Ogni cosa mette in gioco tutta la potenza infinita della natura secondo
la prospettiva determinata che essa esprime

Einstein, la scienza e la filosofia

In un vecchio editoriale comparso sulla rivista Le Scienze (n. 435, novembre 2004), a cura del compianto direttore Enrico Bellone, Einstein viene definito, con intento a un tempo elogiativo e critico, il più grande filosofo del ‘900. Elogiativo nei confronti di Einstein, così grande da occupare, con la sua figura, non solo lo spazio proprio della scienza, ma anche quello improprio della filosofia; critico verso i filosofi in generale che, per lo più, “parlottano” di scienza, senza sapere, in realtà, di che cosa stanno parlando.

Io credo che la grandezza di Einstein sia tutta di natura scientifica. Un grande scienziato non acquista nulla con l’aggiunta dell’etichetta di filosofo: la scienza basta a se stessa, non ha bisogno di supplementi d’anima. Einstein, del resto, che da parte sua era un raffinato cultore di studi umanistici, oltre che un provetto violinista, non sarebbe stato d’accordo, immagino, a essere definito “filosofo”.

La scienza, assieme all’arte e alla filosofia, è una straordinaria avventura del pensiero, come mostrano Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia? (Einaudi, Torino, 1996), indisponibile, però, come l’arte e la filosofia, a estrapolazioni. Con questo non intendo tracciare steccati invalicabili tra queste discipline, ma solo oppormi a una visione collaborazionista e complementare che, a mio avviso, mortifica sia la scienza, sia l’arte, sia la filosofia. In altri termini io respingo quella “massima”, pur da Einstein amata e citata anche da Bellone nel suo editoriale, che prescrive che la scienza senza la filosofia sia arida e che la filosofia senza la scienza sia vuota. La grande scienza è viva e affascinante per virtù propria, così come la grande filosofia non necessita di alcun riempimento allogeno. Se è vero che un filosofo (o uno scienziato) non vivono in mondi reciprocamente impermeabili, è altrettanto vero, però, che vivono in mondi ben distinti e, proprio per questo, ugualmente necessari e non succedanei. Non c’è alcuna esigenza di una falsa e retorica unità di filosofia, arte e scienza.

C’è sempre un’aria di famiglia fra la scienza, l’arte e la filosofia di un’epoca, ma questo non ci autorizza a parlare genericamente di reciproche influenze. In quanto attività creatrici nel senso eminente del termine l’opera d’arte, il concetto filosofico e la teoria scientifica rispondono solo all’incontro con il reale, con il “fuori”. Vi possono essere delle “risonanze” filosofiche o artistiche di una determinata teoria scientifica, ma in quanto tutte, arte, scienza e filosofia, hanno a che fare, ognuna a modo proprio, con i problemi concreti che l’epoca pone.

Nell’annus mirabilis 1905 Einstein propone la teoria della relatività ristretta, rivoluzionando la concezione classica del tempo e dello spazio assoluti. Les Demoiselles d’Avignon, il quadro con il quale Picasso apre la stagione del cubismo e che sovverte la concezione tradizionale dello spazio pittorico e della prospettiva, è del 1906. Non credo che tale cronologia possa portare qualcuno ad affermare che Picasso è influenzato da Einstein. Sarebbe ridicolo, oltre che storicamente infondato. Dobbiamo allora parlare di risonanze occasionali, casuali? Se lo facessimo, misconosceremmo la “necessità” che, a mio modo di vedere, governa l’apparire di ogni grande idea. Senza spingersi fino ad accogliere la tesi forte sostenuta dallo storico della scienza Arthur I. Miller nel libro Einstein, Picasso: Space, Time and the Beauty That Causes Havoc (Basic Books; Reprint edizione, 2002), secondo cui entrambi si sarebbero ispirati, per vie diverse, alla stessa fonte, e precisamente al lavoro del matematico francese Poincaré, che nel 1902, nel grande libro La scienza e l’ipotesi (Bompiani, Milano, 2003), ripensa il tema della simultaneità sulla base di un approccio non euclideo allo spazio fisico, non si può negare, tuttavia, che lo scienziato e l’artista, da grandi creatori come sono, affrontano gli stessi problemi essenziali di un’epoca inquieta e sempre più insoddisfatta di un modello di conoscenza determinato da un positivismo ormai ingessato e scolastico. Su questo tema è disponibile in italiano un ottimo testo che merita di essere letto: Meyer Schapiro, Tra Einstein e Picasso (Cristian Marinotti Edizioni, Milano, 2003).

