplicemente proponendo un ritorno nostalgico alla cronaca medievale. Il cronista è una figura dialettica, che va compresa nella sua duplice valenza. Da un lato, la sua prassi contiene una verità che la modernità ha rimosso: l’impossibilità di stabilire gerarchie definitive di rilevanza storica, la necessità di mantenere aperta la memoria di tutto ciò che è accaduto. Dall’altro, la sua ingenuità precritica non può essere semplicemente restaurata. Il cronista medievale non distingueva tra grande e piccolo perché mancava di criteri critici, perché la sua visione del mondo era ancora unitaria e non problematizzata.

Il materialista storico benjaminiano non può né deve tornare a questa ingenuità. Deve invece recuperare la verità custodita dal cronista integrandola in una coscienza storica più sviluppata e criticamente consapevole. Deve praticare quella che potremmo chiamare una “cronaca critica“: non pretende di aver colto l’essenziale distinguendolo dall’inessenziale, ma nemmeno si illude di poter semplicemente enumerare tutto. Lavora invece sulle discontinuità, sui frammenti, su ciò che la storia ufficiale ha rimosso.

Questa prassi si concretizza in quello che Benjamin, nella Tesi 7, chiamerà “spazzolare la storia contropelo”. Il materialista storico cerca sistematicamente ciò che è stato censurato dalla storia ufficiale, le tracce delle esperienze represse, le voci silenziate. Ma questa ricerca non è guidata dall’illusione di poter recuperare tutto, di poter ricostruire una storia totale e definitiva. È guidata invece da un’esigenza messianica di giustizia verso il passato, dalla consapevolezza che la verità storica è inseparabile dalla questione della redenzione.

La verità dell’incompletezza: storiografia e impossibilità della totalità

Quando Benjamin afferma che il cronista “tiene conto della verità che nulla di ciò che si è verificato va dato perduto per la storia”, introduce una distinzione fondamentale tra due accezioni di “storia”: la storia come disciplina scientifica (Historie) e la storia come accadere effettivo (Geschichte). Questa distinzione, radicata nella tradizione filosofica tedesca, assume in Benjamin un significato particolare che merita un’analisi approfondita.

Il cronista sa che la sua enumerazione, per quanto estesa, non può essere esaustiva. Non può registrare tutto ciò che è accaduto. La vastità degli eventi, la molteplicità delle esperienze vissute da innumerevoli esseri umani, la complessità delle loro interconnessioni rendono impossibile qualsiasi cronaca totale. Ogni cronista deve necessariamente selezionare, anche se i suoi criteri di selezione sono più inclusivi e meno gerarchici di quelli dello storicismo.

Ma la prassi del cronista riconosce implicitamente una verità più profonda: che nulla di ciò che è realmente accaduto dovrebbe andare perduto per la storia intesa come memoria collettiva dell’umanità. C’è qui una tensione costitutiva tra l’impossibilità fattuale di una cronaca totale e l’esigenza normativa di una memoria integrale. Questa tensione non è un limite accidentale della storiografia, superabile attraverso il perfezionamento dei metodi o l’accumulo di documenti. È invece costitutiva della condizione storica stessa.

Come Benjamin scrive nel Passagenwerk: “La storia si decompone in immagini, non in storie“. Questa affermazione densa di implicazioni indica che il passato non si lascia catturare in narrazioni continue e coerenti. Ogni tentativo di fissare il passato in una narrazione compiuta lo tradisce necessariamente, perché cristallizza in una forma definita ciò che per sua natura resta aperto, incompiuto, carico di possibilità non realizzate.

Il passato, per Benjamin, non è una cosa morta e immodificabile, un insieme di fatti definitivamente accaduti e archiviati. È invece carico di una tensione messianica, di possibilità che furono represse ma che possono ancora essere riattivate. Ogni narrazione storica che pretenda di chiudere il passato in un senso definitivo lo tradisce, perché occulta questa tensione, questa apertura costitutiva.

Il cronista, con la sua enumerazione apparentemente disordinata, rispetta meglio questa natura frammentaria e incompiuta del passato. Non pretende di ricondurre gli eventi a un senso unitario, a un telos che li giustifichi e li inserisca in una sequenza progressiva. Li lascia invece nella loro irriducibile particolarità, nella loro resistenza a essere completamente metabolizzati da una grande narrazione. Gli eventi rimangono come monadi, per usare un termine leibniziano che Benjamin riprenderà nella Tesi 17, ciascuna con la propria densità e il proprio mondo di significati.

Questa verità che il cronista custodisce è quindi paradossale: è la verità dell’impossibilità di una storia totale che pure rimane un compito infinito. È la verità che la storiografia dominante rimuove quando pretende di aver colto “l’essenziale”, quando seleziona i fatti “veramente significativi” per spiegare il corso della storia. In questa selezione si nasconde sempre una violenza epistemica: la violenza di chi decide cosa merita di essere ricordato e cosa può essere dimenticato.

E questa decisione non è mai neutrale. Come Benjamin mostrerà esplicitamente nella Tesi 7, la storia viene scritta dai vincitori. I criteri di selezione che determinano cosa è rilevante e cosa no riflettono sempre, implicitamente, il punto di vista dei dominatori. Ciò che viene considerato “grande” è tipicamente ciò che ha contribuito alla vittoria dei dominatori: le loro conquiste militari, le loro realizzazioni culturali, le loro istituzioni politiche. Ciò che viene considerato “piccolo” è tipicamente l’esperienza quotidiana dei dominati: il loro lavoro, le loro sofferenze, le loro resistenze.

Questa gerarchizzazione ha profonde implicazioni politiche ed etiche. Consegna all’oblio proprio quelle esperienze che potrebbero mettere in discussione la legittimità dell’ordine dominante. Rimuove dalla memoria collettiva le sofferenze su cui si è costruita la civiltà, i costi umani del progresso, le ingiustizie su cui si fondano le istituzioni esistenti.

Il cronista, nel suo rifiuto di gerarchizzare, mantiene invece aperta la possibilità di una memoria che non coincida con quella dei dominatori. Registrando anche gli eventi apparentemente minori, conserva tracce di vite e di esperienze che altrimenti andrebbero completamente perdute. Mantiene aperta la possibilità di una storia “dal basso”, di una storia degli oppressi che possa fare da contrappunto critico alla storia ufficiale.

Ma Benjamin sa bene che questa possibilità può essere pienamente realizzata solo messianicamente. Nelle condizioni attuali, la storiografia rimane inevitabilmente parziale, frammentaria, segnata dalle rimozioni e dalle censure del potere dominante. Il compito del materialista storico è quello di mantenere viva la tensione tra la necessaria incompletezza di ogni storiografia e l’esigenza regolativa di una memoria integrale.

Questa tensione ha anche una dimensione temporale importante. Il presente non è mai completamente trasparente a sé stesso. Molti degli eventi che accadono oggi, molte delle esperienze che viviamo, riveleranno il loro pieno significato solo retrospettivamente, alla luce di sviluppi futuri che non possiamo prevedere. Come Benjamin nota nel Passagenwerk, citando Goethe: “Tutto ciò che ha avuto una grande influenza sulla storia non può più essere giudicato dalla storia”. C’è sempre un eccesso di significato che sfugge alla presa storiografica del presente.

Questo significa che la verità storica non è mai definitivamente acquisita. Ogni generazione deve rileggere il passato, perché la propria situazione presente illumina aspetti del passato che erano rimasti nell’ombra per le generazioni precedenti. Ma questa rilettura non è semplicemente un progresso cumulativo della conoscenza storica. È invece un continuo spostamento di prospettiva, un’oscillazione tra ciò che viene illuminato e ciò che viene messo in ombra.

La verità dell’incompletezza è quindi anche la verità di una responsabilità infinita verso il passato. Nessuna generazione può considerarsi esonerata dal compito di ricordare, perché nessuna generazione può pretendere di aver definitivamente compreso e archiviato il passato. Questa responsabilità deriva dalla struttura stessa della storicità umana. Siamo costituiti dal nostro passato, dalle tradizioni che abbiamo ereditato, dalle ingiustizie che sono state commesse e le cui conseguenze continuano a determinarci. Non possiamo liberarcene semplicemente archiviandolo come “superato”.

Redenzione messianica e possesso integrale del passato

La seconda parte della tesi introduce il tema messianico che costituisce il cuore pulsante dell’intera riflessione benjaminiana sulla storia: “solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato“. Questa affermazione, carica di risonanze teologiche, esprime in realtà una precisa intuizione filosofica che capovolge radicalmente la concezione progressista della storia.

