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la prospettiva determinata che essa esprime

Alcesti di Euripide. Introduzione: Lutto, sacrificio e ritorno impossibile

L’ENIGMA DELL’ALCESTI

Nel 438 avanti Cristo, durante le Grandi Dionisie ateniesi, Euripide presentò una tetralogia che avrebbe sconcertato gli spettatori e gli interpreti per oltre duemila anni. Al quarto posto della sequenza drammatica, dove la tradizione prescriveva la rappresentazione di un dramma satiresco, genere leggero, licenzioso, popolato dal coro dei satiri che accompagnava Dioniso, comparve invece l’Alcesti, opera ibrida che ancora oggi resiste a ogni classificazione definitiva. Non pienamente tragica, eppure troppo seria per essere satiresca, l’Alcesti inaugura uno spazio drammaturgico anomalo, sospeso tra registri incompatibili: il lutto più straziante e la comicità più sguaiata, la morte come evento definitivo e il ritorno miracoloso, il sacrificio eroico e l’imbarazzo grottesco. L’anomalia strutturale dell’opera è stata registrata fin dall’antichità. La didascalia alessandrina che accompagna il testo tramandato specifica che l’Alcesti fu rappresentata “al posto del dramma satiresco”, formula che sembra insieme spiegare e complicare lo statuto del dramma. Se è “al posto” del satiresco, significa che ne condivide qualcosa? Il finale felice, certamente: Alcesti torna dalla morte, la coppia viene riunita, il dolore lascia spazio al sollievo. Ma l’elemento satiresco propriamente detto, il coro dei satiri con le loro danze oscene, la presenza costante di Dioniso, il tono licenzioso, è del tutto assente. Resta soltanto Eracle, figura che nel teatro e nella ceramica attica oscilla tra l’eroico e il comico: l’Eracle dell’Alcesti beve, canta, mangia smodatamente, incurante del lutto che grava sulla casa che lo ospita. La sua ubriachezza irrompe nel cuore della tragedia come elemento estraneo, quasi insopportabile nella sua gaiezza fuori luogo. Eppure proprio Eracle, con la sua vitalità dionisiaca, risolverà il dramma compiendo ciò che la ragione apollinea non poteva: strappare una donna alla Morte.

La critica moderna, di fronte a questa irriducibile stranezza, ha moltiplicato le etichette: “commedia borghese” (nel positivismo ottocentesco che cercava nelle tragedie greche anticipazioni del dramma moderno), “tragicommedia” (categoria shakespeariana retroproiettata sull’Alcesti), “pro-satirica” (formula tecnica che registra la posizione nella tetralogia senza risolvere il problema del genere), “tragedia rovesciata” (perché il movimento va dalla morte alla vita invece che dalla vita alla morte). Nessuna di queste definizioni coglie pienamente l’opera, che resta costitutivamente ambigua. Jan Kott, nel Novecento, ha parlato di “parodia crudele della resurrezione“, sottolineando come ogni elemento del lieto fine sia minato dall’interno: Alcesti torna, sì, ma velata e muta; Admeto la riprende, sì, ma esitando, quasi con orrore; la felicità viene promessa, sì, ma differita oltre la fine del dramma, in un tempo futuro (tre giorni) che il testo non mostra. Forse l’interpretazione più profonda resta quella di Carlo Diano, che dedicò decenni allo studio dell’Alcesti e vi riconobbe “la prima meditatio mortis che l’Occidente abbia avuto”. Diano individua nel dramma una riflessione aristocratica sulla morte come prova suprema della φιλία: solo chi ama davvero è disposto a morire per l’amato, e questa disponibilità manifesta un νόμος (legge, convenzione) più forte della φύσις (natura, istinto di autoconservazione). Il sacrificio di Alcesti rivelerebbe l’essenza stessa dell’amore: non sentimento privato ma vincolo oggettivo che obbliga, che esige eventualmente la vita stessa. Ma anche questa lettura, per quanto ricca, non esaurisce l’enigma dell’Alcesti. Perché se il dramma celebrasse semplicemente il sacrificio eroico femminile, perché terminare con un ritorno che retroattivamente annulla quel sacrificio? Se Alcesti torna, a cosa è servito il suo morire?

La vicenda raccontata da Euripide era già nota al pubblico ateniese attraverso versioni precedenti del mito. Frinico, predecessore di Eschilo, aveva composto un’Alcesti della quale restano pochissimi frammenti. La storia circolava probabilmente in forma folklorica: la moglie fedele che accetta di morire al posto del marito, l’eroe che scende nell’Ade per riportarla in vita. Ma Euripide, pur mantenendo la struttura narrativa tradizionale, introduce modifiche decisive che trasformano una storia edificante in un problema filosofico.

