Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Transizione: dall’Anti-Edipo a Millepiani

1. Il problema della sintesi e la necessità di un nuovo inizio

L’Anti-Edipo, come abbiamo visto nei saggi precedenti, opera una decostruzione sistematica della psicoanalisi freudiana e strutturalista attraverso l’introduzione delle macchine desideranti e l’analisi della produzione sociale del desiderio. Il testo, pubblicato nel 1972 e immediatamente accolto come un evento teorico di portata straordinaria, si inseriva nel clima politico e intellettuale del post-Sessantotto francese con una carica eversiva che ne faceva insieme un manifesto filosofico e un’arma teorica per i movimenti. Tuttavia, la stessa radicalità dell’impostazione produce alcune aporie teoriche che D&G riconoscono esplicitamente nel corso degli anni Settanta, aporie che rendono necessario non tanto un superamento dialettico quanto una riconfigurazione completa dell’apparato concettuale, una ripresa dell’intero progetto secondo coordinate differenti.

Il primo problema riguarda lo statuto stesso del concetto di “macchina desiderante“, che costituiva il nucleo teorico dell’Anti-Edipo. Se esso viene introdotto precisamente per sfuggire alla dialettica hegeliana (con la sua logica della negazione e della sintesi) e alla triangolazione edipica freudiana (con la sua struttura familiare chiusa), rischia tuttavia di ricadere in una forma di meccanicismo che replica, seppur rovesciandola polemicamente, la logica produttivistica del capitalismo industriale. La metafora della macchina, per quanto D&G la liberino programmaticamente dalla finalità utilitaristica e dall’organizzazione gerarchica, mantiene ancora un residuo di funzionalismo che non rende giustizia alla molteplicità qualitativa delle connessioni desideranti. Le macchine, anche quando sono pensate come macchine celibi o macchine infernali, rimangono comunque dispositivi tecnici che funzionano, che producono, che si concatenano secondo logiche operative. Questa persistenza del lessico macchinico comporta il rischio di una riduzione del desiderio alla sua dimensione produttiva, proprio mentre si vorrebbe liberarlo dalle catene della produzione capitalistica.

Inoltre, il concetto stesso di produzione desiderante, per quanto contrapposto alla produzione economica, mantiene con quest’ultima un rapporto speculare che lo vincola dialetticamente a ciò che vorrebbe criticare. L’Anti-Edipo insiste ripetutamente sul fatto che la produzione desiderante non va intesa come metafora della produzione economica ma come realtà più fondamentale, rispetto alla quale la produzione economica è solo un caso particolare, una limitazione storica. Tuttavia, questa inversione gerarchica non dissolve completamente il problema: finché si continua a parlare di “produzione”, anche qualificandola come desiderante, anche sottraendola alla logica del valore di scambio, si rimane all’interno di un paradigma moderno che privilegia il fare, il produrre, l’operare, rispetto ad altre modalità dell’esistenza che potrebbero essere egualmente o più fondamentali.

Il secondo nodo problematico concerne il dualismo, per quanto non dialettico, tra le polarità della schizofrenia (come processo) e della paranoia (come arresto del processo). Questa opposizione, che nell’Anti-Edipo struttura l’intera lettura della storia universale e fornisce la chiave per interpretare tanto le formazioni sociali quanto le posizioni soggettive, tende a irrigidirsi in una forma di manicheismo teorico dove il polo schizofrenico viene investito di valenze emancipative mentre quello paranoico viene demonizzato come luogo di ogni cattura e asservimento. La schizofrenia diventa, quasi malgrado le cautele degli autori, il nome della libertà assoluta, del movimento puro, della deterritorializzazione senza limite, mentre la paranoia nomina ogni forma di territorializzazione, di sedentarizzazione, di organizzazione stabile.