La concezione progressista assume che il futuro sia automaticamente più illuminato del passato, capace di comprenderlo meglio grazie al progresso della conoscenza e della ragione. Ogni generazione disporrebbe di strumenti conoscitivi più raffinati rispetto alle precedenti, e potrebbe quindi accedere a una comprensione più profonda e completa della storia. Il culmine di questo processo sarebbe una conoscenza storica totale e definitiva, che avrebbe finalmente compreso “come le cose sono andate veramente”.

Benjamin rovescia completamente questa prospettiva. Non è il progresso tecnico-scientifico che ci dà accesso alla verità storica, ma la realizzazione della giustizia. La comprensione storica non dipende primariamente dall’accumulo di conoscenze o dal perfezionamento dei metodi, ma dalla trasformazione delle condizioni sociali e politiche in cui la storiografia opera. È una tesi di portata rivoluzionaria: la verità storica non è neutrale, non è separabile dalla questione della giustizia.

Ma cosa significa più precisamente che “solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato”? Dobbiamo scomporre questa affermazione densa per comprenderne tutte le implicazioni.

Innanzitutto, significa che la storia degli oppressi, dei vinti, di coloro che sono stati schiacciati dal “corteo trionfale” dei dominatori (come Benjamin scriverà nella Tesi 7), può essere veramente compresa e fatta propria solo da un’umanità che abbia spezzato la continuità della dominazione. Finché persiste l’ingiustizia, finché la storia continua ad essere scritta dai vincitori, intere dimensioni del passato rimangono inaccessibili, rimosse, censurate.

Come Benjamin aveva già osservato: “Non c’è documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie“. Ogni monumento culturale che ammiriamo, ogni grande opera d’arte, ogni conquista scientifica tramanda non solo le realizzazioni dei grandi, ma anche la sofferenza di coloro che le hanno rese possibili con il loro lavoro e la loro oppressione. Le piramidi sono monumenti sia alla grandezza dell’antico Egitto sia alla schiavitù dei costruttori. Le cattedrali gotiche sono testimonianze sia della fede medievale sia dello sfruttamento dei lavoratori. I palazzi rinascimentali parlano sia del genio artistico sia della miseria delle masse.

Ma questa dimensione viene sistematicamente occultata dalla storiografia ufficiale, che celebra i monumenti senza ricordare i loro costi umani, che ammira le opere senza pensare alle condizioni della loro produzione. Solo un’umanità redenta, cioè un’umanità che avesse finalmente realizzato la giustizia, potrebbe veramente vedere entrambi gli aspetti, potrebbe guardare ai documenti di civiltà riconoscendo al tempo stesso i documenti di barbarie.

Questo non significa semplicemente aggiungere una nota critica alla celebrazione tradizionale. Significa trasformare radicalmente il nostro rapporto con la tradizione culturale. Come Benjamin scrive sempre nella Tesi 7: “Non c’è mai stato niente che abbia potuto giovare alla causa della dominazione quanto il modo in cui i beni culturali vengono trasmessi“. La trasmissione culturale è sempre anche una trasmissione di potere, un modo per legittimare l’ordine esistente presentandolo come l’erede naturale delle grandi realizzazioni del passato.

In secondo luogo, “toccare interamente il proprio passato” significa poter accedere anche alle possibilità che il passato conteneva e che non si sono realizzate. Ogni presente, nota Benjamin, non è solo l’esito necessario del passato, ma anche il risultato della sconfitta di altre possibilità, di altre strade che avrebbero potuto essere percorse. La storia non è un processo lineare e necessario, ma un campo di battaglia in cui certe possibilità si sono affermate mentre altre sono state represse.

La storia dei vincitori occulta sistematicamente queste possibilità non realizzate, presentando ciò che è accaduto come ciò che doveva necessariamente accadere. Questa naturalizzazione del passato serve a legittimare il presente: se la storia non poteva andare diversamente, allora l’ordine attuale è giustificato, è il prodotto inevitabile dello sviluppo storico. Ogni critica dell’esistente può essere liquidata come utopica, irrealistica, contraria al corso necessario della storia.

La redenzione messianica implicherebbe invece anche il recupero di queste possibilità perdute, la riattivazione di quei momenti del passato in cui si aprirono chance rivoluzionarie che poi vennero soffocate. È questo il senso profondo dell’immagine dell’”angelo della storia” che Benjamin svilupperà nella Tesi 9: l’angelo vede la storia non come progresso ma come catastrofe, come accumulo di macerie. Le macerie sono precisamente queste possibilità schiacciate, questi tentativi falliti, queste speranze deluse.

Il concetto benjaminiano di redenzione non va quindi inteso in senso teologico tradizionale, come salvezza ultraterrena delle anime individuali. È piuttosto un concetto storico-filosofico che indica la possibilità di una trasformazione radicale del rapporto con il passato. Un’umanità redenta sarebbe un’umanità capace di fare giustizia anche ai morti, di redimere le loro sofferenze non negandole o dimenticandole, ma integrandole in una memoria che le riscatti dal puro oblio.

Questo concetto di redenzione ha radici profonde nella tradizione messianica ebraica, che Benjamin reinterpreta in chiave materialistica. Nella tradizione ebraica, la redenzione messianica non è semplicemente la salvezza dei vivi, ma include anche la resurrezione dei morti. Tutti i giusti che sono morti prima dell’avvento del Messia parteciperanno alla redenzione finale. Benjamin secolarizza questa idea: la redenzione storica deve includere anche le generazioni passate, deve fare giustizia anche a coloro che sono morti senza vedere realizzate le loro speranze.

Questa responsabilità verso i morti è ciò che Benjamin, nella Tesi 2, aveva chiamato “una debole forza messianica” di cui ogni generazione è dotata. Le generazioni passate hanno rivolto verso di noi una “aspettativa”, hanno sperato che noi realizzeremmo ciò che a loro fu negato. Questa aspettativa costituisce un debito che non possiamo semplicemente ignorare. Non possiamo costruire il nostro futuro dimenticando i morti, come se la storia iniziasse con noi.

In terzo luogo, l’affermazione che solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato implica che la comprensione storica è inseparabile dalla prassi politica. Non possiamo veramente comprendere la storia rimanendo spettatori neutrali. La verità storica si dischiude solo nella lotta per la giustizia, solo nel tentativo di spezzare la continuità della dominazione.

Questo rovescia completamente l’ideale positivistico di una storiografia scientifica neutrale. Per il positivismo storicista, lo storico dovrebbe mettere tra parentesi i propri valori e le proprie preferenze politiche per accedere a una comprensione oggettiva del passato. Solo eliminando ogni coinvolgimento soggettivo si potrebbe cogliere “come le cose sono andate veramente”.

Per Benjamin è esattamente il contrario. L’apparente neutralità dello storicismo non è affatto neutrale, ma cela sempre un’identificazione implicita con i vincitori. Come scrive nella Tesi 7: “Chi in un momento dato domina è l’erede di tutti quelli che hanno vinto sempre. L’immedesimazione con il vincitore torna dunque sempre a vantaggio di chi di volta in volta domina“. Lo storicismo, con la sua pretesa di oggettività, finisce sempre per legittimare l’ordine esistente.

Il materialismo storico benjaminiano non pretende una neutralità impossibile. Prende apertamente partito per i vinti, per gli oppressi, per coloro che sono stati schiacciati dalla storia. Ma questa parzialità non è un limite epistemologico, è invece la condizione per accedere a dimensioni del passato che rimangono invisibili allo storicismo. Solo chi sta dalla parte degli oppressi può vedere la storia dal loro punto di vista, può comprendere le loro esperienze e le loro lotte.

La citabilità universale: tempo messianico e attualizzazione del passato

La terza parte della tesi sviluppa ulteriormente il tema della redenzione attraverso il concetto di citabilità: “solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti“. Questa affermazione introduce una delle idee più originali e profonde del pensiero benjaminiano sulla storia: l’idea che il rapporto tra passato e presente non sia semplicemente lineare e cronologico, ma possa essere caratterizzato da “salti” improvvisi, da cortocircuiti che fanno risuonare momenti lontani nel tempo come se fossero contemporanei.

L’idea di citabilità è centrale nel pensiero benjaminiano ed attraversa tutta la sua opera, dalle riflessioni giovanili sulla lingua fino alle ultime Tesi. Citare significa estrarre un frammento dal suo contesto originario per inserirlo in un nuovo contesto, dove può acquistare significati inediti. La citazione interrompe la continuità del discorso, introduce una voce altra, crea connessioni impreviste tra epoche e situazioni diverse.