Gli artisti possono anche fraintendere clamorosamente il significato della nuova scienza e pur tuttavia produrre opere nelle quali l’aria di famiglia di cui ho parlato sopra appare innegabile. Pensiamo a Kandinsky e al suo astrattismo. In alcuni testi, come in quello famoso del 1912 Dello spirituale nell’arte o nell’articolo del 1938 Il valore di un’opera concreta, il pittore russo crede che la sua arte interpreti, al pari della nuova scienza, quella profonda svolta verso la spiritualizzazione del reale che, a suo dire, caratterizzerebbe l’inizio del XX secolo in opposizione al positivismo della seconda metà del XIX secolo. In realtà, e Bachelard lo ha eccellentemente illustrato nei suoi testi epistemologici, la scienza va in tutt’altra direzione, quella di un’inaudita astrazione matematica, che distrugge il reale dell’intuizione per “costruire” quello della formula. Nulla a che fare, quindi, con la destrutturazione sinestesica e “alchemica” dell’oggetto che avviene nella pittura kandinskyana. E tuttavia, la nuova scienza e l’astrattismo di Kandinsky, pur così diversi e lontani, non solo non sono estranei l’uno all’altro, ma, a uno sguardo non superficiale, appaiono entrambi necessari e insostituibili.

Al di là delle grandi attività creatrici come scienza, arte e filosofia, ci potremmo chiedere quanto presente sia Einstein e la sua relatività nel sentire comune. Se per sentire comune si intende l’opinione corrente, direi che non è né lontano né vicino, ma semplicemente assente, ignorato, allo stesso modo in cui, a questo livello di consapevolezza, sono ignorate tutte le grandi idee dell’uomo. Se per sentire comune si intende invece la sua assimilazione culturale, per usare un termine orribile, allora va detto che la relatività di Einstein, sia ristretta che generale, con l’eccezione della comunità scientifica e di pochi altri “volonterosi”, è, semmai, colpevolmente e vergognosamente fraintesa, secondo le modalità ormai classiche della sottocultura.

Non ho dubbi che, fra i laureati in filosofia, tanto per fare un esempio concreto, solo un’esigua minoranza sia in grado di parlare con cognizione di causa della relatività einsteiniana. Qui non è l’ignoranza il peggior difetto, ma l’opinione corriva che se ne è formata. Non è raro trovare dottori in filosofia, ma anche qualche docente, che assimilano relatività a relativismo o che salutano la meccanica quantistica come una salutare “botta di libertà” assestata al soffocante determinismo della fisica classica, e via sproloquiando, mostrando di possedere, su tali temi, un’informazione non dissimile dal barbiere del mio quartiere.

Qui il problema è più generale e ha a che fare con un modo sbagliato di accostarsi alle teorie scientifiche. Lasciamo stare l’arte, che per sua natura richiede un incontro diretto (una pittura deve essere guardata, una musica ascoltata). Ma cosa penserebbero i filosofi di chi si avvicina alla loro disciplina leggendo solo manuali di storia della filosofia o saggi di divulgazione filosofica, senza aver mai direttamente incontrato il testo, e quindi il mondo, di un filosofo? Naturalmente si scandalizzerebbero, senza rendersi conto, però, che è quanto loro fanno con le teorie scientifiche. Per la stragrande maggioranza dei filosofi l’equazione di Einstein che governa la relatività generale (la formula dell’equazione di campo) è un’astrusa, incomprensibile accozzaglia di simboli. Eppure, è questa l’equazione che mostra la diretta connessione della curvatura dello spazio-tempo con la distribuzione della massa nell’universo. Non basta ripetere come un mantra, l’equazione E = mc2, ormai stampigliata persino sulle t-shirt, per pensare scientificamente la fisica einsteiniana.

La teoria della relatività non è propriamente comprensibile al di fuori e a prescindere dalle equazioni relativistiche. L’apparato matematico della teoria della relatività è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la sua piena comprensione. Chi non padroneggia lo strumento matematico e la connessa concettualità fisica dovrebbe semplicemente riconoscere di avere solo una vaga idea di una delle più importanti e rivoluzionarie teorie scientifiche. Tutto qui. Basta saperlo, però, e regolarsi di conseguenza, per non scadere in quel parlottio sulla scienza di cui giustamente si duole Bellone nell’articolo che ho citato sopra.

A proposito di meccanica quantistica, vale la pena spendere due parole sul rapporto di Einstein con questa “strana” teoria. “Non crederò mai che Dio giochi a dadi con l’universo”: una frase che il grande scienziato ha pronunciato e alla quale, in un certo senso, si vorrebbe impiccarlo.

Ma è davvero così? Chiunque conosca il lavoro di Einstein, sa quanto gli deve la meccanica quantistica. Einstein è uno dei creatori della meccanica quantistica (basti ricordare che è proprio lui, nel suo studio sull’effetto fotoelettrico, a “confermare” sperimentalmente la natura corpuscolare della luce, fatta di quanti di energia, i fotoni). Certo, l’aspetto probabilistico, indeterministico, di questo settore della fisica ha sempre rappresentato un reale problema per Einstein. Ma non solo per lui, credo. Anche chi si è “rassegnato” all’indeterminismo strutturale del mondo subatomico, non convive facilmente con tale convinzione. Nel 1965 Richard Feynman, un guru della meccanica quantistica, scrive: “Penso di poter affermare con sicurezza che nessuno capisce la meccanica quantistica”.