Come Guattari stesso riconoscerà esplicitamente in testi successivi, particolarmente in Les années d’hiver e nelle conversazioni con Deleuze preparatorie a Millepiani,, questa dicotomia schematica non permette di pensare adeguatamente le zone intermedie, le formazioni ibride, le alleanze tattiche, le territorializzazioni temporanee che caratterizzano i processi politici reali. Nel fervore rivoluzionario del post-Sessantotto era forse comprensibile privilegiare il movimento puro della deterritorializzazione, ma l’esperienza degli anni Settanta, con il riflusso dei movimenti, la crisi delle organizzazioni rivoluzionarie tradizionali, l’emergere di nuove forme di cattura capitalistica più flessibili, mostra la necessità di una concettualizzazione più sfumata. Non si tratta più di opporre frontalmente il processo schizofrenico alla paranoia arresto-limite, ma di comprendere come ogni formazione concreta sia attraversata da linee differenti che coesistono e si intrecciano secondo configurazioni complesse.

Il terzo punto critico, forse il più decisivo per la transizione verso Millepiani, riguarda il rapporto tra l’analisi delle formazioni sociali (macchina territoriale primitiva, macchina dispotica barbarica, macchina capitalistica) e la teoria del desiderio. Nell’Anti-Edipo, queste due dimensioni vengono costantemente intrecciate attraverso il concetto di “registrazione” (enregistrement), che indica il modo in cui le macchine desideranti vengono catturate, codificate, sovracodificate dai diversi tipi di macchine sociali. Tuttavia, rimane un’asimmetria di fondo tra i due livelli di analisi: le formazioni sociali vengono descritte in termini prevalentemente macroscopici, come grandi strutture storiche che si succedono nel tempo, mentre il desiderio viene analizzato al livello microscopico delle connessioni parziali, dei flussi molecolari, delle intensità pre-personali. Questa disparità di scala produce delle zone d’ombra teoriche, particolarmente evidenti quando si tratta di pensare i dispositivi concreti, i meccanismi medi attraverso cui il potere cattura il desiderio senza reprimerlo, attraverso cui le formazioni molari si radicano nei processi molecolari.

L’Anti-Edipo aveva già intuito questo problema quando introduceva, nel terzo capitolo, il concetto di “micropolitica del desiderio” accanto alla “politica dell’inconscio“, ma non disponeva ancora degli strumenti concettuali adeguati ad articolare sistematicamente i due livelli. La teoria dei concatenamenti, che diventerà centrale in Millepiani, nasce precisamente da questa esigenza: pensare formazioni intermedie che non siano né puramente molari né puramente molecolari, ma che costituiscano il terreno concreto dove si intrecciano le grandi strutture sociali e i flussi desideranti.

Un quarto aspetto, meno esplicito ma non meno importante, riguarda la questione della soggettività. L’Anti-Edipo operava una critica radicale del soggetto moderno, denunciando la sua costituzione edipica e mostrando come il desiderio sia fondamentalmente impersonale, anonimo, pre-soggettivo. Le macchine desideranti non hanno proprietario, non appartengono a nessun soggetto che le utilizzerebbe come strumenti: sono piuttosto le macchine stesse che producono residualmente delle posizioni soggettive come effetti secondari del loro funzionamento. Questa destituzione teorica del soggetto era certamente necessaria per rompere con la tradizione fenomenologica e psicoanalitica, ma lasciava aperto il problema di come pensare i processi di soggettivazione senza ricadere nel soggetto costituente della fenomenologia né nella posizione di soggetto della psicoanalisi lacaniana. Come si costituiscono concretamente i modi di esistenza, gli stili di vita, le posizioni esistenziali, una volta che si è abbandonato il paradigma del soggetto? Millepiani affronterà questa questione attraverso le nozioni di etologia e di cartografia esistenziale, che permetteranno di pensare la singolarità senza il soggetto.

2. La svolta rizomatica: dal Corpo senza Organi al piano di consistenza

Millepiani, pubblicato nel 1980 dopo otto anni di elaborazione comune (gli anni 1972-1980 sono contrassegnati da una collaborazione particolarmente intensa tra D&G, che si incontrano regolarmente e scambiano centinaia di pagine di appunti), si presenta come una ripresa integrale della problematica dell’Anti-Edipo attraverso nuovi concetti e una differente architettura testuale. Il sottotitolo stesso, Capitalisme et schizophrénie 2, indica insieme continuità e rottura: si tratta ancora di pensare il rapporto tra il capitalismo come formazione sociale dominante e le linee di fuga schizofreniche che lo attraversano, ma attraverso un dispositivo concettuale radicalmente rinnovato che comporta l’abbandono di alcuni concetti chiave dell’Anti-Edipo e l’introduzione di un lessico completamente nuovo.