Nel Passagenwerk, Benjamin aveva elaborato una vera e propria teoria della citazione come procedimento storiografico. Scrive: “Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho niente da dire. Solo da mostrare. Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di formulazioni argute. Ma gli stracci, i rifiuti: questi non li voglio inventariare, ma lasciar loro venire alla loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli“.

Il montaggio citazionale è quindi un metodo che rispetta la frammentarietà e la discontinuità del passato. Non pretende di ricostruire una narrazione continua, ma lavora per giustapposizioni, per accostamenti illuminanti tra frammenti di epoche diverse. In questo modo può far emergere costellazioni di senso che sfuggirebbero a una narrazione lineare.

Affermare che per l’umanità redenta “il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti” significa che ogni istante del passato potrebbe essere riattivato, fatto risuonare nel presente, strappato al continuum della storia per rivelare connessioni e possibilità che la storiografia lineare aveva occultato. Nessun momento del passato sarebbe definitivamente archiviato, consegnato all’irrilevanza. Ognuno potrebbe tornare ad essere attuale, carico di significato per il presente.

Questa citabilità universale non è però una possibilità semplicemente tecnica, come se bastasse avere tutti i documenti a disposizione per poter citare qualsiasi momento del passato. È invece una possibilità che dipende da una trasformazione nel rapporto stesso con la storia. Solo un’umanità che avesse spezzato la continuità della dominazione potrebbe veramente accedere a tutti i momenti del passato, perché solo allora cadrebbero le barriere ideologiche che impediscono di vedere e riconoscere la sofferenza e le possibilità inespresse che la storia ufficiale ha censurato.

Benjamin chiarisce questo concetto con un’immagine di straordinaria densità: “Ognuno dei suoi attimi vissuti diventa una «citation à l’ordre du jour» — e questo è il giorno finale“. L’espressione francese “citation à l’ordre du jour” appartiene al linguaggio militare e diplomatico. Significa letteralmente “menzione all’ordine del giorno”, e si riferisce al riconoscimento ufficiale di un atto eroico o di un servizio reso alla nazione. Nell’esercito francese, un soldato che abbia compiuto un’azione coraggiosa può ricevere una “citation”, una menzione che viene letta pubblicamente e inscritta nel suo fascicolo personale.

Benjamin usa questa espressione in un senso completamente diverso, quasi sovversivo. Nel contesto della redenzione messianica, ogni istante del passato, anche il più umile e apparentemente insignificante, riceve questa “menzione”. Viene riconosciuto, citato all’ordine del giorno dell’umanità redenta. Nulla è più trascurabile, nulla è più considerato indegno di essere ricordato.

È il rovesciamento completo della gerarchia storica tradizionale. Nella storia ufficiale, solo certi eventi e certe persone ricevono riconoscimento: le grandi battaglie, le rivoluzioni politiche, i geni culturali. La vita quotidiana delle masse, le piccole gioie e sofferenze delle persone comuni, gli eventi apparentemente marginali vengono sistematicamente ignorati. Solo ciò che ha avuto un “grande impatto” merita di essere ricordato.

Nel “giorno finale” benjaminiano, invece, ogni singolo “attimo vissuto” riceve dignità e riconoscimento. La sofferenza del più umile schiavo ha lo stesso diritto di essere ricordata della gloria del più grande imperatore. Anzi, nella prospettiva messianica, la sofferenza degli oppressi ha forse un diritto maggiore, perché è stata sistematicamente cancellata dalla memoria ufficiale.

Questa idea della citabilità universale ha profonde implicazioni per la concezione del tempo. Il tempo storico ordinario è lineare e irreversibile: ciò che è passato è passato, non può più essere modificato. Gli eventi si susseguono in una sequenza cronologica, e ogni momento presente è determinato causalmente dai momenti precedenti. In questo tempo lineare, il passato è definitivamente concluso e può essere solo oggetto di una conoscenza retrospettiva.

Il tempo messianico invece è discontinuo e reversibile. In esso, il passato non è mai definitivamente concluso. Ogni istante contiene virtualmente la possibilità di redimere il passato, di fare giustizia ai morti, di riattivare le possibilità che furono schiacciate. Benjamin lo chiama “tempo-ora” (Jetztzeit), un presente denso e intenso in cui passato e futuro si condensano.

Nella Tesi 14, Benjamin svilupperà questa idea riferendosi alla Rivoluzione francese: “La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello riempito di ‘tempo-ora’. Così, per Robespierre l’antica Roma era un passato carico di tempo-ora, che egli faceva saltare fuori dal continuum della storia“.

La Rivoluzione francese non guardava all’antica Roma semplicemente come a un precedente storico da studiare, ma come a un modello da riattivare. Robespierre e i giacobini si vestivano all’antica, adottavano nomi romani, modellavano le loro istituzioni su quelle della repubblica romana. Questo non era un semplice gioco retorico o una ricerca di legittimazione. Era il riconoscimento che il passato contiene energie rivoluzionarie che possono essere risvegliate, che certi momenti storici possono “saltare” nel presente e informarlo della loro carica messianica.

Questo “salto di tigre nel passato”, come Benjamin lo chiamerà, è possibile solo quando il presente raggiunge un’intensità rivoluzionaria tale da spezzare il continuum della storia, da interrompere la successione lineare del tempo. In questi momenti di crisi, il passato non è più semplicemente passato, ma diventa citabile, attuale, carico di significato per la lotta presente.

L’immagine del “giorno finale” evoca chiaramente l’immaginario messianico del Giudizio Universale. Ma Benjamin secolarizza e trasforma il concetto teologico. Il “giorno finale” non è semplicemente la fine dei tempi in senso apocalittico, ma il momento in cui la storia potrebbe essere finalmente compresa nella sua totalità, quando nulla di ciò che è accaduto andrebbe più perduto.

Come nota Michael Löwy nel suo commento alle Tesi, “il giorno finale è il giorno della redenzione, quando tutto il passato sarà salvato dall’oblio e dalla negazione“. È un’immagine che esprime insieme un’utopia e una critica: l’utopia di una memoria totale e redentrice, la critica dell’attuale condizione storica in cui intere dimensioni del passato sono condannate all’oblio.

Nel giudizio finale della tradizione cristiana, tutti i morti risorgono e vengono giudicati secondo le loro opere. I giusti vengono ricompensati, i malvagi puniti. Benjamin riprende questa immagine ma le dà un significato radicalmente diverso. Nel suo “giorno finale”, non si tratta di premiare e punire individui, ma di fare finalmente giustizia alla storia stessa, di riscattare tutte le sofferenze che sono state inflitte, di riconoscere tutte le ingiustizie che sono state commesse.

In questo senso, il “giorno finale” è anche il giorno della redenzione dei morti. Come Benjamin aveva scritto nella Tesi 2: “Ci è stata data, come a ogni generazione che fu prima di noi, una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto”. I morti hanno diritti sul presente, ci rivolgono un’aspettativa. Aspettano che noi realizziamo ciò che a loro fu negato, che vendichiamo le loro sofferenze, che portiamo a compimento le loro lotte incompiute.

Questa responsabilità verso i morti è ciò che distingue il messianismo benjaminiano da ogni forma di utopismo futurista. L’utopismo guarda solo in avanti, verso un futuro radioso da costruire. Il messianismo guarda anche indietro, verso un passato che attende di essere redento. La rivoluzione non è solo la promessa di un futuro migliore, ma anche e soprattutto la redenzione del passato.

Il cronista e il materialista storico: dialettica di ingenuità e consapevolezza critica

Una questione cruciale, che merita un’analisi approfondita, è il rapporto tra la figura del cronista, evocata all’inizio della tesi, e quella del materialista storico, che percorre tutte le Tesi come l’incarnazione dell’alternativa benjaminiana allo storicismo progressista. Questo rapporto è complesso e dialettico, e la sua comprensione è essenziale per cogliere la specificità della concezione benjaminiana della storiografia critica.

A prima vista potrebbe sembrare che Benjamin stia semplicemente elogiando un metodo storiografico precritico, quello della cronaca medievale, contro la storiografia scientifica moderna. Il cronista diventa allora il modello di una prassi alternativa, caratterizzata dall’assenza di giudizio gerarchico e dall’apertura verso tutto ciò che è accaduto. Ma le cose sono più complicate.

Il cronista medievale non distingue tra grande e piccolo non perché abbia una teoria critica della rilevanza storica, ma perché la sua visione del mondo è ancora unitaria, non problematizzata. Per lui, ogni evento è significativo perché è una manifestazione della volontà divina. La storia universale e la storia locale, le gesta dei re e i fenomeni naturali, le guerre e i prodigi sono tutti parte di un unico disegno provvidenziale. Non spetta all’uomo stabilire cosa sia importante e cosa no, perché solo Dio conosce il senso ultimo degli eventi.