L’antefatto è esposto nel prologo da Apollo stesso. Zeus aveva fulminato Asclepio, figlio di Apollo, per aver resuscitato i morti mediante l’arte medica appresa dal centauro Chirone. Apollo, per vendetta, aveva sterminato i Ciclopi, artefici del fulmine di Zeus. Zeus aveva punito Apollo relegandolo per un anno in condizione servile presso il mortale Admeto, re di Fere in Tessaglia. Durante questo servizio Apollo aveva pascolato gli armenti di Admeto e aveva sperimentato la sua ospitalità, la sua generosità, la sua φιλία. Come ricompensa, Apollo aveva ottenuto dalle Moire, ubriacandole, dice il testo, δόλος (inganno) divino, che Admeto potesse differire la propria morte se qualcun altro avesse accettato di morire ἀντί (al posto di) lui, sostituendosi. Admeto, cercando invano, non aveva trovato nessuno disposto a morire per lui, né il padre anziano Ferete, né la madre, né gli amici, tranne la moglie Alcesti. È a questo punto che il dramma si apre, nel giorno in cui Alcesti deve morire. Apollo abbandona la casa di Admeto perché non può restare in un luogo contaminato dalla morte imminente. Sulla soglia incontra Thanatos, la Morte personificata (unica apparizione scenica di questa figura in tutta la tragedia greca superstite), che viene a reclamare la sua vittima. I due dialogano: Apollo cerca di negoziare una dilazione, Thanatos rifiuta. Apollo preannuncia che verrà un uomo, Eracle, che strapperà Alcesti alla Morte con la forza. Thanatos accetta la sfida: “Farà ciò che deve, ma non avrà la mia χάρις”.

La scena successiva mostra la preparazione rituale di Alcesti alla morte. Un’ancella descrive come la regina si sia lavata, abbia indossato vesti preziose, abbia salutato il letto nuziale, il focolare domestico, tutti gli altari della casa. Alcesti appare poi in scena morente, con visioni dell’Ade: vede Caronte sulla barca, Thanatos con le ali nere, la palude dell’Acheronte. Prima di spirare, chiede ad Admeto di non risposarsi mai, di non dare una matrigna ai figli. Admeto promette: non solo non si risposerà, ma vivrà in lutto perpetuo, farà costruire una statua di Alcesti per metterla nel letto, rinuncerà a ogni gioia. Alcesti muore pronunciando un ultimo χαῖρε (addio/salve), termine ambiguo che è insieme commiato e augurio. Dopo la morte di Alcesti, mentre si prepara il funerale, arriva Eracle, ospite ignaro. Admeto, pur nel lutto, lo accoglie senza rivelare la verità (dice che è morta una “parente estranea”). Eracle banchetta, beve, canta. Un servo lo rimprovera aspramente: è indecente festeggiare mentre si piange un morto. Eracle, informato della verità, decide di riparare: tenderà un agguato a Thanatos presso la tomba, oppure scenderà negli “appartamenti di sotto” (κάτω δόμους) per strappare Alcesti a Persefone e Ade.

Prima del ritorno di Eracle, avviene uno scontro violentissimo tra Admeto e suo padre Ferete. Ferete arriva con doni per la defunta, Admeto lo respinge accusandolo di vigliaccheria: “Eri vecchio, avevi già vissuto, perché non ti sei offerto di morire al mio posto?”. Ferete risponde con brutalità: “Io amo la vita tanto quanto te. Tu hai lasciato morire tua moglie per salvarti, chi è il codardo?”. L’agone si conclude con reciproca maledizione: Admeto rinnega Ferete come padre, Ferete rinnega Admeto come figlio. Nell’esodo, Eracle ritorna portando una donna velata. Finge di averla vinta ai giochi pubblici e chiede ad Admeto di custodirla finché lui torni. Admeto rifiuta: ha promesso ad Alcesti di non accogliere altra donna in casa. Eracle insiste, Admeto esita, infine accetta di guardarla. Eracle toglie il velo: è Alcesti. Admeto esclama riconoscendola fisicamente (la somiglianza del corpo), ma chiede: “Non è forse un φάσμα (fantasma) degli dèi inferi?”. Eracle rassicura: “No, è tua moglie, l’ho strappata a Thanatos”. Ma Alcesti resta muta. Eracle spiega: “Non potrà parlare finché non diventi ἀνάγνος (non-consacrata) rispetto alle divinità infere, fino al terzo giorno”. Il dramma si chiude qui, con Admeto che accoglie Alcesti silenziosa nella casa, con il coro che celebra la potenza imprevedibile degli dèi.