La prima trasformazione, quella più visibile e più discussa dai commentatori, riguarda la metafora guida. Se l’Anti-Edipo si articolava intorno all’immagine della macchina desiderante, con le sue connessioni, disgiunzioni inclusive, congiunzioni nomadi, Millepiani introduce fin dal primo plateau il concetto di rizoma, mutuato dalla botanica, per pensare un tipo di molteplicità irriducibile sia al Uno della tradizione metafisica sia al molteplice dialettico che rimane subordinato all’Uno come suo fondamento. Il rizoma, termine che designa un particolare tipo di fusto sotterraneo caratteristico di piante come il bambù, lo zenzero, l’iris, non ha centro né periferia, non ha gerarchia prestabilita, procede per contiguità e non per filiazione, può essere spezzato in qualsiasi punto e riprende altrove secondo una logica della carta geografica anziché del calco.

Questa sostituzione della macchina con il rizoma non è meramente metaforica o stilistica: implica l’abbandono del linguaggio macchinico (ancora troppo legato alla produzione industriale, all’ingegneria, alla tecnica moderna) in favore di un vocabolario geografico, geologico, etologico, botanico che permette di pensare le formazioni del desiderio come disposizioni territoriali, come paesaggi esistenziali, come ecologie complesse, piuttosto che come concatenamenti produttivi o dispositivi tecnici. Il passaggio dalla macchina al rizoma è anche un passaggio dall’ingegnere al cartografo, dal costruttore al nomade che traccia percorsi su territori sempre mutevoli.

I sei principi del rizoma enunciati nel primo plateau costituiscono insieme una critica della tradizione filosofica occidentale (fondata sul modello arborescente del sapere) e un programma costruttivo per un pensiero alternativo. Il principio di connessione afferma che qualsiasi punto del rizoma può essere connesso con qualsiasi altro, rifiutando così la logica gerarchica che subordina gli elementi a un’istanza superiore. Il principio di eterogeneità sostiene che il rizoma mette in connessione elementi di natura completamente diversa, semiotici e biologici, politici e estetici, macchinici e incorporei, senza ridurli a un denominatore comune. Il principio di molteplicità afferma che il rizoma è costitutivamente plurale, che non esiste come sostanza ma solo come concatenamento di singolarità eterogenee. Il principio di rottura a-significante indica che il rizoma può essere spezzato, segmentato, stratificato in qualsiasi punto ma riprende altrove, su altre linee: non c’è una frattura che lo distruggerebbe definitivamente, perché ogni linea di fuga può riterritorializzarsi altrove. Il principio di cartografia si oppone al calco: il rizoma non riproduce un modello prestabilito ma traccia una mappa sempre aperta, modificabile, reversibile, suscettibile di ricevere costantemente nuove modificazioni. Infine, il principio di decalcomania indica che le carte possono sempre essere ricalcate, che il rizoma può sempre essere ricondotto ad arborescenze, ma che questa operazione tradisce la natura stessa del rizoma che è movimento e non struttura.

Il secondo spostamento concettuale, ugualmente decisivo, concerne lo statuto del Corpo senza Organi. Nell’Anti-Edipo, il CsO appariva come il limite asintotico delle macchine desideranti, la superficie di registrazione che si oppone all’organismo come organizzazione organica, prestabilita, stratificata secondo la logica del significante e del soggetto. Il CsO era pensato essenzialmente come superficie di intensità pure, come piano liscio dove circolano le particelle desideranti prima di ogni organizzazione trascendente. Questa prima formulazione lasciava tuttavia irrisolto il rapporto tra il CsO e le macchine desideranti: il CsO era il prodotto delle macchine desideranti o ne era la condizione? Era una meta da raggiungere attraverso un processo di disfacimento dell’organismo o era sempre già presente come dimensione virtuale?

