Le categorie Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Gen Z e tutte le altre, nascono negli Stati Uniti per descrivere dinamiche demografiche e socioeconomiche americane. La suddivisione si è focalizzata soprattutto su questi aspetti:
- boom delle nascite post-1945 nell’euforia di uscire vincitori da una guerra mondiale;
- crescita economica continua, dovuta all’impegno bellico che non si è concluso con la fine della Seconda guerra mondiale;
- suburbanizzazione;
- welfare espansivo;
- accesso precoce al consumo di massa.
Perché queste categorie non sono replicabili nel caso italiano e, in generale, in Europa? Se guardiamo ai punti precedenti, il confronto è presto fatto. In Italia (e in gran parte d’Europa):
- la guerra, persa o vinta, escludeva l’euforia, viste le perdite subite anche dai paesi vincitori;
- ricostruzione lenta e diseguale;
- industrializzazione tardiva;
- forti divari territoriali;
- mobilità sociale molto più limitata.
Usare la stessa etichetta per contesti così divergenti è un errore metodologico e non una semplificazione innocua, seppur banale.
Tanto per dare un’immagine a queste differenze, mentre il cinema o la tv americana mostravano gli anni ‘50 con la società e le famiglie perfette alla Happy Days (ne ho parlato commentando l’articolo su Blue Velvet), negli stessi anni, in Italia, si proiettano La strada (1954), Miracolo a Milano (1951), i film del neorealismo e, siamo già al 1960, La Ciociara. Bella differenza con A qualcuno piace caldo (1959) e la differenza non sta certo nella grandezza di tutti i film che ho citato.
Se pensiamo alla condizione femminile, queste distinzioni sono maggiormente prive di fondamento. Mentre in Italia le donne hanno acquisito il diritto di voto con il decreto legislativo del 1° febbraio 1945 votando per la prima volta nel 1946, negli Stati Uniti questo diritto fu sancito con il XIX Emendamento del 1919 (ratificato nel 1920) anche se in alcuni stati, avevano riconosciuto il diritto di voto alle donne prima dell’emendamento nazionale (in Wyoming nel 1869, in California nel 1911). E anche nel resto dell’Europa la storia del voto femminile ha avuto iter travagliati.
Se poi affrontiamo la presenza delle donne nel mondo del lavoro, le categorie saltano del tutto. Se ascoltate come vengono descritti i “baby boomers” e il loro particolare attaccamento al lavoro, allora da questo gruppo ci sarebbe una percentuale bassa di donne che hanno avuto accesso più tardi al mondo del lavoro non domestico (mi domando, allora, a quale categoria apparterrebbero) con forti differenze, anche in generazioni successive, tra diverse zone di provenienza, come tra il Nord e Sud d’Italia.
Non sorprende, quindi, che sociologi e accademici europei, ma oggi anche quelli americani, abbiano criticato aspramente questo tipo di generalizzazione.
A fini statistici, e non solo, una generalizzazione è corretta se parte da presupposti corretti. Per esempio: se dico che nel mondo del lavoro le lavoratrici, nell’arco della loro lunga carriera, diventano mamme, non dico niente di sbagliato perché è un fatto sostenuto dalla realtà anche se non coinvolge la totalità del campione.
Tra i sociologi Karl Mannheim, fondatore della sociologia delle generazioni, ha detto che la generazione NON è un fatto anagrafico.
Nel saggio Il problema delle generazioni (1928), Mannheim afferma che una generazione esiste solo se un gruppo di individui condivide eventi storici formativi nello stesso momento biografico. Non basta, quindi, l’anno di nascita. Secondo Mannheim ciò che conta è l’esperienza storica concreta e il significato di un evento cambia radicalmente da paese a paese.
Un italiano nato nel 1955 non ha nulla in comune, sul piano formativo, con un americano nato nello stesso anno. Nell’immagine cinematografica o televisiva l’ho detto. Uno cresce nel pieno del “miracolo americano”, l’altro nella migrazione interna, nel lavoro precoce, nella scarsità. A rigor di logica, stessa età non significa stessa generazione.
Altro sociologo di riferimento è Pierre Bourdieu che, sulla divisione generazionale di stampo americano, ne attua la demolizione più netta. Celebre la sua affermazione: «La jeunesse n’est qu’un mot» – La gioventù è solo una parola. Bourdieu mostra che le categorie generazionali cancellano le differenze di classe, producono illusioni di omogeneità e servono più al discorso mediatico che all’analisi sociale. Se questo concetto lo applichiamo alla realtà italiana, un “millennial” figlio di professionisti urbani e un “millennial” cresciuto in precarietà strutturale, non condividono nulla di sostanziale.
