Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Manuale di filosofia – A – Logica e teoria dell’argomentazione 6

I fondamenti del pensiero. 3 – Tipi di ragionamento II: Induzione

2.1 Definizione e direzione opposta

Il ragionamento induttivo procede esattamente nella direzione opposta rispetto a quello deduttivo: non da regole generali verso casi particolari, ma da un insieme di casi particolari osservati verso una legge generale che li comprenda e li spieghi tutti. È il movimento inferenziale caratteristico di gran parte della conoscenza empirica, scientifica e quotidiana: osserviamo ripetutamente che un certo tipo di evento si accompagna a un certo altro tipo di evento e ne inferiamo, generalizzando, che questa associazione valga sempre, anche per i casi futuri o non ancora osservati.

2.2 Dall’osservazione ripetuta alla legge generale

Riprendiamo, precisandolo ulteriormente, l’esempio del cigno già incontrato precedentemente: “Ogni singolo cigno che ho osservato, in decine di occasioni diverse, era bianco; dunque, molto probabilmente, tutti i cigni sono bianchi.” A differenza del sillogismo deduttivo, qui non c’è alcuna garanzia logica assoluta: anche ammesso che tutte le mie osservazioni passate siano state accuratissime e tutte vere (ogni singolo cigno effettivamente osservato era davvero bianco), nulla mi garantisce, con la stessa necessità logica del ragionamento deduttivo, che il prossimo cigno che incontrerò, o che qualcun altro, in qualche angolo del mondo che non ho mai visitato, ha già incontrato, sia altrettanto bianco. E infatti, come già ricordato, la scoperta dei cigni neri nell’Australia del XVII secolo ha storicamente smentito, con la forza di un singolo controesempio, una generalizzazione che secoli di osservazioni concordanti sembravano confermare con schiacciante regolarità. Questo tipo di ragionamento, basato sul puro accumulo di osservazioni concordanti, prende il nome tecnico di induzione per semplice enumerazione.

2.3 Bacone e il tentativo di rendere rigorosa l’induzione

Francesco Bacone fu tra i primi a rendersi conto che l’induzione non potesse ridursi alla semplice enumerazione, da lui liquidata come procedimento “puerile”. Per Bacone, la conoscenza induttiva richiede un doppio movimento: uno di bonifica della mente e uno di catalogazione rigorosa dei dati.

Prima ancora di raccogliere i fatti, il ricercatore deve liberare la mente dalle false immagini e dai pregiudizi inconsapevoli che ne distorcono il giudizio: i celebri Idola (anticipazione straordinaria dei moderni bias cognitivi). Bacone ne individua quattro tipologie: Idola tribus (gli idoli della tribù), i limiti intrinseci alla natura umana, come la tendenza a scorgere un ordine anche dove c’è solo caos o a ricordare solo le conferme dimenticando le smentite. Idola specus (gli idoli della spelonca), i pregiudizi derivanti dall’educazione, dalle abitudini e dal carattere del singolo individuo. Idola fori (gli idoli della piazza), gli inganni che nascono dalle ambiguità del linguaggio e dall’uso impreciso delle parole negli scambi sociali. Idola theatri (gli idoli del teatro), i dogmi delle antiche scuole filosofiche, che creano mondi fittizi e li sostituiscono alla realtà empirica.

Solo dopo aver purificato l’intelletto da questi abbagli, la pars destruens si può passare alla pars construens: il celebre metodo delle Tavole di Presenza, di Assenza e dei Gradi. Confrontando sistematicamente i casi in cui un fenomeno si presenta con quelli in cui manca o varia di intensità, l’induzione baconiana tenta di isolare per esclusione la vera causa formale dei fenomeni.

2.4 Il problema di Hume

Nessun raffinamento metodologico, tuttavia, sfugge all’obiezione radicale formulata da David Hume. Il ragionamento induttivo, infatti, presuppone un principio implicito: che la natura sia uniforme e che il futuro assomigli al passato. Ma con quale diritto assumiamo questo principio di uniformità? Non si tratta di una verità deduttiva (non c’è contraddizione logica nell’immaginare che domani le leggi della natura cambino). Non possiamo dimostrarlo per via empirica (“la natura si è sempre comportata in modo uniforme finora, dunque lo farà anche in futuro”), perché questo argomento userebbe l’induzione per giustificare l’induzione stessa, cadendo in un irrimediabile circolo vizioso.

Questo argomento, noto in tutta la storia della filosofia successiva come il “problema dell’induzione“, resta, ancora oggi, uno dei nodi filosofici più discussi e mai risolti dell’intera epistemologia. Vale la pena sottolineare che Hume stesso non concludeva da questo argomento che l’induzione dovesse essere abbandonata nella pratica quotidiana, riconosceva anzi che si tratta di un’abitudine psicologica pressoché inevitabile per qualunque creatura senziente, ma soltanto che essa non può essere razionalmente giustificata con la stessa forza dimostrativa della deduzione, un punto filosoficamente scomodo che la filosofia della scienza successiva ha dovuto, in un modo o nell’altro, affrontare.