Questa visione pre-moderna ha certamente qualcosa di prezioso per Benjamin: mantiene aperta la possibilità che tutto possa essere rilevante, che nulla sia a priori insignificante. Ma sarebbe ingenuo pensare che possiamo semplicemente tornare a questa visione. La modernità ha dissolto l’unità teologica del mondo medievale, ha secolarizzato la storia, l’ha resa un campo di forze immanenti piuttosto che la manifestazione di un disegno trascendente.

Il materialista storico benjaminiano non può né deve tornare all’ingenuità del cronista medievale. Non può credere che ogni evento sia significativo perché voluto da Dio. Deve invece elaborare una teoria critica della rilevanza storica che riconosca l’impossibilità di stabilire gerarchie definitive pur dovendo necessariamente operare selezioni.

Qui emerge tutta la complessità dialettica della posizione benjaminiana. Da un lato, il materialista storico sa che non può enumerare tutto, che deve selezionare. Dall’altro, sa anche che ogni selezione è problematica, che tende a riflettere il punto di vista dei dominatori, che rischia di consegnare all’oblio proprio ciò che dovrebbe essere ricordato.

Come risolve Benjamin questa tensione? Attraverso il concetto di “montaggio“, che abbiamo già incontrato. Il materialista storico non cerca di costruire una narrazione continua e completa della storia. Lavora invece per frammenti, per citazioni, per costellazioni. Estrae dal continuum della storia momenti particolari, li isola, li fa risaltare nella loro singolarità. E lo fa non arbitrariamente, ma seguendo criteri specifici.

Il criterio fondamentale è quello della “spazzolatura contropelo” di cui Benjamin parla nella Tesi 7. Il materialista storico cerca sistematicamente ciò che la storia ufficiale ha rimosso: le sofferenze degli oppressi, le rivolte schiacciate, le speranze deluse, le possibilità non realizzate. Non pretende di ricostruire una storia totale degli oppressi – questo è impossibile – ma cerca di far emergere frammenti di questa storia censurata.

In questo senso, il materialista storico pratica una sorta di “cronaca consapevole”: mantiene l’apertura del cronista verso tutto ciò che è accaduto, ma la integra con una coscienza critica delle dinamiche di potere che determinano cosa viene ricordato e cosa viene dimenticato. Non crede che tutto sia ugualmente rilevante – sa che alcune cose lo sono più di altre per la lotta presente – ma rifiuta di accettare acriticamente le gerarchie di rilevanza ereditate dalla tradizione.

Questa posizione dialettica si riflette nella struttura stessa delle Tesi sul concetto di storia. Benjamin non scrive una storia alternativa, una contro-narrazione che sostituisca quella dominante. Scrive invece una serie di frammenti, di immagini dialettiche, di illuminazioni improvvise. Ogni tesi è come una citazione che interrompe il continuum della storia per far balenare un’intuizione critica.

Il cronista viene quindi recuperato non letteralmente, ma come figura dialettica. Custodisce una verità – l’impossibilità di gerarchie definitive – che la modernità ha rimosso. Ma questa verità deve essere riconquistata attraverso la critica, non semplicemente restaurata. Il materialista storico deve passare attraverso la consapevolezza critica della modernità per poi recuperare, a un livello più alto, la sapienza del cronista.

Questo movimento dialettico è caratteristico di tutto il pensiero benjaminiano. Benjamin non è mai semplicemente nostalgico del passato, non propone mai un ritorno regressivo a forme pre-moderne. Ma non accetta nemmeno acriticamente il progresso moderno. Cerca invece di salvare, in forma trasformata, elementi delle tradizioni passate che la modernità ha scartato ma che contengono potenziali critici e utopici.

La figura del cronista è precisamente uno di questi elementi. La sua prassi di enumerazione indiscriminata contiene una critica implicita di ogni pretesa di aver colto l’essenziale della storia. Ma questa critica deve essere esplicitata, deve diventare consapevole di sé, deve integrarsi con una teoria critica della società e della storia. Solo allora può diventare una prassi effettivamente alternativa allo storicismo.

Un altro aspetto importante del rapporto tra cronista e materialista storico riguarda la questione del giudizio storico. Il cronista, enumerando senza distinguere, sembra sospendere ogni giudizio. Non dice quali eventi furono buoni o cattivi, progressivi o regressivi, significativi o insignificanti. Si limita a registrare.

Il materialista storico invece deve giudicare. Deve distinguere tra ciò che ha favorito l’emancipazione e ciò che ha rafforzato la dominazione, tra i movimenti rivoluzionari e le reazioni conservatrici, tra la storia degli oppressi e quella degli oppressori. Non può mantenersi neutrale, deve prendere partito.

Ma il suo giudizio non è quello dello storicismo, che giudica il passato dal punto di vista del presente come se il presente fosse il tribunale definitivo della storia. È invece un giudizio messianico, che valuta il passato alla luce di un futuro redenzione. Chiede di ogni evento storico: ha contribuito o ostacolato la liberazione? Ha aumentato o diminuito la somma di sofferenza nel mondo?

In questo senso, il materialista storico combina l’apertura del cronista con il giudizio critico del rivoluzionario. È aperto a tutto ciò che è accaduto, non lo archivia prematuramente come insignificante. Ma giudica anche, distingue tra ciò che merita di essere tramandato e ciò che merita di essere criticato.

Questa combinazione di apertura e giudizio è delicata e difficile da mantenere. C’è sempre il rischio di ricadere o nell’enumerazione acritica o nel giudizio settario. Il cronista ingenuo enumera tutto ma non critica nulla. Il rivoluzionario settario giudica tutto ma non comprende nulla. Il materialista storico deve invece comprendere tutto e criticare ciò che merita critica.

La storia degli oppressi e la memoria integrale: politica e ontologia del ricordo

Il tema della redenzione e della memoria integrale del passato è strettamente connesso alla questione della “storia dei vinti“, che attraversa tutto il pensiero benjaminiano ed esplode nella celebre Tesi 7. Se solo all’umanità redenta tocca interamente il proprio passato, è perché nelle condizioni attuali intere dimensioni della storia umana sono sistematicamente occultate. La Tesi 3 prepara il terreno per questa critica radicale della storiografia come strumento di dominazione.

La storia ufficiale è scritta dai vincitori. Tramanda le gesta dei grandi condottieri, le decisioni dei sovrani, le realizzazioni dei geni. Ma tace sistematicamente sul lavoro degli schiavi che hanno costruito le piramidi, sulla sofferenza dei contadini schiacciati dalle tasse per finanziare le guerre, sulla vita quotidiana delle masse anonime che hanno reso possibili le “grandi imprese” celebrate dalla storiografia, sulle donne la cui opera è stata cancellata o attribuita ad altri.

Questa non è solo un’omissione documentaria, come se bastasse cercare meglio per trovare anche le fonti sulla vita dei subalterni. È un’esclusione strutturale, che deriva dal fatto che la storiografia tradizionale si identifica con il punto di vista dei dominatori. Come Benjamin scrive nella Tesi 7: “Chi in un momento dato domina è l’erede di tutti quelli che hanno vinto sempre. L’immedesimazione con il vincitore torna dunque sempre a vantaggio di chi di volta in volta domina“.

Questa identificazione con i vincitori non è necessariamente consapevole o intenzionale. Lo storicismo si presenta spesso come neutrale, oggettivo, interessato solo alla verità dei fatti. Ma la sua pretesa neutralità cela sempre una parzialità implicita. Sceglie di studiare ciò che i vincitori hanno considerato importante, utilizza le fonti prodotte dai vincitori, adotta le categorie interpretative elaborate dai vincitori.

Il risultato è una storia che naturalizza la dominazione, che la presenta come l’esito inevitabile dello sviluppo storico. Le conquiste imperiali diventano “espansione della civiltà”. Lo sfruttamento diventa “accumulazione originaria necessaria allo sviluppo”. Le repressioni violente diventano “ristabilimento dell’ordine”. Il linguaggio stesso della storiografia tradizionale è intriso dell’ideologia dei dominatori.

La cronaca che non distingue tra grande e piccolo rappresenta quindi anche un modello di storiografia che resiste a questa identificazione con i vincitori. Registrando anche gli eventi apparentemente minori, conserva tracce di vite e di esperienze che altrimenti andrebbero completamente perdute. Mantiene aperta la possibilità di una memoria che non coincida con la memoria dei dominatori.

