Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Minuzzoli 2: I due abissi speculari della forma

Ogni formatore autentico teme due vertigini. Sono speculari, antitetiche, ugualmente mortali. E hanno lo stesso nome antico: ὕβρις, dismisura, tracotanza, il gesto di chi ha dimenticato dove finisce l’uomo e dove comincia qualcos’altro.

La prima vertigine è quella dell’impotente. Sale di notte, silenziosa, con la voce di una domanda che sembra ragionevole: a che pro? A che pro formare il transeunte, l’impermanente, l’effimero? La forma che costruisci oggi sarà polvere domani, Anassimandro lo ha già stabilito, il tribunale del tempo ha già emesso la sentenza. Il lavoro non ha termine. Il ricominciare è la sua essenza. Allora perché?

È la vertigine del nichilismo mascherato da lucidità. L’assurdo subìto invece di abitato, Sisifo che smette di spingere non perché abbia vinto ma perché ha deciso che il masso non vale. La paralisi si presenta sempre con le credenziali della saggezza. Ma è solo paura travestita da filosofia.

La seconda vertigine è quella dell’onnipotente. Sale di giorno, abbagliante, con la voce di una certezza che sembra ispirazione: farò qualcosa di definitivo. Qualcosa di talmente grande, così meraviglioso, così ricco e possente, che non avrà uguali, che chiuderà per sempre il conto con il caos, che renderà superfluo ogni ulteriore tentativo. Il pittore Frenhofer di Balzac che dipinge per anni il suo capolavoro sconosciuto e alla fine mostra agli amici una tela dove non si vede nulla, solo colori sovrapposti, forma divorata dall’ossessione della forma perfetta. La torre di Babele che vuole toccare il cielo e finisce per confondere le lingue, non punita da Dio per empietà, ma collassata sotto il peso della propria pretesa.

È l’ὕβρις del megalomene, il delirio di chi ha requisito tutta la potenza creativa del reale per versarla in un’unica forma supposta assoluta. Il reale si svuota. La forma soffoca. E il definitivo non arriva mai, perché il definitivo non esiste, è solo il nome che l’onnipotente dà alla propria incapacità di fermarsi.

Bachelard avrebbe riconosciuto entrambe le vertigini. Nell’impotente vede il fallimento dell’immaginazione dinamica, di quella forza che non si accontenta della materia così com’è ma la spinge, la trasforma, la porta oltre sé stessa. L’impotente ha perso la tensione del vettore, immagina ma non lancia, sogna ma non costruisce, contempla il caos senza trovare in sé la potenza di contornarlo. Nell’onnipotente vede invece il fallimento dell’immaginazione materiale, di quella capacità di ascoltare la resistenza della materia, di lasciarsi guidare da ciò che il materiale vuole diventare invece di imporgli una forma già decisa. L’onnipotente non ascolta, impone. E la materia, che ha la sua intelligenza e la sua renitenza, si vendica nel modo più beffardo possibile: producendo disordine. Forme morte, accumulate, soffocanti. Il disordine è la caricatura del caos: ne ha l’apparenza senza averne la potenza. È entropia senza ἄπειρον, rumore senza tempesta.

La forma autentica nasce dall’incontro tra i due movimenti, la spinta dinamica e l’ascolto materiale. Né resa né conquista. Dialogo.

Anassimandro aveva già risolto entrambe le vertigini, ma nessuno dei due ascoltava. Il suo frammento non afferma né l’eterna permanenza né l’incessante distruzione. Afferma l’alternanza, creazione e distruzione come ritmo, come respiro, come il battito che costituisce la vita proprio perché non si ferma né su un polo né sull’altro. È il processo che conta, non il risultato. Il fare, non il fatto. La ricerca di sapienza, non la sapienza raggiunta, che è sempre una sapienza morta, imbalsamata, esposta in una teca.

L’impotente vuole il senso garantito prima di cominciare, e non comincia mai. L’onnipotente vuole il senso garantito alla fine, e non finisce mai. Entrambi travalicano il divenire anassimandreo. Entrambi chiedono all’αἰών di smettere di giocare e di rispondere.

L’αἰών non risponde. Gioca.

Il silenzio di Dio, quello che Bergman ha filmato con la precisione crudele di un chirurgo in Il silenzio, in Come in uno specchio, in Luci d’inverno, non è una risposta negativa. È l’assenza di risposta. E l’assenza di risposta è, per chi sa stare nell’assurdo senza esserne schiacciato, la condizione più fertile che esista. Il silenzio del mondo di cui parla Camus, quel muro opaco che non risponde alle domande dell’uomo, non è un invito alla resa né un invito all’onnipotenza. È un invito a fare, perché fare è il senso, l’unico disponibile, l’unico onesto.

I Greci lo sapevano, e lo avevano messo in una parola sola: ποίησις, poiesis. Poiesis come fare che porta all’essere, come produrre che è allo stesso tempo rivelare. Il poietes porta il mondo all’esistenza nel momento in cui lo dice, lo plasma, lo colora, lo suona. Ogni forma è un atto di poiesis, un gesto che strappa qualcosa al silenzio senza pretendere che il silenzio risponda.

Allora la risposta alle due vertigini è la stessa, ed è una risposta che non consola, che non garantisce, che non promette nulla di definitivo.

Ride. Forma. Ricomincia. Il silenzio di Dio non è una condanna, è lo spazio in cui la poiesis respira. E chi sa respirare in quello spazio non ha bisogno né della certezza dell’impotente né della gloria dell’onnipotente. Ha il gesto. Ha il pugno che si chiude nell’acqua. Ha la nebulosa che decide, ancora, sempre, allegramente, di diventare stella.


Scopri di più da PROSPETTIVA FILOSOFICA

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

Scopri di più da PROSPETTIVA FILOSOFICA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere