Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Minuzzoli 5: Custodire l’ingenuo

C’è una fede che non si sceglie. Precede la scelta, precede il pensiero, precede persino il linguaggio che potrebbe nominarla. È lì prima che si decida di averla, nel momento in cui il sorriso dell’amata arriva e colpisce, nel momento in cui il canto di un uccello all’alba entra nel corpo senza chiedere permesso, nel momento in cui la luce del tardo pomeriggio cambia colore e qualcosa dentro di noi cambia con lei. Queste cose esistono. Bastano. Non chiedono di significare altro da ciò che sono. Sono presenze, dense, opache, complete, e la loro completezza non dipende da nessuna spiegazione.

Questa è la fede ingenua. Ingenuus, libero per nascita, non corrotto, non costruito. È falsa nel senso in cui è falsa qualsiasi illusione, ma è vitale nel senso in cui vitale è il sangue. Toglila e resta il meccanismo. Il meccanismo funziona. Non vive.

La verità scientifica sa tutto del sorriso. Sa che il muscolo zigomatico grande si contrae, che l’orbicolare dell’occhio si stringe, che il cortisolo scende e la dopamina sale. Sa il nome di ogni ingranaggio, la causa di ogni effetto, la funzione di ogni struttura. E in questo sapere, preciso, verificabile, onesto, compie senza volerlo un atto di distruzione silenziosa.

Perché spiegare il meccanismo non è descrivere la cosa, è sostituirla. La verità fisiologica del sorriso è vera. Ed è, nella sua verità parziale spacciata per verità totale, devastante. Perché la presenza, quella qualità irriducibile di essere-lì-adesso che il sorriso ha quando arriva, non è un meccanismo. È ciò che il meccanismo produce senza essere. L’ingranaggio gira. La presenza è altrove. E quando la scienza riduttiva ha finito di spiegare, la cosa non è più lì: è rimasto lo schema, la causa, la funzione. Non lei.

Il canto dell’uccello è tecnica di sopravvivenza, segnale territoriale, codice che si perpetua. Tutto vero. E quel canto all’alba, che entrava nel corpo e diceva qualcosa che nessuna traduzione può rendere, è sparito. La verità lo ha ucciso per eccesso di chiarezza, come la luce troppo intensa brucia la retina che voleva illuminare.

La fede religiosa minaccia la fede ingenua da direzione opposta, e con danni opposti ma ugualmente definitivi. La religione non toglie senso alle cose: ne aggiunge troppo. Il sorriso dell’amata diventa segno della grazia divina. Il canto dell’uccello diventa lode al Creatore. La luce del tramonto diventa messaggio dell’eterno. Le cose vengono attraversate da frecce di significato che le rendono trasparenti, strumenti di qualcosa d’altro, finestre su un altrove, gradini verso un oltre.

E in questo trasformarle in segnali la religione le svuota diversamente dalla scienza ma altrettanto completamente. La presenza, quella stessa qualità densa e opaca che il positivismo smontava in pezzi, viene qui resa trasparente, attraversabile, insufficiente a sé stessa. Non basta il sorriso: deve rimandare. Non basta il canto: deve significare. Non basta la luce: deve promettere.

Nietzsche lo dice con quella brutalità che è la sua forma di rispetto per la verità: la fede religiosa, quella delle istituzioni, dei dogmi, dei preti, è un no alla vita naturale. Non un sì condizionato, non un sì con riserve, un no strutturale. La vita non basta. Il corpo non basta. Il mondo non basta. Ci vuole un oltre che riscatti la miseria del reale, e in questo bisogno di riscatto c’è una violenza silenziosa che lascia le cose al loro posto mentre toglie loro il peso di essere reali. Le cose ci sono ancora. Ma non sono più abbastanza.

Tra le due minacce, la scienza che spiega fino a dissolvere e la religione che aggiunge senso fino a svuotare, la fede ingenua sopravvive come sopravvivono le cose fragili: di nascosto, nei momenti in cui nessuno guarda, nei secondi prima che il pensiero arrivi a commentare l’esperienza.

È il paradosso che il pensiero deve reggere senza risolverlo: questa fede è falsa. Il sorriso è davvero contrazione muscolare. Il canto è davvero tecnica di sopravvivenza. La luce non promette davvero nulla di eterno. Eppure, e qui sta il cuore di tutto, la sua falsità non ne diminuisce il valore vitale. Al contrario: è preziosa proprio perché è ingenua, proprio perché non sa di essere illusione, proprio perché arriva prima che la critica la raggiunga.

Custodirla non significa nascondersi dalla verità scientifica né cedere alla consolazione religiosa. Significa tenere aperto lo spazio, stretto, prezioso, continuamente minacciato, in cui la presenza delle cose arriva senza essere ancora tradotta in meccanismo o in messaggio. Significa coltivare quella disponibilità, quella serenità che non nasce dall’indifferenza ma dalla pienezza, di chi guarda un uccello all’alba e permette all’esperienza di essere completa prima che il pensiero la smentisca.

Il prete vuole che il mondo non basti. Il positivista dimostra che il mondo è meccanismo. Il positivista ha ragione, e la fede ingenua va custodita proprio dalla sua ragione, troppo cruda per la vita. Il prete ha torto, e la fede ingenua va custodita anche dalla sua menzogna consolatoria, nata dalle passioni più tristi che Spinoza conoscesse: la paura e la speranza. Ed entrambi, ciascuno a modo suo, uccidono qualcosa che nessuna ragione può restituire.

La fede ingenua non ha difese proprie. È troppo antica, troppo silenziosa, troppo radicata nella carne per poter argomentare. Ha bisogno di essere custodita, non contro la verità, ma prima che la verità arrivi. Nel secondo in cui il sorriso colpisce. Nel momento in cui il canto entra. Nell’istante in cui la luce cambia e qualcosa risponde.

Quell’istante è la sola eternità che esiste. E vale la pena difenderlo, da Dio e dalla biologia, che in questo sono fratelli.


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