Ma Benjamin sa bene che questa possibilità può essere solo messianica, proiettata in un futuro di redenzione. Nelle condizioni attuali, non è possibile una storia veramente integrale degli oppressi. Le difficoltà sono enormi e di vari ordini.

Innanzitutto, c’è il problema delle fonti. Gli oppressi raramente hanno lasciato testimonianze dirette della loro esperienza. Non scrivevano cronache, non tenevano diari, non componevano memorie. La stragrande maggioranza degli esseri umani che hanno vissuto nel passato è completamente anonima, non ha lasciato alcuna traccia documentaria della propria esistenza. Come possiamo scrivere la loro storia?

Quando troviamo documenti che parlano dei subalterni – processi inquisitoriali, registri fiscali, atti notarili, rapporti di polizia – questi documenti sono sempre prodotti dalle istituzioni del potere e riflettono la loro prospettiva. Come osserva Carlo Ginzburg nel suo celebre studio su Menocchio, il mugnaio friulano processato dall’Inquisizione, anche i documenti più ricchi e dettagliati ci danno accesso alle voci dei subalterni solo attraverso il filtro deformante delle domande e delle categorie degli inquisitori.

In secondo luogo, c’è il problema delle categorie interpretative. Anche quando abbiamo fonti che parlano degli oppressi, come le interpretiamo? Le categorie che usiamo per pensare la storia – classe, nazione, progresso, rivoluzione – sono esse stesse prodotti storici, forgiate in contesti specifici di lotta e di dominazione. Come possiamo essere sicuri che queste categorie siano adeguate a comprendere l’esperienza degli oppressi del passato?

Questo problema è particolarmente acuto per le esperienze che sono state non solo represse ma letteralmente impensabili nelle categorie dominanti. Come possiamo scrivere la storia di forme di resistenza che non si articolavano come “politica” nel senso moderno? Come possiamo ricostruire visioni del mondo che erano radicalmente alternative a quella egemonica?

In terzo luogo, c’è il problema del presente. Ogni tentativo di scrivere la storia degli oppressi è inevitabilmente segnato dagli interessi e dalle lotte del presente. Guardiamo al passato alla ricerca di precedenti per le nostre battaglie attuali, di legittimazione per le nostre rivendicazioni, di speranza per le nostre utopie. Questo è inevitabile e forse anche necessario – Benjamin stesso insiste sul fatto che il passato può essere compreso solo alla luce degli interessi redentivi del presente.

Ma c’è sempre il rischio di proiettare anacronisticamente sul passato categorie e aspirazioni che gli erano estranee. Di fare degli oppressi del passato i precursori delle nostre lotte presenti, attribuendo loro una coscienza e un’agency che forse non avevano. Di cancellare la loro alterità storica nell’atto stesso di voler dare loro voce.

Il compito del materialista storico è quindi duplice e paradossale. Da un lato, deve cercare pazientemente queste tracce frammentarie della storia dei vinti, deve lavorare sui silenzi e sulle lacune delle fonti ufficiali, deve tentare di far parlare ciò che è stato sistematicamente messo a tacere. Dall’altro, deve riconoscere i limiti intrinseci di questa impresa, non illudersi che questa ricerca possa essere completamente esaustiva, mantenere una consapevolezza critica dei rischi di appropriazione e di mistificazione.

La redenzione messianica rimane quindi un orizzonte regolativo, che orienta la prassi storiografica ma non può essere pienamente realizzato nelle condizioni presenti. È l’idea di una storia in cui nulla andrebbe perduto, in cui ogni sofferenza troverebbe riconoscimento, in cui ogni speranza delusa troverebbe compimento. Ma questa idea resta appunto un’idea, una promessa, un compito infinito piuttosto che un risultato raggiungibile.

Questo non significa che il lavoro storiografico critico sia vano o impossibile. Significa invece che deve procedere con umiltà epistemologica, consapevole delle proprie limitazioni, senza pretendere di aver finalmente dato voce agli senza-voce o di aver scritto la storia definitiva degli oppressi. Ogni lavoro storiografico è necessariamente parziale, situato, provvisorio.

Ma è proprio questa parzialità riconosciuta che lo distingue dallo storicismo con la sua pretesa di oggettività totale. Lo storicismo occulta la propria parzialità presentandosi come neutrale. Il materialismo storico benjaminiano riconosce apertamente la propria parzialità – sta dalla parte degli oppressi – ma proprio per questo può essere più onesto riguardo ai propri limiti e alle proprie assunzioni.

Un aspetto importante della questione della storia degli oppressi riguarda la relazione tra memoria e oblio. Benjamin non propone semplicemente di ricordare tutto. Riconosce che l’oblio è una dimensione costitutiva dell’esistenza storica. Non possiamo ricordare tutto, e se anche potessimo, una memoria totale sarebbe paralizzante piuttosto che liberante.

Il problema non è quindi l’oblio in quanto tale, ma l’oblio selettivo e sistematico che caratterizza la storia ufficiale. Certe cose vengono dimenticate non casualmente ma per ragioni strutturali, perché il loro ricordo metterebbe in discussione la legittimità dell’ordine dominante. È questo oblio ideologico che il materialista storico deve combattere.

Ma anche qui c’è una dialettica delicata. Il materialista storico non può semplicemente opporre al cattivo oblio ideologico una buona memoria integrale. Deve invece praticare quella che potremmo chiamare una “politica della memoria selettiva”: scegliere attivamente cosa ricordare e cosa dimenticare, ma facendo queste scelte in base a criteri espliciti e politicamente consapevoli, legati agli interessi dell’emancipazione.

In questo senso, la figura del cronista che non distingue tra grande e piccolo non va presa troppo letteralmente. Anche il materialista storico deve distinguere, deve selezionare. Ma i suoi criteri di selezione sono radicalmente diversi da quelli dello storicismo. Non chiede: cosa ha avuto un grande impatto sulla storia? Ma: cosa è stato sistematicamente censurato dalla storia ufficiale? Non cerca l’essenziale secondo i criteri dominanti, ma cerca l’essenziale per la lotta degli oppressi.

Tempo messianico e tempo storico: due ordini temporali

La Tesi 3 introduce implicitamente, attraverso il tema della redenzione e della citabilità universale, una distinzione fondamentale tra due concezioni del tempo che Benjamin svilupperà più esplicitamente nelle tesi successive: il tempo storico ordinario e il tempo messianico. Questa distinzione è cruciale per comprendere la specificità della concezione benjaminiana della storia e merita quindi un’analisi approfondita.

Il tempo storico ordinario è quello che Benjamin, nella Tesi 13, definirà “tempo omogeneo e vuoto”. È il tempo della cronologia lineare, in cui gli eventi si succedono uno dopo l’altro in una sequenza continua e irreversibile. Ogni momento temporale è qualitativamente identico ad ogni altro – tutti sono semplicemente punti sulla linea del tempo. Gli eventi che accadono in questi momenti possono essere più o meno importanti, ma il tempo stesso rimane neutro, indifferente al loro contenuto.

Questa concezione del tempo è strettamente connessa alla visione storicista della storia. Se il tempo è omogeneo e vuoto, allora la storia è semplicemente la successione degli eventi nel tempo. Comprendere la storia significa ricostruire questa successione, stabilire le connessioni causali tra gli eventi, determinare quali eventi hanno portato a quali altri eventi. Il passato è definitivamente passato, fissato una volta per tutte nella sua immutabile sequenza cronologica.

In questo tempo lineare e omogeneo vige anche una concezione specifica del rapporto tra passato, presente e futuro. Il passato è ciò che è già accaduto e non può più essere modificato. Il presente è l’istante fuggevole che separa il passato ormai concluso dal futuro ancora aperto. Il futuro è ciò che non è ancora accaduto ma che sarà determinato dalle cause operanti nel presente.

Questa concezione del tempo tende naturalmente verso il determinismo. Se ogni presente è causalmente determinato dal passato, e se il passato è immutabile, allora anche il futuro è in qualche modo già determinato, almeno in linea di principio. La libertà umana diventa problematica in questo schema: come possono gli esseri umani agire liberamente se il loro presente è già determinato dal passato e se le loro azioni determinano causalmente il futuro?

Lo storicismo cerca di risolvere questo problema attraverso l’idea di progresso. Anche se la storia è determinata causalmente, procede comunque verso qualcosa di meglio. C’è un senso nella storia, una direzione, un telos. Il passato diventa allora la necessaria preparazione del presente, e il presente la necessaria preparazione del futuro. Tutto ciò che è accaduto era necessario perché la storia potesse progredire fino al punto in cui si trova ora.