In Millepiani, il CsO viene ripensato attraverso la nozione più ampia e più articolata di “piano di consistenza” o “piano d’immanenza“, che non è più semplicemente una superficie passiva di registrazione ma un campo intensivo dove si costituiscono i concatenamenti (agencements). Il passaggio dalla superficie al piano indica anzitutto un mutamento di dimensionalità: non più un supporto bidimensionale su cui si iscrivono i flussi, ma uno spazio multidimensionale, uno spazio a n dimensioni dove si compongono e si scompongono le formazioni concrete del desiderio. Il piano di consistenza non preesiste ai concatenamenti che lo popolano, ma si costituisce attraverso di essi, secondo un movimento di coimplicazione reciproca che sfugge all’alternativa tra fondamento e fondato.

Questa nuova concettualizzazione permette inoltre di distinguere più chiaramente il piano di consistenza dal piano di organizzazione o di sviluppo. Mentre quest’ultimo è un piano trascendente che organizza forme e soggetti secondo principi strutturali (il piano del significante lacaniano, il piano delle strutture antropologiche, il piano delle forme platoniche), il piano di consistenza è puramente immanente, popolato solo da intensità, velocità, affetti, longitudini e latitudini. Sul piano di consistenza non ci sono più forme che si realizzerebbero in materie né soggetti che si esprimerebbero in enunciati, ma solo ecceità (haeccéités), ovvero individuazioni che avvengono attraverso composizioni di velocità e affetti piuttosto che attraverso la determinazione di forme sostanziali o di posizioni soggettive.

Il sesto plateau, intitolato “28 novembre 1947 – Come farsi un corpo senza organi?”, riprende e amplifica questa problematica mostrando che esistono diversi tipi di CsO (il corpo ipocondriaco, il corpo paranoico, il corpo schizofrenico, il corpo drogato, il corpo masochista) e che la questione non è tanto quella di raggiungere il CsO come meta finale quanto quella di sperimentare con prudenza la propria soglia di deterritorializzazione. Il CsO pieno, il CsO vuoto e morto degli schizofrenici ospedalizzati o dei drogati terminali, non è affatto il modello da seguire ma piuttosto il limite estremo da evitare. Si tratta invece di trovare il proprio CsO, la propria soglia di intensità, il proprio grado di deterritorializzazione sostenibile, che è sempre questione di sperimentazione concreta e non di applicazione di un modello teorico.

3. I concatenamenti: oltre le macchine desideranti

Il concetto centrale di Millepiani, quello che riorganizza l’intero campo teorico precedente e permette di superare le aporie dell’Anti-Edipo, è quello di agencement, termine francese che la traduzione italiana rende con “concatenamento” ma che potrebbe anche essere tradotto come “dispositivo”, “assemblaggio”, “disposizione”. La difficoltà di traduzione non è casuale: indica la novità teorica del concetto, che non corrisponde a nessuna categoria filosofica tradizionale. Un concatenamento non è una struttura (perché non presuppone un principio unificante trascendente), non è un sistema (perché non si chiude in una totalità organica), non è un organismo (perché è costitutivamente eterogeneo), non è una macchina (perché non funziona secondo una finalità anche rovesciata). Il concatenamento è piuttosto una configurazione eterogenea, una disposizione provvisoria di elementi disparati che entrano in rapporti di reciproca presupposizione senza mai fondersi in un’unità superiore.