Altra critica feroce è quella di Zygmunt Bauman per cui generazioni liquide = etichette rigide.
Secondo Bauman, infatti, le traiettorie biografiche non sono più lineari, le esperienze sono asincrone e la velocità del cambiamento rende inermi le classificazioni rigide. Anche questo in Italia è amplificato dagli ingressi tardivi nel lavoro, dalle famiglie di origine come ammortizzatori e dalle ancor evidenti differenze tra Nord/Sud.
Parlare di “generazione Z italiana” come blocco unitario è un artificio retorico, non una categoria scientifica. In Italia, in particolare
- non c’è stato un vero “baby boom” paragonabile a quello americano,
- il consumo di massa arriva con almeno 15 anni di ritardo,
- la precarizzazione non è una “fase”, ma una condizione cronica.
Anche la Sociologia europea contemporanea rifiuta l’importazione acritica di queste suddivisioni generazionali per più di un motivo.
Diversi sociologi europei (tra cui Ulrich Beck) sottolineano che i modelli USA non sono trasferibili e producono false diagnosi sociali. Anche perché, come abbiamo detto, queste etichette generazionali non hanno alle spalle alcun fondamento di analisi sociologica.
Perché, allora, questa suddivisione non solo sopravvive ma la importiamo come se fosse l’idea del secolo?
La risposta non è nemmeno difficile: perché funziona. E funziona benissimo per il marketing, per le risorse umane, le narrazioni mediatiche e per una semplificazione del conflitto sociale. Infatti, è molto più comodo dire “i giovani non hanno voglia di lavorare” che ammettere che “il sistema economico non offre traiettorie di vita sostenibili”. Le categorie generazionali, infatti, depoliticizzano, naturalizzano le disuguaglianze e scaricano responsabilità su intere fasce d’età.
Le categorie generazionali nate negli Stati Uniti, quindi, non descrivono l’Italia: la deformano.
Sono strumenti narrativi non analitici. Applicarle senza mediazione storica significa sostituire la sociologia con il marketing.
I “padri” delle etichette generazionali contemporanee si chiamano William Strauss e Neil Howe e sono i principali responsabili della griglia:
- Baby Boomers
- Generazione X
- Millennials
- (poi Gen Z, Gen Alpha ecc.)
Testi chiave: Generations (1991) e The Fourth Turning (1997).
Entrambi non sono sociologi accademici, lavorano su cicli storici americani e costruiscono una teoria “ritmica” della storia USA. Il loro modello è esplicitamente nazionale: parla della storia degli Stati Uniti, non dell’Occidente, né tantomeno dell’Europa.
Con il loro approccio, ed è qui il problema, Strauss e Howe sostengono che la storia americana segue cicli di circa 80–90 anni, che ogni ciclo produca 4 tipi generazionali ricorrenti e che ogni generazione abbia tratti psicologici “tipici”. La maggior critica metodologica che si possa muovere loro riguarda l’approccio deterministico, l’uso disinvolto di archetipi e la scarsa verificabilità empirica. In pratica, è una grande narrazione identitaria americana, non certo una teoria sociologica robusta.
Il termine Generazione X, poi, viene reso popolare da Douglas Coupland, il cui testo chiave, Generation X: Tales for an Accelerated Culture (1991), non è un testo sociologico ma si limita a descrivere un disagio esistenziale che diventa etichetta solo dopo, quando media e marketing la adottano. Qui avviene lo slittamento: da narrazione culturale → categoria sociale → strumento commerciale.
Una volta introdotte, le categorie vengono istituzionalizzate dalle grandi società di consulenza, dalle risorse umane, dagli studi di marketing e dai media generalisti.
Perché piacciono? Perché sono comode: segmentano il mercato, semplificano il comportamento umano, offrono storytelling facile a discapito del fatto che non spiegano per nulla la società ma nascono per gestire consumatori e lavoratori. È una classificazione nata per raccontare l’America a sé stessa, poi esportata come se fosse una legge naturale e universale.
E la sociologia accademica, quali critiche serie ha mosso?
Ovviamente la sociologia “seria” si muove in tutt’altra direzione. Da Karl Mannheim, Pierre Bourdieu e Zygmunt Bauman. Nessuno di loro parla di Millennials o GenZ, non accettano suddivisioni rigide per anno di nascita e non considerano universali le categorie USA.
Da un punto di vista metodologico, le categorie generazionali comunemente utilizzate nel dibattito pubblico contemporaneo (Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Generazione Z) vengono spesso presentate come descrizioni sociologiche neutre di coorti anagrafiche. Tuttavia, un’analisi epistemologica mostra che tali categorie non nascono all’interno della sociologia accademica europea, non soddisfano i criteri di validità comparativa e confondono età, periodo storico e posizione sociale.
