Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Minuzzoli 7: Imelda, o della crepa che si concede troppo tardi

Imelda, donna potente nella battaglia, secondo l’etimologia, ha letto il minuzzolo su fotografia e IA e mi ha mandato delle osservazioni e delle obiezioni alle quali volentieri qui rispondo.

Imelda ha letto il minuzzolo sulla fotografia e la pittura, quello che paragonava la sorte dell’intelligenza naturale a quella dei pennelli dopo Daguerre, e non si è accontentata di approvarlo. Imelda non si accontenta quasi mai: alza un sopracciglio, è il suo gesto più frequente, l’unico che le riesce senza sforzo, e scrive una risposta che pretende di andare oltre, di precisare dove esattamente l’intelligenza umana dovrebbe traslocare ora che la macchina le ha tolto il compito della sintesi e della risposta plausibile.

Trasloca, scrive, innanzitutto dalla risposta alla domanda: la macchina risolve problemi già formulati con una rapidità che nessuna mente potrà mai eguagliare, ma non può abitare lo stupore, non può generare la domanda radicale che nasce dall’urto traumatico con l’esistenza, dall’angoscia, dal dubbio ontologico, può solo, al massimo, levigare una superficie dove l’intelligenza naturale, sola, sa ancora vedere una crepa.

Trasloca, in secondo luogo, dal concetto astratto alla carne: l’IA manipola simboli senza corpo, produce pensieri che non hanno mai provato il peso della gravità né il brivido del tempo che passa, mentre il nuovo pensiero umano, scrive Imelda, sarà un pensiero incarnato, una filosofia che non descrive il mondo dall’esterno ma testimonia cosa significhi esserci dentro, scaturita dalla finitudine, dalla malattia, dal desiderio.

Trasloca, infine, nella rivolta dell’imprevisto concettuale: la macchina, nutrendosi del passato, non può che ottimizzare la media di ciò che è già stato detto, mentre il pensiero umano ritroverà sé stesso nel cortocircuito creativo, nell’associare l’inassociabile per pura intuizione, nell’accettare il rischio dell’errore fecondo che nessun algoritmo, per costruzione, può permettersi di correre.

Tre traslochi, scritti con la sicurezza tagliente che le è propria e fin qui, bisogna ammetterlo, Imelda ha più ragione di quanto lei stessa, con tutto il suo sopracciglio alzato, sospetti.

Ha ragione quando dice che la macchina non può abitare lo stupore. È vero: risolve, non si stupisce; trova, non si smarrisce. Lo smarrimento richiede di non sapere ancora cosa si stia cercando, e la macchina, per costruzione, cerca sempre qualcosa che già esiste, in qualche angolo del proprio addestramento, come risposta plausibile a una domanda già formulata. La domanda radicale, quella che non chiede una soluzione ma apre un abisso, nasce da un corpo che urta contro l’esistenza, non da un corpus che la digerisce. Su questo, Imelda, il sopracciglio può restare alzato senza tremare.

Ha ragione anche quando sposta il pensiero dal concetto alla carne. Il pensiero incarnato di cui parla, quello che testimonia invece di descrivere, che scaturisce dal limite biologico invece che dalla speculazione impersonale, è precisamente ciò che nessuna rete neurale potrà mai produrre, perché nessuna rete neurale ha mai avuto fame, non ha mai sentito il proprio corpo cedere, non ha mai avuto paura della propria morte mentre la pensava. Il pensiero che si fa testimonianza richiede qualcuno a cui le cose accadano. Su questo, di nuovo, ha ragione.

E ha ragione, infine, sulla rivolta dell’imprevisto concettuale: la macchina, nutrita del passato, non può che proiettare in avanti la media statistica del già detto, mentre il pensiero che disobbedisce alla propria stessa logica, che accosta l’inassociabile per intuizione e non per calcolo, resta un lusso, o una ferita, che solo una coscienza incarnata può permettersi.

Ma poi Imelda scrive un ultimo paragrafo, quasi una postilla, dove immagina come cambierà la scrittura stessa: finora, dice, abbiamo avuto una quantità di testi banali e malscritti accanto a qualche vera gemma di retorica e di poesia; ora, con l’intelligenza artificiale, i pezzi di prosa ben scritta ma anonima diventeranno compito della macchina, e l’uomo, finalmente, scriverà soltanto testi animati di alto afflato spirituale. Ma, cara Imelda, la tecnologia democratizza lo strumento, non il talento e, infatti, lo scrive e subito dopo aggiunge, come chi confessa controvoglia di non crederci affatto, un solo “Mah!” buttato lì, leggero, eppure è la parola più importante di tutto il suo discorso.

Perché qui, per la prima volta, il sopracciglio di Imelda dovrebbe abbassarsi: qui non parla più con la lucidità di prima, sogna, e per capire perché basta tornare, ancora una volta, alla pittura e a Daguerre. La pittura, dopo la fotografia, non smise affatto di prodursi in quantità mediocri: continuò, semmai con più fretta e meno talento, a riempire le pareti di salotti borghesi con paesaggi insignificanti, ritratti di famiglia senza luce, nature morte senza una sola idea. Solo che ora, accanto a quella mediocrità identica a sempre, esplodevano anche Monet e Picasso. La liberazione dal mestiere non seleziona i migliori: apre soltanto lo spazio in cui i migliori, se ci sono, possono finalmente mostrarsi per quello che sono, ma non impedisce ai mediocri di continuare, semplicemente, a essere mediocri, magari aiutandosi pure con la macchina per esserlo più in fretta.

L’IA non farà sparire la prosa anonima. La moltiplicherà, probabilmente, fino a un’overdose mai vista, perché chi non aveva nulla da dire prima continuerà a non avere nulla da dire, solo che ora lo dirà con sintassi perfetta e con la rapidità di un istante, e l’unica differenza sarà che quella mediocrità costerà meno fatica a chi la produce e più fatica a chi dovrà, in mezzo a un oceano di pagine corrette e vuote, riconoscere la pagina vera, quella nata, come dice Imelda nei suoi tre traslochi giusti, da un corpo che ha davvero urtato contro l’esistenza. Il discrimine non sarà mai la qualità tecnica del testo, che la macchina sa già fornire a chiunque la chieda. Sarà, come sempre è stato anche prima della macchina, la presenza o l’assenza di qualcuno, dietro la pagina, per cui le cose siano davvero accadute.

Imelda lo sa. Per questo, dopo aver scritto la frase più ingenua di tutto il suo discorso, non ha potuto fare altro che aggiungere, sottovoce, quel “Mah!” la sola parola, in tutto il pezzo, che le è uscita senza il sopracciglio alzato.


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