Presentata così, la trama sembra semplice storia edificante: amore, sacrificio, miracolo. Ma una lettura filosoficamente attenta rivela che ogni elemento della storia è attraversato da aporie, contraddizioni, tensioni irrisolte. Questo saggio si concentra su tre nuclei problematici che emergono dalla struttura stessa del dramma e che hanno risonanza filosofica ben oltre il contesto della tragedia greca.

Il primo nucleo è la fenomenologia del lutto come esperienza-limite che resiste all’elaborazione quando il morto “torna”. Il lutto presuppone l’irreversibilità della morte: si piange qualcuno che non c’è più e non tornerà mai. Freud, in Lutto e melanconia, descrive il processo del lutto come graduale accettazione di questa irreversibilità, separazione progressiva dall’oggetto perduto, reinvestimento della libido su nuovi oggetti. Ma cosa accade se il morto ritorna? Il lutto è stato inutile? È stato una menzogna? Admeto ha pianto davvero o ha solo recitato la parte del vedovo inconsolabile? Nell’Alcesti il lutto assume forme molteplici e problematiche: lutto anticipato (Admeto piange Alcesti ancora viva), lutto spettacolarizzato (l’agone con Ferete trasforma il dolore in arma retorica), lutto impossibile (come fare lutto per chi non è morto definitivamente?). Il testo mette in scena anche la tentazione della comunione macabra con i morti: Admeto promette di costruire una statua di Alcesti e di abbracciarla nel letto, configurando una forma di necrofilia simbolica. Ma il dramma suggerisce anche una terza via tra la fissazione necrofila (“la vita finisce qui”, vivere con i morti) e l’oblio insensibile (“la vita continua”, il tempo che cancella tutto): abitare l’insopportabile trasformandolo in energia creativa. Come si elabora un lutto quando l’elaborazione non può essere né rimozione né fissazione?

Il secondo nucleo è l’economia del sacrificio e dello scambio. La struttura del mito presuppone un’equivalenza: “uno per uno” (εἷς ἀντὶ ἑνός), una vita vale un’altra vita. Ma il dramma dimostra sistematicamente che questa equivalenza non esiste. Alcesti vale più di Admeto? Admeto vale più dei genitori anziani? Come si misura il valore di una vita? Il sacrificio di Alcesti è presentato come dono che merita χάρις (grazia, favore, gratitudine, contraccambio), ma Alcesti stessa riconosce che nessun contraccambio sarà mai adeguato: “Nulla è più prezioso della ψυχή (anima, vita)”. Admeto resta quindi in debito perpetuo, debito che non può essere saldato con nessun pagamento definitivo ma solo onorato attraverso fedeltà simbolica. La promessa di non risposarsi è già inadeguata: Alcesti chiede qualcosa di più profondo, chiede che Admeto viva anche per lei, che tenga vivo il rapporto senza mummificarlo. Ma come si ricambia un dono che è per definizione irreversibile (la morte)? Derrida, in Donare la morte e Donare il tempo, sostiene che il dono autentico è quello che non può essere ricambiato, che rompe l’economia dello scambio. Non appena il dono viene riconosciuto come tale e genera attesa di contraccambio, cessa di essere dono e diventa scambio. Il dono puro è impossibile, ma la sua impossibilità è ciò che mette in crisi l’economia e apre alla dimensione etica. Il debito insolvibile di Admeto verso Alcesti è ciò che lo costituisce eticamente: egli è per sempre debitore, per sempre in posizione di inferiorità rispetto a lei. Ma come vivere portando un debito simile?

Il terzo nucleo è il ritorno impossibile e il problema dell’identità. Alcesti che torna è la stessa? Il velo impedisce il riconoscimento visivo immediato, il silenzio impedisce il riconoscimento vocale. Admeto riconosce la somiglianza fisica del corpo, ma può davvero riconoscere Alcesti se lei non parla, se resta velata per tre giorni, se è stata trasformata dal passaggio attraverso la morte? Cosa rende qualcuno “lo stesso” nel tempo? La continuità fisica (stesso corpo)? La continuità psicologica (stessa memoria, stesso carattere)? La continuità narrativa (stessa storia)? La continuità relazionale (stessi legami)? Alcesti ha attraversato la morte: come può essere la stessa? Chi scende nell’Ade non torna intatto. Il mito di Persefone-Kore lo conferma: anche lei torna dagli inferi periodicamente (è il mito delle stagioni), ma trasformata, segnata dall’esperienza dell’oltretomba. Il velo di Alcesti e il suo silenzio sono forse cifre di questa trasformazione ontologica: lei non è né persa né andata altrove né distrutta, ma metamorfosata. È insieme viva e morta, presente e assente, stessa e altra. Questa ambiguità ontologica non può essere risolta con un semplice ritorno all’identità pre-morte. Il silenzio finale di Alcesti, che Eracle giustifica con ragioni rituali (deve essere “sconsacrata” dalle divinità infere), è forse costitutivo, non temporaneo: Alcesti è diventata figura liminale, abitante della soglia tra vita e morte, e il suo silenzio custodisce il segreto di questa trasformazione.

