La condanna dell’arte nel X libro della Repubblica (2a parte)
Il carattere ontico della produzione demiurgica
Il demiurgo non può produrre l’idea, ma solo riprodurla nel sensibile. La produzione demiurgica, in altri termini, non ha forza ontologica, ma solo ontica, non riguarda l’essere dell’ente, ma solo enti determinati, non è in grado di produrre il “letto in quanto tale”, ma solo “questo letto”. Il demiurgo è causa efficiente e non fondamento delle cose prodotte. Efficio in latino significa dare esistenza effettiva a una cosa che, nel suo essere proprio (in ciò che essenzialmente è), è già tutta data nella sua idea. Il letto in quanto tale è già dato nell’idea di letto, idea che il demiurgo semplicemente efficit, porta alla presenza, pone nella realtà effettiva.
Socrate, che ha appena concordato con Glaucone che il pittore e gli artisti in genere producono cose apparenti, si rende conto che la contrapposizione fra mimesi demiurgica e mimesi illusionistica rischia di far dimenticare che anche il prodotto artigianale è comunque una copia, rischia, cioè di attribuire una realtà sostanziale a ciò che ha solo una realtà derivata. Perciò dice a Glaucone queste parole:
– Non dicevi poco fa che il fabbricante di letti non costruisce la specie in cui diciamo consistere “ciò che è” letto, ma costruisce un determinato letto? […] Se dunque non fa “quello che è” letto, non farà ciò che è, ma un oggetto che è esattamente come ciò che è, ma che non è. E chi asserisce che l’opera del costruttore di letti o di un altro operaio è cosa perfettamente reale, non rischierebbe di dire cose non vere? […] Non meravigliamoci affatto se anche quest’opera è, rispetto alla verità, qualcosa di vago. (Rep. 597 a)
Così nemmeno l’artigiano, alla fine produce cose vere in sé. Produce infatti qualcosa di vago, di opaco, di offuscato rispetto alla verità. In “questo letto”, che pure espone correttamente il letto in sé, il “vero letto” si dà con un’identità precaria. Il legno del letto, la pietra della casa, la materia delle cose, di volta in volta espongono, ognuno alla loro maniera, il modello, ma questo portare alla presenza è anche sempre e strutturalmente un offuscarsi, un opacizzarsi dello splendore originario della verità.
La gerarchia ontologica dei tre letti
– Persone più deboli di vista hanno veduto molte cose prima di persone dallo sguardo più acuto. (Rep. 595 c – 596 a)
Chi ha occhi deboli vede nella molteplicità degli oggetti che costituiscono il mondo una ricchezza, anziché una dispersione. Chi ha lo sguardo acuto, invece, vede meno cose in estensione, ma più in profondità, perciò vede il semplice e l’essenziale, senza perdersi nel mero molteplice. Dietro alla molteplicità vede l’essenziale, che dà luogo a un altro tipo di molteplicità, una molteplicità che è tale per essenza, e nella congerie di enti, nella cui supposta ricchezza non si perde, vede disegnarsi con chiarezza una gerarchia ontologica.
Vede una prima cosa, quella “prodotta” dal dio, la pura idea, vede una seconda cosa, quella prodotta dall’artigiano, la copia, e vede, infine, una terza cosa, quella riprodotta dall’artista, il simulacro. Sono tre modi in cui lo stesso si dà.
– Questi nostri letti si presentano sotto tre specie. Uno è quello che è nella natura: potremmo dirlo, credo, creato dal dio. […] Uno poi è quello costruito dal falegname e uno quello foggiato dal pittore. […] ora pittore, costruttore di letti e dio sono tre e sovrintendono a tre specie di letti. (Rep. 597 b)
Il primo letto è quello che è nella φύσις (physis, natura). Physis è ciò che si schiude da sé, senza essere prodotto della τέχνη (techne, arte). Per Heidegger physis è una delle parole fondamentali e inaugurali del pensiero greco e indica l’essere nel senso della presenza autoschiudentesi. Il letto che è nella natura, allora, è l’idea di letto, ciò che è presente da sé e che così permane, in antitesi al letto che, per essere, deve essere prodotto da un altro. È ciò che è scorto nel suo aspetto senza il tramite di qualcos’altro.
Nel mondo platonico ogni ente è, insomma caratterizzato da una strana, inusitata triplicità: tre specie di letti, ma una sola idea di letto. Se intendiamo eidos come concetto (tre concetti di letto, tre generi di letto), perdiamo l’essenziale del platonismo. Ciò che in esso importa, infatti, è l’unitarietà del carattere fondamentale che appare in ogni diversità.
– Ebbene, il dio, sia che non l’abbia voluto, sia che qualche necessità l’abbia costretto a non creare nella natura più di un solo e unico letto, si è limitato comunque a fare, in un unico esemplare, quel letto in sé, ossia “ciò che è” letto. Ma due o più letti di tal genere il dio non li ha prodotti, e non c’è pericolo che li produca mai. […] Perché, se ne facesse anche due soli, ne riapparirebbe uno, di cui ambedue quelli, a loro volta, ripeterebbero la specie. E “ciò che è letto” sarebbe quest’ultimo, anziché quei due. […] Conscio di questo, credo, il dio ha voluto realmente essere autore di un letto che realmente è, non di un letto qualsiasi; né ha voluto essere un qualunque fabbricante di letti. E perciò ha prodotto un letto che fosse unico in natura. (Rep. 597 c-d)
Il produrre del dio è un φύειν (phyein), “lasciar essere”, non “portare all’essere”; quindi è di tutt’altro genere rispetto al poiein dell’artigiano, che è sempre imitazione di un eidos. Il dio, per il rispettivo ambito di cose individuali (ad esempio, per i letti) ha, di volta in volta, “prodotto” una sola idea. Perché?
Se per i molti letti ci fossero in natura due o più idee di letto, queste supposte idee sarebbero, a loro volta, copie di un’altra idea, la quale sarebbe il vero “che cos’è” delle due idee. È questo il famoso argomento noto come argomento del terzo uomo, basato sul carattere aporetico di ogni rimando a un processo infinito.
L’argomento del terzo uomo viene usato da Aristotele nel primo libro della Metafisica proprio contro la dottrina delle idee di Platone. Tuttavia, il primo a usarlo contro se stesso è stato proprio Platone nel Parmenide. Per riferirci all’esempio di Platone, la struttura logica dell’argomento è la seguente: 1) è data una molteplicità di oggetti grandi; 2) questi oggetti grandi si dicono tali perché partecipano tutti all’idea di grandezza; 3) se con uno sguardo sinottico si considerano assieme le cose grandi e l’idea di grandezza, dovremmo pensare a un’altra idea di grandezza a cui sia gli oggetti grandi che l’idea di grandezza partecipano, e così via all’infinito. L’argomento si chiama “del terzo uomo” perché la tradizione l’ha così tramandato: se un uomo particolare è simile a un uomo ideale, ci deve essere un terzo uomo a cui entrambi partecipano, e così via.
L’unità e l’unicità sono i caratteri essenziali dell’idea platonica e il fondamento di tale unità sta nel fatto che il dio, nel produrre l’idea, mira a lasciar essere proprio ciò che una cosa è e non una cosa qualsiasi.
Socrate passa poi a denominare ognuno dei produttori delle tre specie di enti
– Vuoi che (il dio) lo chiamiamo naturale creatore (φυτουργός) di questa cosa, o con un titolo consimile? […] E il falegname, non dobbiamo chiamarlo artigiano (δημιουργός) del letto? E anche il pittore artigiano e autore di questo oggetto? G. – No, assolutamente. […] Secondo me l’appellativo che più gli si addice potrebbe essere imitatore (μιμητής) di quell’oggetto di cui gli altri sono stati artigiani. S. – Allora chiami tu imitatore chi è artefice della terza generazione di cose a partire dalla natura? Tale sarà dunque anche l’autore tragico, ecc. (Rep. 597 d-e)
Non si addice all’artista il nome di artigiano, di demiurgo, perché, producendo oggetti fittizi, non lavora per il demos, ma contro di esso, ingannandolo, producendo cose di cui non ci si può servire.

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