Ma questa soluzione, come Benjamin mostra, è in realtà una mistificazione. Trasforma la contingenza storica in necessità, giustifica a posteriori tutte le sofferenze del passato come “costi necessari” del progresso. Naturalizza il presente presentandolo come l’esito inevitabile dello sviluppo storico. E in questo modo, paradossalmente, finisce per rafforzare l’ordine esistente piuttosto che criticarlo.

Il tempo messianico invece è radicalmente diverso. Benjamin lo chiama “Jetztzeit“, letteralmente “tempo-ora“, un termine difficile da tradurre che indica un presente denso, intenso, carico sia di passato che di futuro. A differenza del presente fuggevole del tempo omogeneo, che è solo il punto di transizione tra un passato concluso e un futuro ancora da venire, il tempo-ora è un presente dilatato, in cui si condensano molteplici dimensioni temporali.

In questo tempo messianico, il passato non è mai definitivamente concluso. Può essere riattivato, citato, fatto risuonare nel presente in modi che trasformano sia il passato stesso che il presente. Come Benjamin scrive nel Passagenwerk: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione“.

Questa “costellazione” tra passato e presente non è una relazione causale. Il passato non causa il presente nel senso ordinario del termine. È piuttosto una relazione di risonanza, di illuminazione reciproca. Certi momenti del passato diventano improvvisamente attuali, carichi di significato per la lotta presente, non perché abbiano causato causalmente la situazione presente ma perché la situazione presente permette di vederli in una nuova luce.

L’esempio che Benjamin usa nella Tesi 14 è illuminante: “La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello riempito di ‘tempo-ora’. Così, per Robespierre l’antica Roma era un passato carico di tempo-ora, che egli faceva saltare fuori dal continuum della storia“.

Per Robespierre e i giacobini, l’antica Roma non era semplicemente un periodo storico che aveva influenzato causalmente i periodi successivi. Era invece un momento del passato carico di potenziale rivoluzionario, un modello che poteva essere riattivato nel presente rivoluzionario. Quando i rivoluzionari francesi adottavano nomi romani, imitavano le istituzioni romane, evocavano gli esempi degli eroi romani, non stavano semplicemente facendo riferimenti retorici al passato. Stavano cercando di far “saltare” quell’antico momento rivoluzionario nel loro presente, di riattivarne l’energia emancipatrice.

Questo “salto” è possibile solo nel tempo messianico, non nel tempo omogeneo e vuoto della cronologia ordinaria. Nel tempo omogeneo, l’antica Roma è separata dal 1789 da secoli di storia intermedia. Non c’è modo di “saltare” direttamente da un’epoca all’altra. Ma nel tempo messianico, certi momenti del passato possono improvvisamente diventare contemporanei al presente, possono parlargli direttamente, bypassando tutti i secoli intermedi.

Questa concezione del tempo ha profonde implicazioni per la comprensione della citabilità universale di cui parla la Tesi 3. Dire che per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti significa precisamente che nel tempo messianico della redenzione, qualsiasi momento del passato potrebbe essere riattivato, fatto risuonare nel presente, caricato di significato attuale.

La citabilità non è quindi una proprietà intrinseca degli eventi passati, come se certi eventi fossero per loro natura citabili mentre altri no. È invece una possibilità che si apre nella specifica costellazione tra un momento del passato e un momento del presente. Certi momenti del passato diventano citabili quando il presente raggiunge un’intensità tale da poterli riattivare, da poter rispondere all’appello che essi rivolgono attraverso i secoli.

Questo spiega anche perché Benjamin parla di “giorno finale”. Nel tempo messianico della redenzione, tutti i momenti del passato diventerebbero simultaneamente citabili. Non ci sarebbe più la barriera della cronologia lineare che separa le diverse epoche. Tutto il passato sarebbe presente, disponibile, aperto a nuove interpretazioni e riattivazioni. Questo è ciò che significa che ogni “attimo vissuto” diventa una “citation à l’ordre du jour”.

Ma è importante sottolineare che questo “giorno finale” non è semplicemente il futuro nel senso cronologico ordinario. Non è un momento che verrà dopo il presente nella successione lineare del tempo. È invece una rottura del tempo lineare, un’interruzione del continuum storico. Come Benjamin scrive nella Tesi 16: “Il materialista storico non può fare a meno del concetto di un presente che non è transizione, ma in cui il tempo sta e ha raggiunto l’equilibrio“.

Questo presente messianico, in cui “il tempo sta”, è l’opposto del presente fuggevole del tempo omogeneo. È un presente denso, intenso, in cui si concentra tutta la carica messianica del passato e del futuro. È il momento rivoluzionario in cui diventa possibile spezzare il continuum della dominazione, interrompere la ripetizione infinita dell’ingiustizia.

La distinzione tra tempo storico e tempo messianico non è quindi una distinzione tra due ordini temporali completamente separati, come se ci fosse il tempo profano della storia ordinaria e il tempo sacro della redenzione messianica. È piuttosto una distinzione tra due modi di esperire e di pensare il tempo, tra due strutture temporali che coesistono e si intrecciano nella concreta esistenza storica.

Il tempo omogeneo e vuoto è il tempo della dominazione, il tempo in cui la storia appare come un processo necessario e immutabile, in cui il passato è definitivamente passato e il futuro già determinato. Il tempo messianico è invece il tempo dell’emancipazione, il tempo in cui diventa possibile spezzare la necessità storica, riattivare le possibilità represse del passato, aprire futuri realmente nuovi.

La politica rivoluzionaria, per Benjamin, consiste precisamente nel tentativo di far irrompere il tempo messianico nel tempo storico ordinario, di spezzare il continuum della storia, di creare quei momenti di intensità in cui il passato può essere redento e il futuro veramente trasformato. Non si tratta di attendere passivamente l’avvento del Messia, ma di lavorare attivamente per creare le condizioni in cui la redenzione diventa possibile.

Critica dell’ideologia del progresso: progresso come catastrofe

Sotto la superficie apparentemente teologica della Tesi 3, opera una critica radicale dell’ideologia del progresso che domina la modernità. L’idea che solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato implica che il progresso, così come viene comunemente inteso, non ci dà affatto un accesso migliore alla comprensione della storia. Anzi, come Benjamin mostrerà esplicitamente nella Tesi 9 con l’immagine dell’angelo della storia, ciò che chiamiamo progresso è dal punto di vista messianico una catastrofe continua.

L’ideologia progressista, nella sua forma classica, assume che la storia umana segua una traiettoria ascendente. Ogni epoca sarebbe superiore alla precedente, dotata di conoscenze più avanzate, istituzioni più razionali, tecnologie più potenti. Il culmine di questo processo sarebbe il presente moderno, che rappresenterebbe il punto più alto mai raggiunto dall’umanità. E il futuro promette ulteriori progressi, un continuo miglioramento delle condizioni umane.

Questa visione progressista della storia ha radici profonde nell’Illuminismo e nello sviluppo della scienza moderna. L’accumulo di conoscenze scientifiche appare come un progresso indiscutibile: ogni generazione sa più della precedente, comprende meglio le leggi della natura, dispone di strumenti più efficaci per controllare il mondo naturale. L’ideologia progressista estende questo modello all’intera storia umana, assumendo che così come la scienza progredisce, così progrediscano anche la moralità, la politica, la cultura.

Questa ideologia ha avuto un’influenza enorme sul pensiero storico e politico moderno. Ha informato non solo le filosofie della storia idealistiche (come quella hegeliana), ma anche quelle materialistiche. Il marxismo ortodosso, nella sua versione più deterministica, ha spesso assunto una concezione progressista della storia: il comunismo sarebbe l’inevitabile esito dello sviluppo delle forze produttive, la fase finale di un processo storico necessario che passa attraverso diverse forme di organizzazione sociale.

Benjamin sottopone questa ideologia a una critica radicale. Non nega che ci siano stati sviluppi e miglioramenti in certi ambiti dell’attività umana. Ma rifiuta l’idea che questi miglioramenti parziali costituiscano un progresso generale dell’umanità, che la storia nel suo complesso segua una traiettoria ascendente.

Il punto cruciale della critica benjaminiana è che ogni progresso è anche, simultaneamente, un regresso. Ogni conquista della civiltà si costruisce su una base di barbarie. Ogni sviluppo tecnico porta con sé nuove forme di dominio e di distruzione. L’accumulo di beni culturali va di pari passo con l’accumulo di sofferenze.

Come Benjamin scrive nella celebre Tesi 7: “Non c’è documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie”. Le piramidi testimoniano sia l’abilità ingegneristica degli antichi egizi sia lo sfruttamento brutale degli schiavi che le costruirono. Le cattedrali gotiche mostrano sia la grandezza della fede medievale sia l’oppressione delle masse contadine. I palazzi rinascimentali celebrano sia il genio artistico sia la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi mentre molti morivano di fame.