La teoria del concatenamento si articola attraverso due assi fondamentali che definiscono uno spazio a quattro dimensioni. Il primo asse, quello orizzontale, distingue tra il lato del contenuto (i corpi, le azioni e passioni, i concatenamenti macchinici di corpi) e il lato dell’espressione (gli enunciati, i regimi di segni, i concatenamenti collettivi di enunciazione). Questa distinzione riprende la coppia hjelmsleviana espressione/contenuto ma la trasforma profondamente. Per Hjelmslev, espressione e contenuto erano i due lati del segno linguistico, ciascuno articolato in forma e sostanza. Per D&G, invece, contenuto ed espressione non sono livelli linguistici ma dimensioni eterogenee che attraversano tanto il linguaggio quanto i corpi, tanto i segni quanto le cose. Il contenuto non è tanto la referenza extralinguistica degli enunciati quanto una propria consistenza materiale, un proprio regime di corporeità. L’espressione non è il significante che rinvia a un significato ma un regime di segni che ha la propria autonomia, le proprie leggi di funzionamento.

Cruciale qui è il rapporto di presupposizione reciproca: il contenuto e l’espressione non sono mai riducibili l’uno all’altro (non c’è parallelismo spinoziano né corrispondenza simbolica), ma non possono nemmeno esistere separatamente. Ogni concatenamento comporta sempre un’articolazione particolare tra questi due lati, un modo specifico attraverso cui i corpi e gli enunciati entrano in rapporto. L’esempio privilegiato è quello del feudalesimo: da un lato abbiamo i corpi (il cavallo, l’armatura, la spada, la terra, i castelli, i contadini), dall’altro gli enunciati (i giuramenti, le formule di investitura, le cerimonie di omaggio, il diritto feudale). Questi due lati non si rispecchiano né si esprimono reciprocamente, ma si presuppongono: non ci può essere il rapporto feudale senza sia i concatenamenti corporei sia i regimi enunciativi che lo costituiscono.

Il secondo asse, quello verticale, concerne i movimenti di territorializzazione e deterritorializzazione che attraversano ogni concatenamento. Da un lato, ogni concatenamento comporta sempre dei territori, ovvero degli spazi striati, delle segmentarità molari, delle stabilizzazioni relative che delimitano un dominio di appartenenza. Il territorio (anche se la geografia è certamente uno dei suoi aspetti) va inteso qui principalmente in senso esistenziale, etologico: il territorio è ciò che segna un’appartenenza, ciò che definisce un “essere-a-casa”, un’intimità, una familiarità. L’uccello che canta per delimitare il proprio territorio, l’artista che firma la propria opera, il gruppo sociale che rivendica uno spazio come proprio: in tutti questi casi si tratta di territorializzazione, ovvero della costituzione di un dominio appropriato attraverso marchi espressivi.

Dall’altro lato, ogni concatenamento comporta anche delle linee di deterritorializzazione che lo attraversano, che lo trascinano altrove, che lo strappano alla propria identità costituita. La deterritorializzazione è un movimento positivo che porta il concatenamento su un altro piano, che lo mette in connessione con nuove virtualità. Tuttavia, e questo è decisivo, ogni deterritorializzazione è sempre seguita da una riterritorializzazione: non si esce mai definitivamente dal territorio, ma si passa da un territorio a un altro, o ci si riterritorializza su uno degli elementi del concatenamento stesso. Il capitale, per esempio, è il massimo agente di deterritorializzazione (dissolve tutti i codici tradizionali, deterritorializza tutti i flussi) ma si riterritorializza costantemente sui propri assiomi, sulla proprietà privata, sullo Stato, sulla famiglia.

Questa doppia articolazione (contenuto/espressione e territorializzazione/deterritorializzazione) permette di definire il concatenamento secondo quattro dimensioni che coesistono sempre: 1) i contenuti in quanto territorializzati, stabilizzati, organizzati (per esempio, i corpi organici, le abitudini corporee, gli spazi striati); 2) le espressioni in quanto territorializzate (i repertori semiotici codificati, le lingue maggioritarie, i generi letterari); 3) i contenuti in via di deterritorializzazione (le linee di fuga corporee, i divenire-animale, le velocità assolute); 4) le espressioni in via di deterritorializzazione (le variazioni continue del linguaggio, lo stile come linea di fuga, le glossolalie).