Costituiscono, più propriamente, costruzioni discorsive situate, la cui generalizzazione produce gravi distorsioni interpretative.
Le suddivisioni oggi dominanti derivanti principalmente dai lavori di William Strauss e Neil Howe, non adottano un metodo sociologico comparativo, si fondano su una lettura ciclica e narrativa della storia statunitense e assumono implicitamente la storia americana come paradigma universale.
La critica epistemologica al modello di Strauss e Howe muove proprio dal carattere generalizzabile della suddivisione. Il loro modello nasce per interpretare una sola formazione storico-sociale, non integra variabili fondamentali come classe, welfare, struttura familiare, esiti bellici, mobilità sociale e, di conseguenza, l’estensione di queste categorie all’Europa e all’Italia rappresenta un uso improprio di concetti non trasferibili.
La teoria sociologica delle generazioni di Karl Mannheim, invece, distingue chiaramente il dato biologico (coorte anagrafica), la posizione generazionale (collocazione storica) e l’unità generazionale (elaborazione comune dell’esperienza).
Secondo Mannheim, una generazione esiste solo se gli individui condividono eventi storici formativi nello stesso momento del ciclo di vita, all’interno di uno stesso contesto storico-sociale. L’implicazione decisiva è che una categoria generazionale non può essere universale, non può prescindere dal contesto nazionale e non è riducibile all’anno di nascita. Applicare le stesse etichette a Stati Uniti e Italia o a qualsiasi altro paese, quindi significa negare il principio stesso della sociologia storica.
Pierre Bourdieu, già citato in precedenza, critica le categorie anagrafiche e le classificazioni per età. Nel suo celebre intervento La “jeunesse” n’est qu’un mot (1978), Bourdieu afferma che le categorie anagrafiche producono illusioni di omogeneità, mascherano le differenze di classe e trasformano condizioni sociali in tratti “naturali”. Per fare un esempio tutto italiano, parlare di “Millennials italiani” come gruppo unitario cancella le fratture territoriali, oscura le disuguaglianze di capitale culturale ed economico, depoliticizza la precarietà trasformandola in tratto generazionale e la categoria generazionale diventa uno strumento ideologico, non analitico.
Anche Bauman fa una feroce critica a queste suddivisioni. Secondo lui una modernità avanzata è caratterizzata, piuttosto, da frammentazione delle biografie, asincronia delle esperienze di vita e dissoluzione delle sequenze lineari (studio → lavoro → famiglia), tutto il contrario di ciò che fanno le classificazioni americane. Nel contesto di cui parla Bauman, le categorie generazionali rigide risultano inadeguate, l’età anagrafica non corrisponde più a fasi sociali definite e in Italia, dove l’accesso al lavoro stabile e all’autonomia economica è fortemente ritardato, le etichette generazionali risultano ancora più fuorvianti.
Se proseguiamo con una critica comparativa, il caso italiano sottolinea ancor di più l’inesattezza di queste categorie. Dal punto di vista storico-strutturale, l’Italia presenta caratteristiche incompatibili con il modello generazionale statunitense. Tra i motivi ci sono:
- assenza di un vero welfare universalistico,
- centralità della famiglia come ammortizzatore sociale,
- industrializzazione tardiva e diseguale,
- mobilità sociale limitata,
- forti divari territoriali.
Ne consegue che non esiste un’esperienza “boomer” italiana analoga a quella statunitense, che le cosiddette “generazioni giovani” vivono condizioni di blocco strutturale, non transizioni fisiologiche e le categorie generazionali importate finiscono per naturalizzare il fallimento delle politiche pubbliche, attribuendolo a presunti tratti culturali dei giovani.
Le suddivisioni generazionali contemporanee, quindi, non sono categorie sociologiche universali e non rispettano i criteri di storicità e comparabilità. Inoltre, sostituiscono l’analisi strutturale con la narrazione mediatica e funzionano benissimo per semplificare e depoliticizzare il conflitto sociale.
Laddove la sociologia richiede contesto, storia e struttura, tali etichette offrono narrazioni astratte funzionali al mercato e al discorso mediatico.
In Italia non esiste una tradizione sociologica che sposi in modo pieno e acritico le suddivisioni Baby Boomers, Gen X, Millennials o Gen Z. Esiste, invece, una critica diffusa, spesso implicita ma molto netta, soprattutto nella sociologia accademica.