Questa non è una semplice dialettica tra costi e benefici, come se dovessimo pesare quanto progresso vale quanta sofferenza. È invece il riconoscimento che la civiltà stessa si costituisce attraverso la violenza e lo sfruttamento, che non c’è progresso che non sia allo stesso tempo catastrofe per qualcuno.

L’immagine più potente di questa critica è quella dell’angelo della storia nella Tesi 9. L’angelo, ispirato all’Angelus Novus di Paul Klee, ha il volto rivolto al passato. “Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. Ciò che per noi appare come una sequenza di eventi progressivi, per l’angelo messianico è una catastrofe unica e continua.

L’angelo vorrebbe “restare, destare i morti e ricomporre l’infranto”. Vorrebbe cioè redimere il passato, fare giustizia alle vittime, riparare i danni. Ma “una tempesta soffia dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Questa immagine capovolta del progresso è di una potenza straordinaria. Il progresso non è ciò che ci porta avanti verso un futuro migliore, ma ciò che ci spinge via dal passato impedendoci di redimerlo. Non è una forza liberatrice ma una tempesta che accumula rovine. L’angelo vorrebbe fermarsi, guarire le ferite, ma ne è impedito dalla furia del progresso che lo trascina inesorabilmente.

Questa visione del progresso come catastrofe non è pessimismo o nichilismo. È invece realismo critico. Benjamin non nega che ci siano stati miglioramenti in certi ambiti – la medicina ha alleviato sofferenze, la tecnologia ha reso più facili certi compiti. Ma insiste che questi miglioramenti parziali non costituiscono un progresso generale, e soprattutto che non ci danno il diritto di dimenticare le vittime, di archiviare le loro sofferenze come “costi necessari”.

Ogni generazione che crede nel progresso tende a considerare le sofferenze delle generazioni passate come inevitabili, come il prezzo che doveva essere pagato perché noi potessimo godere dei benefici del presente. Ma questa è esattamente l’ideologia che Benjamin vuole smantellare. Le sofferenze del passato non erano necessarie, non erano il prezzo inevitabile del progresso. Erano ingiustizie che avrebbero potuto essere evitate, e che gridano ancora vendetta.

In questo contesto, l’affermazione della Tesi 3 che solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato assume un significato politico preciso. L’ideologia del progresso ci impedisce di accedere veramente al passato perché ci porta a giudicarlo dal punto di vista del presente, considerando tutto ciò che ha portato al presente come positivo e tutto ciò che vi si è opposto come negativo. Naturalizza il presente e legittima le ingiustizie del passato presentandole come tappe necessarie verso di esso.

Un’umanità redenta invece sarebbe un’umanità che ha spezzato questa continuità, che non considera più il presente come il culmine necessario dello sviluppo storico. Potrebbe quindi guardare al passato senza le lenti deformanti dell’ideologia del progresso, vedere le possibilità che furono represse, riconoscere le ingiustizie che furono commesse, dare voce alle vittime che furono silenziate.

Questa critica del progresso ha anche implicazioni per la concezione della rivoluzione. Se la storia non è un processo progressivo, allora la rivoluzione non può essere concepita come il momento culminante di questo progresso, come la realizzazione di un telos inscritto nello sviluppo storico. Deve invece essere pensata come interruzione, come rottura del continuum della storia.

Come Benjamin scrive nella Tesi 17: “Pensare non include soltanto il movimento delle idee, ma anche il loro arresto. Quando il pensiero si arresta di colpo in una costellazione carica di tensioni, le impartisce un urto per cui esso si cristallizza in una monade”. La rivoluzione è precisamente questo arresto, questo momento in cui il continuum della storia viene interrotto e si apre la possibilità di una vera trasformazione.

Ma se la rivoluzione non è il culmine di un progresso necessario, cosa la motiva? Qual è la sua giustificazione? Per Benjamin, la risposta è chiara: la necessità di redimere il passato, di fare giustizia alle vittime, di spezzare la continuità della dominazione. La rivoluzione non è orientata principalmente verso un futuro utopico, ma verso un passato che attende di essere redento.

Questo rovescia completamente l’utopismo progressista. L’utopismo guarda solo in avanti, immagina un futuro radioso completamente diverso dal presente. Il messianismo benjaminiano guarda anche indietro, riconosce una responsabilità verso i morti, verso coloro che hanno sofferto e sperato senza vedere realizzate le loro speranze.

È in questo senso che ogni rivoluzione deve includere la dimensione della “redenzione dei morti”. Non si tratta solo di costruire una società migliore per i vivi e per le generazioni future, ma anche e soprattutto di fare finalmente giustizia alle generazioni passate, di portare a compimento le loro lotte incompiute, di realizzare le loro speranze deluse.

La prassi rivoluzionaria come attualizzazione redentrice del passato

Il concetto di redenzione in Benjamin, come abbiamo visto, non è puramente contemplativo o speculativo. Ha dirette e concrete implicazioni per la prassi rivoluzionaria. Se solo un’umanità redenta può accedere interamente al proprio passato, allora la rivoluzione non è semplicemente un evento che inaugura un futuro nuovo, ma anche e soprattutto un atto di giustizia verso il passato, un tentativo di redimere le sofferenze e le speranze delle generazioni precedenti.

Questa concezione della rivoluzione come redenzione del passato è profondamente originale e si distingue nettamente sia dal riformismo gradualista sia dall’utopismo rivoluzionario tradizionale. Il riformismo pensa la trasformazione sociale come un processo continuo di miglioramento progressivo. Ogni riforma è un passo avanti, e l’accumulo di riforme porta gradualmente a una società migliore. In questa visione, non c’è bisogno di rotture rivoluzionarie, basta continuare a progredire.

L’utopismo rivoluzionario tradizionale invece pensa la rivoluzione come un salto radicale verso un futuro completamente nuovo. La rivoluzione spezza con il passato, inaugura un’epoca nuova, crea ex novo un ordine sociale senza precedenti. In questa visione, il passato è ciò che deve essere superato, e la rivoluzione è orientata esclusivamente verso il futuro.

Benjamin rifiuta entrambe queste concezioni. Contro il riformismo, insiste sulla necessità di una rottura rivoluzionaria, di un’interruzione del continuum della storia. La storia non è un processo di miglioramento progressivo ma una catastrofe continua, e solo una trasformazione radicale può interrompere questa catastrofe. Contro l’utopismo tradizionale, insiste che la rivoluzione non può semplicemente voltare le spalle al passato, ma deve invece includerlo, redimerlo, farne giustizia.

La prassi rivoluzionaria, per Benjamin, deve quindi includere quella che potremmo chiamare una “politica della memoria“. Non basta lottare per un futuro migliore, bisogna anche ricordare e onorare le lotte del passato, riconoscere il debito che abbiamo verso le generazioni precedenti, portare a compimento ciò che esse iniziarono ma non poterono finire.

Questo significa innanzitutto riconoscere esplicitamente la continuità tra le lotte presenti e quelle passate. Ogni movimento rivoluzionario autentico non nasce dal nulla, ma si inserisce in una tradizione di resistenza e di emancipazione che attraversa tutta la storia. I rivoluzionari del presente sono gli eredi dei rivoluzionari del passato, anche quando le forme della lotta sono profondamente cambiate.

Ma questa eredità non va intesa in senso deterministico, come se i movimenti del passato avessero inevitabilmente portato a quelli del presente. Va invece intesa in senso messianico: i movimenti del passato rivolgono al presente un appello, un’aspettativa. Aspettano che noi realizziamo ciò che a loro fu negato, che vendichiamo le loro sconfitte, che portiamo a compimento le loro speranze.

È in questo senso che Benjamin, nella Tesi 14, parla della rivoluzione come di un “salto di tigre nel passato”. La rivoluzione non si limita a proiettarsi verso il futuro, ma attinge anche al passato, riattiva momenti storici in cui si aprirono possibilità rivoluzionarie che poi vennero represse. Questo “salto” nel passato non è un semplice esercizio di memoria, ma un atto politico concreto che mobilita le energie emancipatrici del passato per la lotta presente.

L’esempio che Benjamin usa è ancora una volta quello della Rivoluzione francese. I rivoluzionari francesi non guardavano solo in avanti, verso la costruzione di una società nuova. Guardavano anche indietro, verso l’antica Roma repubblicana, che per loro rappresentava un modello di virtù civica e di libertà politica. Robespierre e i giacobini si ispiravano esplicitamente ai romani, adottavano nomi romani, imitavano le istituzioni romane.