Questi tre nuclei problematici non sono separabili: l’economia dello scambio condiziona il lutto (chi ha diritto di essere pianto? Quanto vale una vita?), il ritorno impossibile rende il lutto inelaborabile (come fare lutto per chi non è definitivamente morto?), il lutto irrisolto impedisce il riconoscimento di chi torna (Admeto esita davanti ad Alcesti rediviva perché è ancora imprigionato nel proprio dolore). Il loro intreccio genera la struttura tragica dell’Alcesti, tragedia che non risolve ma articola problemi filosofici fondamentali.

Questo saggio non mira a fornire un’interpretazione definitiva dell’Alcesti, impresa probabilmente impossibile e certamente indesiderabile per un testo così costitutivamente ambiguo, ma ad articolare filosoficamente i problemi che la tragedia pone e lascia irrisolti. Il metodo seguito combina analisi filologica rigorosa e speculazione filosofica aperta. Da un lato, attenzione scrupolosa ai termini greci nel loro contesto, alle scelte metriche (distinzione tra parti recitate e parti cantate), alle strutture drammaturgiche (distribuzione degli episodi, funzione degli stasimi corali). Dall’altro lato, disposizione a interrogare il testo a partire da domande filosofiche che eccedono il contesto storico immediato: cosa significa elaborare un lutto? Cosa significa donare la vita? Cosa significa riconoscere qualcuno dopo una trasformazione radicale?

Gli interlocutori teorici saranno molteplici, attraversando epoche e tradizioni. Tra gli antichi, Aristotele (che nella Poetica analizza il riconoscimento tragico e la catarsi come effetto della tragedia) e Platone (che nel Simposio cita Alcesti come esempio supremo di chi ama davvero, disposto a morire per l’amato). Tra i moderni, Hegel (che vede nella tragedia greca, soprattutto nell’Antigone, la messa in scena di conflitti etici irrisolvibili), Nietzsche (che nella Nascita della tragedia oppone il principio apollineo, forma, bellezza, individuazione, al principio dionisiaco, ebbrezza, dismisura, dissoluzione), Heidegger (che in Essere e tempo analizza l’essere-per-la-morte come struttura fondamentale dell’esistenza umana). Tra i contemporanei, Jean-Pierre Vernant e Pierre Vidal-Naquet (che hanno rinnovato lo studio della tragedia greca interrogandola da una prospettiva antropologica), Nicole Loraux (che ha studiato il lutto femminile nella tragedia e il suo significato politico), Martha Nussbaum (che in La fragilità del bene legge le tragedie greche come riflessioni sulla vulnerabilità umana e sul valore dell’amore), Judith Butler (che in Vite precarie rilegge il lutto in chiave politica chiedendosi quali vite siano degne di essere piante pubblicamente), Jacques Derrida (che in Donare la morte, Spettri di Marx e De l’hospitalité esplora il dono impossibile, la coabitazione con i fantasmi dei morti, l’ospitalità incondizionata verso l’alterità radicale), Jacques Lacan (che nei Seminari analizza il rapporto tra desiderio e perdita), Adriana Cavarero (che in Tu che mi guardi, tu che mi racconti riflette sull’identità narrativa e sulla necessità dello sguardo altrui per riconoscersi). L’obiettivo non è applicare meccanicamente queste teorie all’Alcesti, ma metterle in tensione dialettica con il testo tragico: da un lato il testo antico illumina problemi che i teorici moderni hanno articolato, dall’altro lato i concetti moderni permettono di vedere nel testo antico dimensioni che altrimenti resterebbero implicite. La tragedia greca è opera che pensa: il pensiero non è solo nel commento critico ma già nella struttura drammatica, nella scelta delle parole, nell’organizzazione delle scene. L’Alcesti non offre risposte ma costringe a pensare l’impensabile: il lutto senza fine (perché il morto torna, rendendo impossibile ogni chiusura), il dono senza contraccambio (perché chi ha dato la vita non può ricevere nulla in cambio), il ritorno senza identità (perché chi torna dalla morte non è più lo stesso). Questi tre impensabili definiscono l’enigma dell’Alcesti, enigma che questo saggio attraverserà senza pretendere di risolverlo, ma soltanto di abitarlo filosoficamente.

(Continua)


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