In Italia le etichette generazionali ci sono e circolano moltissimo nei media, nel marketing, nelle HR, nella divulgazione mentre compaiono poco e con molte cautele nella sociologia accademica. Quando compaiono nei testi scientifici, sono quasi sempre tra virgolette, accompagnate da note critiche e trattate come categorie discorsive, non analitiche
La critica esplicita della sociologia italiana è portata avanti da studiosi come Maurizio Ferrera. Ferrera, studiando il welfare mediterraneo, mostra che l’Italia non produce “generazioni” nel senso americano ma produce dipendenza intergenerazionale dove la famiglia sostituisce lo Stato. Ovviamente in questo modello l’età anagrafica conta poco mentre conta la posizione nel sistema di protezione sociale.
Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, è tra le più critiche verso la naturalizzazione della precarietà e la narrazione dei giovani come “inermi” o “immaturi”. Nei suoi lavori emerge chiaramente che ciò che viene chiamato “problema generazionale” è, in realtà, un problema di politiche pubbliche e disuguaglianze. Le categorie generazionali, quindi, sono funzionali per spostare l’attenzione e deresponsabilizzare le istituzioni.
Un punto chiave: in Italia si parla di coorti, non di “generazioni”. Nella sociologia italiana ed europea coorte = strumento statistico, mentre generazione = concetto teorico molto problematico. La maggior parte degli studiosi evita etichette rigide e parla di “coorti di nascita”, “transizioni biografiche” o di “disuguaglianze inter- e intra-generazionali”: questo è l’esatto opposto del modello Strauss–Howe.
In Italia le suddivisioni generazionali di matrice statunitense non sono mai diventate paradigma sociologico dominante. Sono usate soprattutto come linguaggio mediatico o divulgativo, mentre la ricerca accademica le tratta con forte cautela o le critica apertamente, preferendo analisi strutturali, di classe, di welfare e di disuguaglianza.
Oggi anche negli Stati Uniti la suddivisione della popolazione nelle menzionate categorie generazionali è oggetto di forti critiche da parte di sociologi, demografi e ricercatori, che la considerano una forma di pseudoscienza o un metodo eccessivamente semplicistico che alimenta stereotipi e conflitti.
Ecco le principali critiche mosse a tale suddivisione:
- Stereotipi dannosi utili solo al “Divide et Impera”: le etichette generazionali sono spesso usate per etichettare intere coorti (es. Millennials pigri, Boomers egoisti), ignorando le enormi differenze individuali. Questo crea attriti inutili, specialmente sul posto di lavoro, dove il 67% delle aziende sperimenta conflitti intergenerazionali.
- Arbitrarietà dei confini: le date di nascita che definiscono l’inizio e la fine di una generazione sono spesso arbitrarie e non basate su eventi biologici o sociologici reali.
- Mancanza di rigore scientifico: una ricerca delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine (NASEM) ha concluso che non ci sono prove empiriche solide a sostegno del fatto che le generazioni esistono come gruppi distinti con caratteristiche comportamentali uniche.
- Confusione tra Età, Periodo e Generazione: la ricerca mostra spesso che le differenze attribuite a una generazione sono in realtà dovute all’età anagrafica (un giovane di 20 anni oggi si comporta in modo simile a uno di 20 anni nel 1980) o al contesto storico (periodo), non al fatto di appartenere a una specifica coorte.
- Eccessiva generalizzazione: queste categorie raggruppano milioni di persone diverse per razza, classe sociale, cultura e genere, assumendo erroneamente che abbiano vissuto la stessa esperienza di vita.
- Origine “nordcentrica”: le definizioni generazionali sono in gran parte basate sull’esperienza degli Stati Uniti e non sono applicabili universalmente, rendendole fuorvianti in un contesto globale.
Recentemente negli USA il sociologo Philip Cohen ha organizzato una lettera aperta di oltre 150 demografi e scienziati sociali verso il Pew Research Center, esortandoli a smettere di utilizzare le etichette di generazione nella loro analisi delle tendenze sociali ritenendole “basate sul nulla” e dannose per il dibattito pubblico poiché ostacolano la comprensione della complessità sociale e culturale a favore di una narrazione semplicistica “noi contro loro”. Nel 2023, dopo un’ampia revisione delle loro ricerche e dei loro metodi, il centro ha annunciato un cambiamento nel loro uso delle etichette di generazione, per “evitare di rafforzare gli stereotipi dannosi o semplificare eccessivamente le complesse esperienze vissute delle persone”. “Il nostro pubblico – concludono – non dovrebbe aspettarsi di vedere molte nuove ricerche che escono dal Pew Research Center che utilizza la lente generazionale”.

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