La nozione di concatenamento permette così di ripensare il rapporto tra il micro e il macro che nell’Anti-Edipo rimaneva problematico. Non si tratta più di distinguere tra il livello molecolare del desiderio (le connessioni parziali, i flussi intensivi) e il livello molare delle formazioni sociali (le grandi macchine territoriali, dispotiche, capitalistiche), ma di comprendere come ogni concatenamento comporti simultaneamente una dimensione molecolare (flussi di particelle, movimenti infinitesimali, divenire-impercettibili) e una dimensione molare (segmenti rigidi, strati consolidati, apparati di cattura). Il fascismo, per esempio, non è più analizzabile semplicemente come investimento paranoico del campo sociale (come suggeriva ancora l’Anti-Edipo) ma come un tipo particolare di concatenamento che mobilita masse molecolari (i desideri, gli affetti, le pulsioni del popolo) attraverso dispositivi molari di cattura (il Partito, lo Stato totalitario, i rituali di massa).

Questa nuova concettualizzazione comporta anche una trasformazione nella concezione del potere. L’Anti-Edipo tendeva ancora a pensare il potere essenzialmente in termini di repressione e codificazione: il potere codifica i flussi desideranti, li inscrive su un corpo sociale, li sottomette alla legge. Millepiani, al contrario, mostra che il potere funziona tanto attraverso la cattura quanto attraverso la liberazione dei flussi, tanto attraverso la segmentarità dura quanto attraverso la segmentarità flessibile. Il capitalismo contemporaneo, in particolare, non reprime il desiderio ma lo produce, lo stimola, lo moltiplica, salvo assiomatizzarlo secondo i propri parametri. La micropolitica diventa allora l’analisi della coesistenza e dell’intreccio tra le diverse linee che attraversano ogni concatenamento.

4. Le trasformazioni del metodo: dal libro-radice al libro-rizoma

Anche la forma stessa del libro subisce una trasformazione radicale tra i due volumi di Capitalismo e schizofrenia. L’Anti-Edipo, nonostante le sue rotture stilistiche, i suoi eccessi retorici, le sue contaminazioni tra registro teorico e registro poetico, mantiene ancora una struttura relativamente lineare articolata in quattro grandi capitoli che seguono un percorso argomentativo riconoscibile: dalla teoria generale delle macchine desideranti (capitolo I) alla critica della psicoanalisi (capitolo II), dall’analisi della storia universale attraverso le tre grandi macchine sociali (capitolo III) alla teoria dello Stato capitalista e della schizoanalisi come pratica rivoluzionaria (capitolo IV). Questa progressione, per quanto discontinua e per quanto interrotta da digressioni e deviazioni, resta comunque teleologicamente orientata verso la definizione della schizoanalisi come alternativa teorico-pratica alla psicoanalisi edipica.

Millepiani, al contrario, si presenta esplicitamente come un libro-rizoma composto da quindici “plateaux” (altipiani) che possono essere letti, almeno in linea di principio, in qualsiasi ordine, che intrattengono relazioni trasversali piuttosto che lineari, che riprendono e variano gli stessi concetti secondo prospettive differenti senza mai fissarli in definizioni univoche. Questa struttura non è un artificio formale, un vezzo stilistico postmoderno, ma corrisponde all’esigenza teorica di produrre un pensiero all’altezza della molteplicità che vuole pensare: un libro fatto di plateaux è un libro che non culmina, che non gerarchizza i propri contenuti secondo un ordine di fondazione, che procede per intensità più che per sviluppo dialettico, che privilegia le connessioni trasversali rispetto all’approfondimento verticale.

Il concetto stesso di plateau viene definito da D&G attraverso il riferimento esplicito all’antropologo Gregory Bateson e al suo libro Verso un’ecologia della mente. Bateson aveva utilizzato il termine plateau per descrivere certi processi culturali delle popolazioni del Bali: a differenza della cultura occidentale che struttura le proprie attività secondo un arco orgasmico (una preparazione, una tensione crescente, un climax, una detumescenza), i balinesi sembrano privilegiare stati prolungati di intensità che non tendono verso un punto culminante esterno ma si mantengono su un piano di intensità variabile senza orientazione teleologica.