2.5 Un’illustrazione vivida: il tacchino induttivista

Un esempio, divenuto proverbiale nella letteratura filosofica novecentesca spesso attribuito, sia pure in forme leggermente diverse, a Bertrand Russell, rende in modo particolarmente efficace, se non proprio confortante, il rischio insito in ogni ragionamento puramente induttivo. Immaginiamo un tacchino che, allevato in una fattoria, osservi che ogni mattina, puntualmente, alle nove in punto, il contadino gli porta il cibo. Il tacchino, se fosse un abile ragionatore induttivo, potrebbe costruire il seguente argomento: “Ogni mattina, alle nove, ricevo il cibo; questa regolarità si è confermata per settimane, senza eccezioni; dunque, con altissima probabilità, anche domani, alle nove, riceverò il cibo.” Il ragionamento, dal punto di vista puramente induttivo, è ineccepibile, sempre più solido giorno dopo giorno, man mano che le osservazioni concordanti si accumulano. Fino alla vigilia del Giorno del Ringraziamento quando il contadino, alle nove, non porta il cibo, ma il coltello. L’esempio, per quanto un po’ macabro, illustra con crudele efficacia un punto filosofico di prim’ordine: nessun accumulo, per quanto imponente, di osservazioni passate concordanti può, da solo, garantire logicamente ciò che accadrà in futuro, un monito che vale, mutatis mutandis, ben oltre il pollaio, per qualunque generalizzazione fondata sulla sola regolarità osservata fino a un certo momento.

2.6 Oltre l’enumerazione: la certezza fisica e la risposta di Kant

A questo punto è necessario introdurre una distinzione fondamentale per non cadere in un’eccessiva semplificazione. C’è una differenza abissale tra l’affermare “tutti i cigni sono bianchi” o “il mio amico arriva sempre in ritardo” e l’affermare “domani mattina il sole sorgerà, perché finora il sole è sempre sorto”. Nel caso dei cigni o dell’amico, ci affidiamo a una mera regolarità osservativa empirica (l’induzione per enumerazione). Nel caso del sorgere del sole, la nostra certezza non deriva semplicemente dal fatto di averlo visto sorgere migliaia di volte nel passato, ma dal fatto che quel fenomeno è spiegato da una struttura teorica ed esplicativa profonda: la legge di gravitazione universale e la meccanica celeste. Non stiamo sommando eventi slegati, ma inserendo l’evento in una rete deduttivo-nomologica. Sappiamo perché il sole sorge (la rotazione terrestre dovuta alla conservazione del momento angolare) e conosciamo le condizioni fisiche che potrebbero impedirlo.

Hume aveva ragione nel rilevare che le leggi fisiche non possiedono la certezza logica della matematica pura. Tuttavia, Kant mostra che la fisica non si riduce a un’incerta scommessa induttiva: la mente umana organizza i dati dell’esperienza attraverso concetti puri dell’intelletto, le categorie, tra cui spicca proprio quella di Causa ed Effetto, che danno origine ai principi fondamentali della scienza (i giudizi sintetici a priori, come il principio secondo cui ogni evento ha una causa).  La fisica attribuisce così ai fenomeni della natura una certezza nomologica (fisica) strutturata e necessaria per noi, elevando la previsione sul sorgere del sole ben al di sopra del semplice accumulo di casi empirici slegati.

2.7 Popper e la risposta falsificazionista

Una delle risposte filosoficamente più influenti al problema humeano dell’induzione viene da Karl Popper, il filosofo della scienza già incontrato nel primo capitolo di questo studio a proposito della tradizione critica inaugurata dai Milesi. Popper propone una soluzione radicale, per certi versi sorprendente: la scienza, sostiene, non procede affatto per induzione nel senso classico del termine (accumulo di osservazioni confermanti che “dimostrerebbero” una legge generale), ma per congetture audaci seguite da tentativi sistematici di confutazione. Lo scienziato non cerca di accumulare conferme alla propria ipotesi (un’impresa, come abbiamo visto con Hume, logicamente inconcludente), ma formula ipotesi generali arrischiate e si sforza attivamente di falsificarle, sottoponendole ai test più severi possibili: solo le ipotesi che sopravvivono a questi tentativi di confutazione, per quanto mai definitivamente “dimostrate” in senso assoluto, meritano la nostra fiducia provvisoria, sempre revocabile alla prima osservazione che le contraddica. È un capovolgimento elegante del problema di Hume: non risolve, in senso stretto, l’impossibilità logica di giustificare l’induzione, ma propone un metodo scientifico che, in un certo senso, fa a meno dell’induzione classica, sostituendola con un ciclo asimmetrico di congettura e confutazione.

2.8 L’induzione nella vita quotidiana

Concludiamo questa seconda parte osservando quanto pervasivo sia il ragionamento induttivo nella nostra esperienza quotidiana, ben al di là del laboratorio scientifico. Ogni volta che, avendo toccato  una stufa accesa e essendomi scottato ogni volta, evito in futuro di toccare stufe accese; ogni volta che, avendo notato che un certo amico arriva sempre in ritardo agli appuntamenti, mi organizzo di conseguenza aspettandomi un ulteriore ritardo; ogni volta che un medico, avendo osservato che un certo farmaco ha avuto effetto su centinaia di pazienti con sintomi simili, lo prescrive a un nuovo paziente con sintomi analoghi: in tutti questi casi, innumerevoli e quotidiani, stiamo applicando, spesso senza rendercene conto, la stessa struttura inferenziale induttiva che abbiamo appena analizzato, con tutta la sua preziosa utilità pratica e, insieme, con tutta la sua intrinseca, ineliminabile vulnerabilità logica.

2.9 I due volti dell’induzione: da schema scolastico a problema epistemologico

La distinzione tra deduzione e induzione si rivela assai più ricca e sfaccettata rispetto alla comoda formula scolastica “certezza sterile contro incertezza feconda“. L’induzione empirica grezza (per enumerazione) è indispensabile per la vita quotidiana, ma logico-epistemologicamente vulnerabile (il tacchino di Russell). L’induzione scientifica integrata si salda con la teoria, fondendosi con modelli deduttivi e leggi generali che le conferiscono un grado di solidità esplicativa infinitamente superiore alla semplice regolarità osservata. L’induzione non è quindi una debolezza del pensiero, ma il ponte dinamico e mai del tutto chiuso tra le nostre strutture concettuali e il flusso imprevedibile dell’esperienza.


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