Questo non era un semplice gioco retorico o una ricerca di legittimazione attraverso il prestigio dell’antichità classica. Era invece il riconoscimento che la rivoluzione non può essere un’invenzione completamente nuova, ma deve attingere alle tradizioni di libertà e di resistenza che sono state tramandate attraverso i secoli. L’antica Roma non era solo un precedente storico da studiare, ma un momento del passato carico di energia rivoluzionaria che poteva essere riattivato nel presente.

Benjamin critica però anche la forma specifica che questa riattivazione ha preso nella Rivoluzione francese. I giacobini rimanevano prigionieri di un’estetica neoclassica, guardavano solo ai grandi modelli dell’antichità classica. Non riuscirono veramente a dare voce agli oppressi di tutti i tempi, alle masse anonime che avevano sofferto attraverso i secoli senza trovare posto nella storia ufficiale.

Una rivoluzione autenticamente messianica dovrebbe essere capace di riattivare non solo i grandi momenti rivoluzionari del passato, ma anche e soprattutto le lotte anonime e dimenticate dei vinti. Dovrebbe fare parlare non solo Bruto e Catone, ma anche gli schiavi che costruirono Roma, i gladiatori che si ribellarono, i contadini che resistettero alle tasse. Dovrebbe riconoscere che la tradizione degli oppressi non è fatta solo di grandi gesti eroici, ma anche di piccole resistenze quotidiane, di rifiuti silenziosi, di sogni di liberazione che non trovarono mai espressione pubblica.

Questa politica della memoria rivoluzionaria ha anche una dimensione rituale e simbolica importante. Come Benjamin nota, le rivoluzioni hanno sempre avuto bisogno di creare nuovi calendari, nuovi simboli, nuove forme di commemorazione. La Rivoluzione francese introdusse il calendario rivoluzionario, che iniziava da capo la numerazione degli anni. La Rivoluzione russa celebrava il 7 novembre come l’inizio di un’epoca nuova.

Ma queste innovazioni simboliche devono essere accompagnate anche da un lavoro di memoria che recuperi e onori le lotte del passato. Ogni rivoluzione deve costruire la propria genealogia, deve riconoscere da quali lotte precedenti deriva, quali tradizioni di resistenza continua. Altrimenti rischia di presentarsi falsamente come un inizio assoluto, come se la storia iniziasse con essa.

Un aspetto particolarmente importante di questa politica della memoria è la questione della commemorazione delle sconfitte. La storiografia tradizionale commemora le vittorie, celebra i successi, costruisce monumenti ai vincitori. Ma per Benjamin è essenziale commemorare anche e soprattutto le sconfitte, ricordare i movimenti rivoluzionari che furono schiacciati, onorare la memoria di coloro che caddero nella lotta.

Questa commemorazione delle sconfitte non è masochistica o nostalgica. Serve a mantenere viva la consapevolezza che la storia avrebbe potuto andare diversamente, che le possibilità rivoluzionarie che furono represse nel passato possono ancora essere riattivate nel presente. Serve a ricordare che la vittoria dei dominatori non è mai definitiva, che la lotta continua attraverso le generazioni.

Benjamin stesso, nelle sue ultime settimane prima del suicidio, stava progettando un lavoro sulle rivoluzioni fallite, sui momenti in cui si aprirono possibilità rivoluzionarie che poi vennero soffocate. Questo progetto non era puramente storico, ma profondamente politico. Si trattava di mostrare che la storia è piena di questi momenti di possibilità, e che la loro sconfitta non significa che quelle possibilità siano morte per sempre.

Conclusione: L’incompiutezza necessaria della storia e il compito infinito della memoria

La Tesi 3 ci lascia con un paradosso che attraversa tutto il pensiero benjaminiano sulla storia: da un lato, afferma che nulla di ciò che è accaduto dovrebbe andare perduto, che ogni istante del passato merita di essere ricordato. Dall’altro, riconosce che solo un’umanità redenta potrebbe possedere interamente il proprio passato, che questa memoria totale è impossibile nelle condizioni presenti. Tra questi due poli – l’esigenza normativa di una memoria integrale e l’impossibilità fattuale della sua realizzazione – si apre lo spazio della prassi storiografica e politica critica.

Questo paradosso non è un difetto della teoria benjaminiana, ma ne costituisce la forza e l’originalità. Benjamin rifiuta sia l’ottimismo ingenuo (possiamo ricostruire completamente il passato) sia il nichilismo paralizzante (il passato è irrimediabilmente perduto). Mantiene invece una tensione produttiva tra il compito infinito di ricordare e la consapevolezza della sua incompletezza necessaria.

Il compito del materialista storico non è quindi quello di realizzare l’impossibile – una cronaca totale della storia – ma di mantenere viva questa tensione. Ogni lavoro storiografico è necessariamente frammentario, parziale, incompiuto. Ma deve restare consapevole di questa incompletezza, non presentarsi come definitivo o esaustivo. Deve riconoscere ciò che inevitabilmente lascia fuori, deve indicare i silenzi e le lacune, deve mantenere aperta la possibilità che future generazioni possano vedere il passato in modi che a noi sfuggono.

Questa consapevolezza dell’incompletezza ha anche un significato politico profondo. Significa che la storia non è mai conclusa, mai definitivamente interpretata. Ogni presente ha la possibilità e la responsabilità di rileggere il passato, di farne emergere aspetti che erano stati occultati, di dare voce a esperienze che erano state silenziate. Il passato non è una cosa morta e immodificabile, ma resta vivo e attivo, carico di possibilità non realizzate che possono ancora ispirare le lotte del presente.

L’immagine del “giorno finale” in cui ogni istante del passato diventa citabile non è quindi una profezia apocalittica da attendere passivamente. È invece una figura critica che illumina per contrasto la condizione presente e indica al tempo stesso un compito politico. Oggi, la maggior parte degli istanti del passato non sono affatto citabili: sono dimenticati, repressi, considerati irrilevanti dalla storia ufficiale. La loro potenziale citabilità universale indica il compito storico e politico di una memoria che non accetti queste censure, che lavori per far emergere ciò che è stato rimosso.

Il cronista che enumera senza distinguere tra piccolo e grande rimane quindi una figura-guida essenziale per una prassi storiografica critica. Non perché possiamo o dobbiamo imitarlo letteralmente – questo sarebbe impossibile e anche indesiderabile – ma perché custodisce una verità che la modernità ha rimosso: che la grandezza o la piccolezza di un evento non è una proprietà intrinseca dell’evento stesso, ma dipende dal punto di vista da cui lo si guarda e dal ruolo che gli viene assegnato nelle narrazioni successive.

Un materialismo storico consapevole della propria responsabilità messianica verso il passato deve quindi praticare una forma rigorosa di ascesi critica: rinunciare alla pretesa di aver colto l’essenziale, resistere alla tentazione di chiudere il passato in narrazioni definitive, rifiutare la comodità di accettare le gerarchie di rilevanza ereditate dalla tradizione. Deve invece mantenere aperto lo spazio in cui il passato possa ancora parlare, in cui le voci represse possano ancora farsi sentire, in cui le possibilità non realizzate possano ancora illuminare il presente e ispirare il futuro.

Solo così la storiografia può diventare veramente critica, trasformandosi da strumento di legittimazione dell’ordine esistente in strumento di critica e di trasformazione. Solo così può onorare il debito che ogni generazione ha verso quelle precedenti: il debito di mantenere viva la memoria delle loro sofferenze e delle loro speranze, di lottare per realizzare ciò che esse sognarono ma non poterono vedere compiuto, di portare a termine le loro battaglie incompiute.

In questo senso, la Tesi 3 delinea un programma di prassi rivoluzionaria che integra indissolubilmente la dimensione della memoria con quella della trasformazione politica. Una rivoluzione che non voglia semplicemente costruire un futuro nuovo dimenticando il passato, ma che aspiri a redimere il passato stesso, a fare finalmente giustizia a tutti coloro che furono schiacciati dal progresso della storia, a dare voce e riconoscimento a tutti gli oppressi di tutte le epoche.

Una rivoluzione che non dimentichi i morti, ma li riconosca come alleati essenziali nella lotta per l’emancipazione. Una rivoluzione che sappia che, fino a quando non sarà realizzata la giustizia per tutti – compresi i morti, compresi coloro che caddero nelle lotte del passato, compresi coloro le cui sofferenze furono archiviate come costi necessari del progresso – la storia rimarrà incompiuta, segnata da un compito messianico che interpella incessantemente ogni presente, chiamandolo alla responsabilità della memoria e all’urgenza della trasformazione.


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