D&G estendono questa nozione ben al di là del suo contesto etnografico originario per farne un concetto operativo generale. Un plateau è una regione continua di intensità che vibra su sé stessa senza tendere verso un apice che la risolverebbe o la dissolverebbe. In ambito sessuale, per esempio, un plateau è uno stato prolungato di eccitazione che non si orienta necessariamente verso l’orgasmo come climax ma si mantiene in una zona di intensità variabile che può durare ore o giorni; in ambito musicale, un plateau è una linea sonora che si prolunga al di là delle aspettative armoniche senza risolversi in una cadenza; in ambito politico, un plateau è una zona insurrezionale che non punta alla presa del potere statale come momento culminante ma si costituisce come spazio autonomo che genera le proprie forme di vita.

Questa concezione del plateau si oppone tanto al modello dell’albero (con la sua gerarchia verticale dal tronco ai rami, dalle radici alle foglie) quanto al modello del libro classico (con il suo sviluppo teleologico dall’introduzione alla conclusione, con la sua progressione dal semplice al complesso, dal generale al particolare). Il libro-rizoma è un libro fatto di entrate multiple, di connessioni trasversali, di linee di fuga che impediscono qualsiasi totalizzazione o chiusura definitiva. Non c’è un meta-livello da cui si potrebbe dominare la molteplicità dei plateaux, perché ogni plateau è già un concatenamento completo, un concatenamento che funziona indipendentemente dagli altri pur intrattenendo con essi rapporti di risonanza, di eco, di variazione continua.

La datazione dei plateaux (ogni plateau porta una data: “1914 – Un solo lupo o più lupi?”, “1933 – Micropolitica e segmentarietà”, “10.000 a.C. – La geologia della morale”, ecc.) è anch’essa significativa. Queste date non indicano il momento della redazione del testo (che si colloca tra il 1972 e il 1980) ma piuttosto i “segni” del plateau, gli eventi che lo marcano, che gli danno la sua colorazione particolare. Una data è essa stessa un concatenamento: segna l’incontro tra flussi eterogenei, la composizione di una configurazione singolare. La data rinvia a una “crono-cartografia” che registra la formazione di territori esistenziali. Così la data “1914” segna la Grande Guerra come evento che trasforma radicalmente la questione della molteplicità (non più “l’uomo dei lupi” individuale ma le mute, i branchi, le masse in guerra); la data “1933” segna l’avvento del nazismo che pone in termini nuovi la questione della segmentarità e del fascismo molecolare; la data “10.000 a.C.” segna lo strato neolitico, l’emergenza dell’agricoltura e delle prime forme di Stato.

Questa struttura rizomatica del libro comporta anche una trasformazione del rapporto tra teoria e esempi. Nel libro classico, gli esempi illustrano la teoria, la confermano, la chiariscono per il lettore profano. In Millepiani, al contrario, non ci sono propriamente né teoria né esempi ma solo concatenamenti concettuali che si intrecciano con concatenamenti empirici senza che gli uni siano subordinati agli altri. L’analisi del lupo dell’uomo dei lupi freudiano, del divenire-animale di Moby Dick, della linea di Klee, del ritornello dell’uccello sono momenti della costituzione stessa dei concetti. I concetti si formano attraverso il contatto con i materiali empirici che li forzano, che li piegano, che li trasformano.

5. Schizoanalisi e pragmatica: la trasformazione della pratica critica

Se l’Anti-Edipo si chiudeva con la definizione programmatica della schizoanalisi come alternativa rivoluzionaria alla psicoanalisi, Millepiani opera uno spostamento significativo sostituendo alla schizoanalisi (termine che pure compare ancora sporadicamente) una “pragmatica” o “pragmatografia” che estende il campo della critica ben al di là della clinica psicoanalitica. La pragmatica non è più semplicemente l’analisi delle macchine desideranti e dei loro investimenti sociali ma una cartografia generale dei concatenamenti che attraversano un campo sociale, una epoca, una vita individuale.

La schizoanalisi, nell’Anti-Edipo, si articolava in due direzioni complementari: una critica negativa (la distruzione delle rappresentazioni edipiche, la destituzione del teatro familiare, la denuncia dei dispositivi di cattura del desiderio) e una prassi positiva (l’esperienza del corpo senza organi, la produzione di connessioni desideranti liberate, l’investimento rivoluzionario del campo sociale). Questa doppia direzione rimaneva tuttavia vincolata al paradigma della liberazione: si trattava di liberare il desiderio dalle catene che lo imprigionano, di sciogliere le sintesi passive che lo codificano, di permettere alle macchine desideranti di funzionare liberamente secondo la loro natura produttiva.

La pragmatica di Millepiani si sottrae a questo schema liberazionista mostrando che non c’è un desiderio naturale da liberare, che il desiderio è sempre già preso in concatenamenti che ne costituiscono l’unica realtà effettiva, che la questione non è tanto quella di liberare il desiderio quanto quella di comprendere come i concatenamenti funzionano, come si compongono e si scompongono, quali linee li attraversano, quali soglie di intensità li caratterizzano. Non si tratta più di opporsi frontalmente alle segmentarità molari in nome delle molteplicità molecolari, ma di tracciare la cartografia delle diverse linee che coesistono in ogni concatenamento: linee di segmentarità dura, linee di segmentarità flessibile, linee di fuga.

La pragmatica si articola allora secondo quattro compiti principali. Il primo è quello di tracciare le linee dei concatenamenti: linee molari (i segmenti rigidi, le organizzazioni costituite, gli apparati di cattura), linee molecolari (i flussi, le deterritorializzazioni relative, le variazioni continue) e linee di fuga (le deterritorializzazioni assolute, le rotture radicali, i divenire-impercettibili). Questa cartografia non è neutrale né puramente descrittiva: implica già una valutazione, perché le diverse linee hanno differenti gradi di potenza e aprono possibilità esistenziali eterogenee.

Il secondo compito è quello di determinare la natura dei concatenamenti: concatenamenti territoriali (che si costituiscono attraverso la delimitazione di un territorio), concatenamenti macchinici (che funzionano attraverso la connessione di elementi eterogenei), concatenamenti collettivi di enunciazione (che determinano i regimi di segni e le modalità di soggettivazione). Ogni concatenamento concreto comporta sempre queste tre dimensioni secondo proporzioni variabili.

Il terzo compito è quello di analizzare gli strati che ricoprono il piano di consistenza: lo strato fisico-chimico, lo strato organico, lo strato antropomorfico (o alloplastico, fatto di strumenti e istituzioni). Gli strati non sono negativi in sé, senza strati ci sarebbe solo il caos, la morte, il corpo canceroso, ma possono diventare prigioni quando bloccano completamente le linee di fuga, quando impediscono ogni deterritorializzazione. La pragmatica deve allora valutare il grado di stratificazione dei concatenamenti e le possibilità di destratificazione prudente.

Il quarto compito, infine, è quello di sperimentare: tentare nuovi concatenamenti, tracciare nuove linee, testare le proprie soglie di deterritorializzazione. La pragmatica è così inseparabile da un’etica della sperimentazione che assume tutti i rischi della deterritorializzazione senza mai confonderla con una fuga pura o un’evasione. La regola fondamentale è quella della prudenza: non deterritorializzarsi troppo brutalmente, non raggiungere il CsO vuoto e suicidario, ma trovare il proprio ritmo di variazione, il proprio plateau di intensità sostenibile.

La transizione dall’Anti-Edipo a Millepiani non è dunque una semplice continuazione ma una riconfigurazione completa dell’apparato concettuale. Dalle macchine desideranti ai concatenamenti, dalla produzione alla cartografia, dalla schizoanalisi alla pragmatica: ogni spostamento risponde alle aporie del primo volume pur mantenendo intatta l’esigenza fondamentale di pensare il desiderio al di fuori della psicoanalisi e il capitalismo al di fuori del marxismo ortodosso. I prossimi plateau che analizzeremo mostreranno la potenza operativa di questi nuovi concetti attraverso l’analisi della segmentarità, dei divenire, della territorializzazione e della macchina da guerra nomade.


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