È sciocco pensare ad Einstein come a un fondamentalista del determinismo laplaciano, deciso a sostenerlo persino contro l’evidenza stessa della sua pratica scientifica. Lo scienziato tedesco chiede solo delle buone ragioni per abbandonare il paradigma deterministico, chiede la certezza che l’indeterminismo fisico sia tale per ragioni intrinseche e non per problemi computazionali (l’infinita complessità del sistema da calcolare) o interattivi (l’effetto perturbante provocato dall’inevitabile interazione fra osservatore e osservato). Bene, io non credo che queste buone ragioni siano state fino a oggi davvero fornite. In ogni caso non parlerei, su questo, di torto o di ragione da parte di Einstein, perché un paradigma (e determinismo o indeterminismo sono paradigmi) non è una verità di fatto, ma un criterio di lettura, un orizzonte di senso e, in quanto tale, va accolto o abbandonato in base a un principio di efficienza, non di oggettività.

Chiedersi se il paradigma einsteiniano dello spazio tempo sia ancora attuale dal punto di vista culturale, oppure se ci sia già stato un superamento, pone l’importante problema del progresso nella scienza. Uno dei più accettati luoghi comuni è quello che afferma che arte e filosofia non progrediscono (chi oserebbe dire che Raffaello “migliora” Giotto o che Kant renderebbe superflua la lettura di Platone o Aristotele?). Non così nella scienza, dove il progresso appare invece reale, incontestabile, oggettivo: è indiscutibile che Copernico confuta Tolomeo. Anche Einstein, a quanto pare, “confuta” Newton, dato che le formule newtoniane, in un certo ambito applicativo, vanno corrette con un fattore relativistico. Se è così, allora, anche Einstein e il suo paradigma del cronotopo sembra destinato a “passare” inesorabilmente, anzi, forse è già passato. Tutto questo è vero, ma a mio avviso è opportuno introdurre una distinzione, una cesura, fra scienza classica e nuovo spirito scientifico, che ci porta a pensare in termini più articolati che cosa significa progresso nella scienza.

Finché la conoscenza scientifica mantiene un rapporto diretto e organico con l’intuizione e con l’osservazione, e tale era la scienza classica, allora la falsificabilità di una teoria appare in fin dei conti agevole e dipendente dal progresso dei metodi e degli strumenti tecnici di osservazione: la non verità del sistema tolemaico rispetto a quello copernicano è letteralmente “visibile” con i nostri occhi, seppur adeguatamente rinforzati da opportune “protesi”, anche se va ricordato che, entro certi limiti e con l’aiuto di ingegnosi quanto macchinosi artifici, i tolemaici riuscivano comunque a produrre delle previsioni corrette.

Ma che dire quando si procede al di là dell’osservabile, quando la scienza, come afferma Bachelard, rompe irreversibilmente con l’intuizione? Non viene meno, naturalmente, la falsificabilità che ogni teoria scientifica, per essere tale, deve sempre permettere, ma se ne cambiano in modo radicale i criteri operativi: la realtà fisica, sottratta alle coordinate della nostra intuizione, pur non cessando, naturalmente di essere realtà fisica, assume connotati più astratti, antiintuitivi, tali da renderla disponibile solo alla modellizzazione matematica. Dato che l’osservazione non ci è più di alcun aiuto, per “intuirla” si deve ricorrere alle risorse a un tempo suggestive e pericolose della metafora e dell’analogia.

Quando si parla di spazio-tempo, quando si ragiona, quindi in quattro dimensioni, per noi esseri irrimediabilmente tridimensionali, non c’è nessuna osservazione, tradizionalmente intesa, che possa falsificare questa teoria. A maggior ragione quando, come nella teoria delle superstringhe o nella M-teoria, si fa intervenire un numero molto più grande di dimensioni, alcune di queste misteriosamente arrotolate. E che dire, poi, del modello olografico di universo? La “verità oggettiva” di questi modelli e quindi la loro possibile falsificazione e conseguente superamento, deve richiedere parametri e criteri diversi e ben più complessi di quelli necessari a confutare il sistema tolemaico.

Se questo è vero, allora mi sembra legittimo sostenere che il paradigma einsteiniano mantiene tutta la sua validità e attualità scientifica, se e solo se accompagnato dalla consapevolezza che si tratta appunto di un paradigma, concepito per risolvere problemi specifici, senza la pretesa di valere sempre e dovunque.

A proposito di modelli, vorrei concludere consigliando, soprattutto ai filosofi, la lettura di un bellissimo libro dell’epistemologo e storico della scienza Giorgio Israel, recentemente scomparso, La visione matematica della realtà. Introduzione ai temi e alla storia della modellistica matematica (Roma-Bari, Laterza, 1996). È un testo che aiuta a parlare con rigore di concetti spesso posseduti in modo solo generico, se non addirittura distorto, come quelli di determinismo, riduzionismo, complessità, caos, catastrofi, locale e globale e molto altro ancora.


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